SENZA PAROLE, Cap. 3

«Questo è un ulteriore buon motivo per prendere la metropolitana» sermoneggiò, adocchiando il bicchiere quasi vuoto e l’altro vuoto accanto.

Isabelle s’infocò. «Anche lei la prende, dottor Moore?» lo affrontò, scandendo bene il suo nome.

Stella era ancora lì, non se la sarebbe persa per nulla al mondo.

Intanto avanzò verso di loro l’uomo che aveva generato il danno, era Oscar, il proprietario del Kursaal, anche lui aveva un certo debole per Isabelle. «Sei strepitosa, come te la passi?» la riverì, sfiorandole la guancia in un affettuoso bacio, incurante della presenza di Damian.

«Benone, grazie.» Oscar aveva di sicuro combinato un guaio, ma nel sopraggiungere in quel modo aveva in qualche maniera rimediato, intromettendosi inoltre, in quell’invisibile campo magnetico stipato di elettricità.

L’uomo sussultò, nell’accertare che lei si era inchiodata con gli occhi in un’altra direzione, poi vide Damian. «Dottor Moore!» Inarcò le labbra in un sorriso a mille denti. «È un vero piacere averla nel mio locale» canterellò. «Posso offrirle qualcosa?»

«No, la ringrazio, ho bevuto abbastanza per questa sera.» E saettò un’occhiata allusiva a Isabelle.

«Ah, magari la prossima volta» si dispiacque l’uomo, nel mentre che un tipo della security gli tracciava un cenno per interpellarlo. «Scusi, chiedono di me, è stato un piacere.» E dopo avergli stretto ancora la mano, Oscar si diresse all’ingresso.

I due rimasti sostarono innanzi al banco muti e un po’ rigidi, rinchiusi in quei tre palmi di distanza stracarichi di tensione. Poi Stella depositò il drink sul ripiano, lui accennò un inchino per ringraziarla e, prima di allontanarsi si avvicinò all’orecchio di Isabelle, tanto da farla oscillare come una foglia sbatacchiata dal vento. «Io vado in limousine, miss Kinsley. Le auguro buona serata.»

E si allontanò, dissolvendosi tra la gente che di colpo aveva gremito il locale.


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Isabelle stava per svenire, era stato il rum o quel maledetto incantatore di serpenti? Cercò di ricomporsi e ringraziò dopotutto com’era andata. Aveva ipotizzato decisamente peggio.

«Isabelle…?»

«Che c’è ancora!» si sbrigliò lei, voltandosi verso quella voce, irriconoscibile a causa di tutti i rumori che farcivano la sala.

“Ci mancava anche questa…” si rabbuiò, era Mike.

Ed era visibilmente ubriaco, cosa oltremodo non positiva. Di già, nei suoi momenti da sobrio, l’uomo era in genere aggressivo, quando beveva non ne parliamo proprio.

«Che cosa vuoi, Mike, vai a casa, non vedi come sei ridotto, una bella dormita ti farebbe bene» lo rimbrottò, spillando una sfumatura insofferente dal suo tono.

«Perché mi tratti così, non sono mica un bambino!» si aggrondò, issando in un lampo la voce, oltraggiato a dismisura da quell’insofferenza che lui, invece, aveva interpretato come mera alterigia.

«E cosa saresti?» traboccò lei, spazientita, magari esasperata.

«Io sono un bambino e allora tu, cosa sei?» sberciò l’altro, fissando le gambe quasi nude con fare ostile.

Era sul piede di guerra, succedeva sempre così. Quando lei lo redarguiva si giungeva subito ai ferri corti, eppure lo conosceva, ma ancora non aveva imparato la lezione? Se lui non era in grado di cambiare, almeno lei, all’inverso, avrebbe potuto modificare il suo atteggiamento e pertanto cercare giudiziosamente di non provocarlo.

«Ok, scusa, buonanotte, Mike.» E si volse dall’altra parte, cesellando un’aria sempre più insofferente.

«Non trattarmi con sufficienza, sai!» Le cose non si stavano mettendo bene, tanto per cambiare.

«Vuoi lasciarmi in pace!» si arroventò lei, alla fine, non ce la faceva più ad essere accomodante, non era mica un’assistente sociale!

«Frena, ragazzina, abbassa il tono!» E di scatto l’afferrò per i polsi facendola traballare dalla sedia che, a causa del violento impeto, cadde fragorosamente a terra.

La spinse fin contro il muro, e sbattendo con un braccio sul bancone Mike ruppe alcuni bicchieri lì deposti, di cui qualche frammento fu catapultato sul viso di Isabelle che si ritrasse tempestiva, però i vetri la colpirono ugualmente.

Stella avvistò la scena e, conoscendo ben bene Mike, si rese conto che la faccenda non prometteva nulla di buono. Subito diede una lesta scansione al locale per avvertire qualcuno della sicurezza, tuttavia il club era talmente zeppo di gente che, in sostanza, era come trovare un aculeo in un fienile.

«Lasciami, bastardo!» si ribellò Isabelle, cercando con foga di divincolarsi, ma la forza di Mike, quando era arrabbiato, riscuoteva un sostanzioso accrescimento, e lei si ritrovava anche con uno scarso equilibrio, sui suoi abbondanti cinque pollici di tacco.

«Cosa succede qui?» Era una voce amica, non riusciva a riconoscerla ma era sicuramente amica. Forse stavolta la scampava.

Mike fece per voltarsi, ma non ebbe il tempo sufficiente per adocchiare l’uomo che, dietro di lui, lo agguantò per un braccio facendolo barcollare di prepotenza, nell’aver approfittato sia del fattore sorpresa, sia dell’elevato tasso alcolico che fin troppo chiaramente gli imperversava nel sangue.

Ruzzolò in un tonfo e gli ci volle qualche secondo per riuscire a distinguere quegli occhi infuriati e sentire le parole di quella voce sinistramente minacciosa.

«Che diavolo vuoi! Questi non sono affari tuoi…!» zufolò Mike, spavaldo e temerario, tentando di ristabilirsi dall’urto che gli era stato inferto alla testa, in seguito alla collisione contro il muro.

Damian si voltò verso Isabelle, in manifesta apprensione per l’incidente. «Stai bene?»

Non ci poteva credere, Moore le aveva dato del tu, o magari se lo era immaginato. Un uomo integerrimo come lui non sarebbe mai saltato in così esiguo tempo a tanta intimità, avrebbe comunque serbato le distanze, in special modo con i suoi collaboratori.

«Sì» farfugliò, alquanto intontita. «Grazie.»

In quell’attimo arrivò Jack. «Isabelle! Ma… disgraziato, vieni qui che ti concio per le feste.» Ed abbrancò il relitto ancora sprofondato a terra, apprestandosi infuriato a condurlo verso l’uscita.

«No!» guizzò lei, nell’aver intuito le intenzioni dell’amico. «Jack, ti prego, lascialo stare. Mettilo su un taxi e fallo andare a casa.»

«Ma, Isabelle…» Jack fece per obiettare, ma poi osservò il volto della donna e capì. «D’accordo, tutto a posto?»

«Sì, non preoccuparti.» E gli sorrise grata.

Sopraggiunse anche Oscar, avvisato da un cliente dell’accaduto, e subito fu sopra di lei. «Santi numi, Isabelle, ancora non lo lasci stare quel miserabile!»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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