SENZA PAROLE, Cap. 3

Damian s’infastidì. «Direi che la responsabilità è sua, signor…» E troncò la frase, dandogli a intendere di non essere a conoscenza del suo nome.

«Oscar Farrell, mi rincresce, dottor Moore, ma non si può star dietro a tutto» si giustificò, sinceramente dispiaciuto.

«Ma cosa sta sostenendo, si rende conto? Non può far riempire il locale a tal punto da impedire qualsiasi intervento della sicurezza, specialmente in circostanze analoghe» lo riprese lui, ruvido e seccato.

L’uomo non ribatté, e senza che se ne accorgesse Damian era già accanto a Isabelle, frapponendosi tra loro due.

Le avvolse amabile un braccio con la mano. «Vieni con me» si ammorbidì. «Hai un’evidente ferita alla guancia, ci penserò io.»

Oscar fu posto in condizioni di non poter contestare e Isabelle lo seguì senza proferir parola.

Era tutto un po’ confuso, non riusciva a discernere se ciò che stava accadendo fosse reale, Moore che la sorreggeva per la vita aiutandola a crearsi strada tra la folla, e lei che adagiò il capo sulla sua spalla, cercando di aguzzare la vista per guardarsi dattorno il più nitidamente possibile.

Lentamente uscirono dal Kursaal e, dopo pochi passi, si ritrovarono al cospetto di un lussuosissimo portone che Damian aprì, digitando una combinazione di numeri su un quadro antistante alla strada.

E in scarsissimi secondi, che Isabelle non riuscì a quantificare a causa dell’acuto stordimento che l’aveva intrappolata, si ritrovarono in uno splendido appartamento, altrettanto lussuosamente arredato e così grande, da farle girare ancor di più la testa. Lui, avvertendo il mancamento, la fece accomodare su un divano del mastodontico soggiorno, sparendo in seguito dentro una delle molteplici stanze.

Ne ricomparve qualche minuto più tardi, senza giacca e cravatta, e con un contenitore di disinfettante tra le mani, insieme ad una confezione di cotone idrofilo. Le si sedé accanto e le esaminò il volto.


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La sua espressione era completamente diversa, e Isabelle non riusciva a capire se fosse l’alcool a disegnarle quelle impressioni sul suo conto o se realmente lui fosse così, in quel momento.

Damian le sfiorò la guancia con il dorso delle dita, fregiando in egual tempo uno sguardo ricolmo di tenerezza, ma lei, lesta, quasi fulminea, si ritrasse dal suo tocco. «Non è nulla.» Quella vicinanza era alquanto pericolosa.

«Non fare la stupida.» Il suo tono era dolce, dolcissimo, musica per le sue orecchie.

Lui si accorciò le maniche e iniziò a disinfettarla, le era così vicino da permetterle di sentire il suo impalpabile anelito, il battito del suo cuore, Dio, stava per svenire di nuovo.

All’improvviso sobbalzò. «Va bene così, grazie.»

E con estrema delicatezza, impiegando un doveroso tatto nell’attuarlo, Isabelle cercò di riprendere le distanze, ma lui, al fine d’impedirglielo, l’afferrò prontamente per un polso.

«Ferma.» La sua voce si era fatta ancor più morbida, era divenuta simile ad un melodioso, irresistibile sussurro.

«Ahi!» Lei fece un balzo.

«Cosa c’è?» Poi le osservò il polso livido e subito le impugnò anche l’altro, che non era in condizioni affatto migliori. «Santo cielo, ma è un animale!» s’incollerì, inorridito e sdegnato. «Isabelle, come fai a frequentare persone del genere, ti avrebbe senz’altro fatto del male qualora non ci fosse stata tutta quella gente.»

E non sarebbe stata la prima volta, rimuginò Isabelle, ma preferì non precisarlo, non voleva assolutamente che Moore potesse anche solo immaginare che lei si atteggiasse a povera vittima. Quella condizione era già abbastanza indecorosa per lei, non poteva buttarsi giù peggio di così, soprattutto per un uomo che, a causa delle sue vili e brutali condotte, lei stava cercando di cancellare dalla propria esistenza.

Sì, perché in un’altra occasione gliele avrebbe di certo suonate, sarebbe passata al contrattacco marchiandolo a fuoco con le unghie, magari anche con i denti, ma quella circostanza imprevista non le aveva consentito di reagire in modo adeguato. Mike non si era mai permesso di farlo dinanzi alla gente, questo era il lapalissiano segnale che quell’alcolizzato, e pure psicotico, fosse davvero arrivato.

E non poteva credere di avergli permesso di sbatterla contro il muro, regalando quell’orribile spettacolo ai presenti. Tutto sommato la sera prima gli aveva creduto, o avrebbe desiderato credergli, magari aveva sperato sul serio che lui fosse intenzionato a non ripetere più gli stessi errori.

Ma si era sbagliata, certe persone non cambiano mai.

«Ti senti bene?» la interrogò Damian, scorgendola assente.

«Sì, ho solo bisogno di andare a casa e di dormire. Per stasera non voglio pensarci.»

«Non vuoi pensarci? Isabelle, tu devi denunciarlo.» Lui si passò una mano tra i neri capelli lustri come l’ebano, e in tono genuinamente apprensivo asserì: «La prossima volta non si fermerà o non sarà fermato, so come succede. Queste sono situazioni che con il tempo procedono troppo oltre, non tornano mai indietro.»

Mica era una sprovveduta!

Si alzò di scatto e asseverò: «Non c’è bisogno di sprecare tante parole, so io come affrontare la situazione, ci sono abituata. Grazie, ma tutto questo non è necessario.»

Lui si agitò sul divano. «Cosa vorresti dire, che sei abituata a questo genere di persone? Ah, certo, considerando il tuo abbigliamento di stasera suppongo che sia una cosa che ti capiti spesso» la screditò, squadrandola dalla testa ai piedi, e il suo pensiero si catapultò alle parole di Jordan.

«Ma quante vite nascoste hai, Isabelle, chi sei? Cosa sei!» la bersagliò, sonoramente adirato, inasprito ai massimi.

Lei si oltraggiò. «Ma chi sei tu, per infangare la mia persona elaborando simili osservazioni, del tutto offensive nei miei riguardi! Guarda che non mi conosci affatto, sei il mio datore di lavoro, non il mio padrone!»

«Ehi, non travisare, sai di cosa sto parlando» si raffreddò, intuendo che la donna si stesse costruendo idee sbagliate a causa delle sue parole, o forse neanche troppo, dato che a lui, in lauta franchezza, quella condizione di amante arrivista non risultava per niente gradita, tutt’altro.

«No, e non lo voglio neanche sapere. Stai lontano da me, dalla mia vita e dai miei fatti personali, ok?» gli ordinò, incendiaria, mitragliando fuoco a iosa dai suoi occhi indignati.

«No, se riguardano anche me e il rispetto che ho di me stesso» esplicitò lui, con artica decisione.

«Sono stanca di questo gioco, buonanotte.» E s’incamminò verso l’ingresso, avvalendosi di una miracolata stabilità nella sua andatura. In certi casi la rabbia è veramente un portentoso analgesico.

«Isabelle.»

Per un attimo Isabelle credé che lui avesse l’intenzione di scusarsi, ma di sicuro una fortuna del genere capitava solo una volta nella vita e lei, malauguratamente, aveva già giocato quella carta.

«Non puoi guidare in quello stato, lascia che ti accompagni il mio chauffeur.»

«Sei un pazzo! Ed io, secondo te, dovrei farmi vedere dal tuo portaborse, così conciata, e farmi ridere dietro per tutti i giorni della mia vita?» lo assaltò, ora con il viso in fiamme.

«Calmati, per favore, è una persona fidata» sottolineò lui, cercando di ricomporsi per intero dal suo precedente stato d’irrequietezza.

«Oh, già, sono tutti dediti a te senza riserve, dalla vita alla morte! Non confondermi col tuo esercito di soldatini pronti ad agire senza pensare, io ho una testa e so come usarla.»

«Sì, ma non ce l’hai sulle spalle.»

Questo era davvero troppo.

«Grazie, dottor Moore, la serata è finita e, sinceramente, mi è più che bastata. Prenderò un taxi. Buonanotte.» E lo lasciò senza parole, sbattendo la porta dietro di sé.

Tutto questo non era vero, non poteva essere capitato proprio a lei. Ma perché non aveva trascorso la serata con Rave?

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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