SENZA PAROLE, Cap. 4

Il risveglio non fu dei migliori, ancora le rimbombavano in testa quelle arcane parole, quelle frasi senza senso. Tutto si era susseguito così fugacemente, che lei non aveva ricevuto l’opportunità di far mente locale, d’individuare l’effettivo punto della situazione.

Perché non era stata più approfondita nella conversazione che si era svolta a casa di Moore? Perché non gli aveva richiesto di produrre chiarezza sulle sue parole?

Rispetto di se stessoquante vite hai, cosa sei… Queste frasi giravano e rigiravano nella sua testa, senz’alcuna interruzione.

Senza dubbio c’era qualcosa di cui non era a conoscenza, qualcosa che ignorava, ne era certa, ed era sopraggiunto l’ineluttabile momento di chiudere la partita. Basta con le sciarade, ne aveva piene le tasche.

Si levò dal letto e scosse il capo, le faceva un male pulsante, forse non per l’urto, non per l’alcool, forse era solo per quel tarlo che Moore ci aveva infilato dentro.

Accidenti, ma perché era sempre così ermetico… gli costava tanto dire le cose come stavano o come gli sembravano? Eppure la trasparenza nelle parole, la verità e la sincerità erano aspetti meravigliosi dell’esistenza e degli esseri umani. Perché tanti misteri, tanti arzigogoli?

Lui non conosceva forse l’antico, sacrosanto aforisma, Tacere la verità è come seppellire l’oro?

A quanto pareva no, al contrario di lei, lei che aveva sempre adorato la parola come strumento di comunicazione, un ponte che la facesse pervenire all’animo altrui con totale semplicità e limpidezza, e questo nuovo criterio di agire era per lei incomprensibile, inaccettabile. Non le donava chiarezza, piena padronanza dei suoi gesti, e più precisamente non le concedeva completa libertà di movimento attraverso la sua anima, ora del tutto confinata tra imponenti, rigidi paletti.

Era vero che la vita di quell’uomo era stata governata da una grande segretezza di azioni e d’intenti, ma qui era una cosa diversa, si parlava di persone, di sentimenti!

Aveva così tanto desiderato questo lavoro e sulle prime aveva presunto di aver sofferto e sfacchinato abbastanza per esserselo guadagnato, ma in assoluta evidenza le cose non stavano affatto così. Avrebbe dovuto faticare ancora e potenzialmente non sarebbe stato facile, quantomeno non in relazione a ciò che aveva ipotizzato, ovvero non per meri motivi professionali.


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Si fece forza e cominciò a prepararsi, poi le folgorò in testa come raggiungere la Karma e le sfuggì un esile sorriso.

Eh sì, a ragion più che veduta avrebbe dovuto recarsi sul serio in ufficio con la metropolitana, proprio come lui le aveva ingiunto, giacché la sera prima lei aveva affidato la sua auto a Jack ed era tornata in taxi.

Ancora si ricordava delle incisive occhiate del tassista, il quale aveva francamente approvato la figura della passeggera, ma si era comprensibilmente interrogato su chi l’avesse ridotta in quello stato, e non tanto per le escoriazioni facciali, quanto per la bufera che Isabelle trainava dentro di sé, dacché l’aveva udita farneticare frasi senza senso e sbuffare in modo convulso. Un vero vulcano in eruzione.

Già, quell’uomo le faceva perdere il controllo, decisamente.

E rammentò anche il volto di Stella che, quando l’aveva scorta rientrare eruttante nel locale, nel cercare di non alimentare troppo la sua rabbia le aveva garbatamente consigliato di mandar giù un paio di calmanti e di ficcarsi subito sotto le coperte. «Puoi stare a casa mia se vuoi, così potrai rilassarti meglio e almeno per questa notte potrai dimenticare.»

Ma lei aveva altrettanto garbatamente declinato. Sarebbe stato un problema, l’indomani mattina, organizzarsi per andare al lavoro.

Però, malgrado ciò, era probabile che l’amica non avesse avuto torto. Forse andando a casa di Stella avrebbe bevuto un’ottima tisana, avrebbe fatto quattro chiacchiere riparatrici ed avrebbe più salubremente riposato, o magari solo riposato.

Ora, mentre si apprestava a prendere quella dannata metropolitana, principiò a salirle l’ansia per l’avvicinarsi dell’incontro con il suo capo.

Lucidamente iniziò a riflettere e alla fine convenne che, probabilmente, si era lasciata andare ad una reazione alquanto esagerata. D’altronde lui, sempre così poco incline a ridurre le formali distanze, l’aveva portata a casa sua, l’aveva curata e fatta sentire sicura, situazione che avveniva di rado poiché, cavandosela sempre da sola, lei aveva beneficiato di ben poche occasioni per affidarsi a qualcuno, soprattutto ad un uomo.

E inoltre, aspetto ancor più apprezzabile, per non dire ampiamente sbalorditivo, era che lui non si fosse creato problemi di sorta a correrle in aiuto. Non si era curato né della sua reputazione né tanto meno dell’immagine della sua azienda, intervenendo in quello squallido teatrino che Mike aveva messo in piedi.

Avrebbe potuto benissimo infischiarsene, tanto, si disse, tra tutte quelle persone qualcuno sarebbe certo venuto in suo soccorso e lui sarebbe rimasto anonimo, senza render noto di conoscerla e di conseguenza senza rimanerne minimamente coinvolto, come di regola nella vita di lui accadeva. Era risaputo che Damian Moore si era sempre tenuto alla larga da situazioni affini e, più di tutto, dall’indurre pettegolezzi sgradevoli.

Ma sì, era proprio una stupida, gli doveva molto. Moore aveva difeso il suo onore collocando a grave discapito il proprio, ed era un elemento da non trascurare, men che meno da sottovalutare.

Mentre oltrepassava l’ingresso, stavolta come si conveniva all’assistente del presidente, incrociò lo sguardo del concierge che rinnovò il suo buongiorno. In fondo era un tipo cordiale.

Stette in attesa qualche minuto affinché la porta dell’ascensore si schiudesse, quando, all’apertura dello stesso, si trovò al cospetto di un volto angelico, etereo, pallido, ma con una cute che pareva di seta, incorniciata da lunghi e lisci capelli corvini.

Isabelle si soffermò a fissarla incantata, scorgendo una vivida intensità nei suoi occhi scuri. Quella donna sosteneva un’andatura sofisticata e di un’eleganza invero superlativa, sembrava una regina, con le movenze che si confacevano a chi governava uno stato, padrona del mondo. Rimase affascinata dal suo portamento e Isabelle ponderò che lei, all’opposto, neanche in mille anni avrebbe potuto eguagliare una simile classe.

«Buona giornata, signora Duvall» udì augurare dal concierge, e immediatamente si voltò per osservarla meglio, ma la porta dell’ascensore si era già quasi chiusa.

La signora Duvall. Era quella specie di dea che aveva rapito il cuore di Moore, lo aveva catturato e fatto a pezzi, e adesso era lei a pagarne le misere conseguenze…

E davvero quella donna era pazza? Ne dubitò, c’era indubbiamente qualcosa di bislacco in questa vicenda, come tutto ciò che circondava quel benedetto Moore!

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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