SENZA PAROLE, Cap. 3

Non era possibile… no, era una persecuzione, un macchinoso gioco del destino per darle il tormento. Moore era lì, seduto ad un tavolo con Jake e altri due tizi, indossava lo stesso completo del pomeriggio precedente ed esibiva un’aria un po’ più rilassata. Era sempre maledettamente affascinante.

Ma come aveva fatto a non vederlo? Dall’aria sembrava che fossero lì da parecchio, avrebbe senz’altro fatto dietrofront, semmai lo avesse notato prima.

«Oddio…!» inveì, sottovoce, e in un rapidissimo guizzo si voltò di spalle per non farsi riconoscere. Sarebbe stata la fine, trovarla lì a bere come un mezzadro e per di più scarsamente vestita!

Ricordava bene il suo commento del giorno prima sulla gonna che lei aveva indossato, non che fosse stato diretto, ma indubbiamente Moore non apprezzava che le sue collaboratrici si esibissero al pari di oggetti sessuali da contemplare. D’altronde la sua era un’azienda di un certo spessore e aveva una data reputazione da preservare.

Non che poi, fuori dalla Karma, lui potesse avanzare qualche diritto su di lei, tanto meno sulla scelta del suo abbigliamento, ma non poteva di sicuro correre in giro la voce che le proprie dipendenti, smessi gli abiti casti e convenzionali dell’ufficio, la sera si denudassero sexy e frivole girovagando per bistrot, oltretutto per far bisboccia come degli autentici camionisti sguaiati. In specie, l’essere seduta al bancone in quella maniera era un’immagine piuttosto volgare.

“Ma che ti prende!” si ammonì silente, stringendo con forza il bicchiere. Lavorare per quell’uomo non indicava che lui potesse spadroneggiare nella sua vita privata, però poi sospirò, era chiaro che ci teneva tanto all’opinione di Moore, perché in fondo Isabelle, dal suo piccolo, modesto canto, lo stimava ed ammirava moltissimo. E in quel preciso istante ammise che su questo punto lui aveva ragione, anzi, lei ammirava ancor di più, come quel perfetto esemplare d’uomo considerasse le proprie collaboratrici, non bamboline seduttive e ammalianti, bensì persone fornite di una propria dignità e di una compiuta professionalità.

«E adesso che ti succede?» Stella la squadrò molto sorpresa, non l’aveva mai vista così ritratta e imbarazzata, per poco non la riconosceva. Isabelle era una tipa che si era fatta avanti sempre a gomitate, con molta scioltezza ed enorme caparbietà e, mirabilmente tenace e sicura di sé, non si sarebbe fatta mai intimidire da niente e da nessuno.

«È qui» smaniò, agitandosi sullo sgabello.

«Chi, Mike?»

“Magari!” agognò, tacita. «No, Moore» confabulò, a denti più che stretti, incurvandosi verso il calice.


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«No! E dov’è? Dài, ti prego, fammelo vedere! Muoio di curiosità.»

E così, di nascosto, Isabelle glielo indicò, cercando accuratamente di non farsi notare, ma si ricordò piuttosto in ritardo che, con una tipa scoppiettante come Stella, la cosa potesse risultare davvero difficile.

«La miseria!» strepitò infatti, ma fortunatamente la sua voce fu coperta dalla musica e dal chiacchiericcio della gente. «Adesso ti credo, è proprio un bel pezzo di…»

«Stella!» la censurò, quasi sdegnata. «Non sai cosa stai dicendo.»

«E tu, cara mia, non sai cosa stai facendo» la strigliò l’amica, anche un filino tracotante. «Non vorrai mica fartelo scappare, sei matta! Al posto tuo, io sarei già lì a fargli le fusa, perché tu no?»

«Non è il momento, ti prego, è già abbastanza imbarazzante.»

Il loro discorso le aveva animate così tanto, che neanche si accorsero che qualcuno era lì, di fianco, ad attendere un po’ di attenzione.

«Signorina?» Una voce cordiale si dispiegò, ed anche ben troppo familiare, se non altro per Isabelle.

Stella, allorché si voltò, rimase per qualche secondo a bocca spalancata, tanto che l’uomo le domandò: «Si sente bene?»

«Sì, mi… mi scusi…» ciangottò lei, palesando una finta disinvoltura. «Desidera?»

«Non si preoccupi» la rassicurò Damian, in tono raffinatamente garbato. «Volevo far presente che la cameriera non passa al nostro tavolo da almeno mezz’ora, e gradirei ordinare un ultimo drink, se non le dispiace.»

“Ma com’è gentile fuori dal suo territorio” pensò dileggiante Isabelle, permanendo in una posizione tale da non far scorgere il suo viso. I capelli slegati l’aiutavano parecchio e cercò di non muoversi, al fine di attirare al minimo l’attenzione su di sé.

«Ehilà, Isabelle!» Una voce ilare e così dannatamente squillante la reclamò, tanto da strapparle un accidenti, ma che per propizia ventura Moore non sentì.

Damian trasalì, quella donna seguitava a perseguitarlo anche fuori dalla sua azienda, era inaudito. Ora gli pareva persino di sentire qualcuno chiamarla, o forse non si trattava di lei, dato che quel nome era piuttosto comune. Ma poi quel tale la chiamò ancora e così si voltò per individuarlo, guardò nella medesima direzione dell’uomo e spalancò senza troppe riserve i suoi occhi blu, resi ancor più intriganti dai fumi dell’alcool.

Vide accanto a sé una creatura splendida, lunghi capelli biondi appena ondulati che scendevano generosi lungo la schiena scoperta, le gambe accavallate che in quella postura lasciavano ben poco spazio all’immaginazione, e due bellissimi occhi dall’indefinito color turchese, rischiarati dalla luce dei neon e da un po’ di porporina spalmata lieve nei contorni, una purpurea bocca luminosa e accattivante, perfettamente disegnata.

Isabelle, a quel punto, non poté fare a meno di mostrarsi a lui, e dopo aver sprigionato un gemito rassegnato lo guardò, in concitata e timorosa attesa. Sapeva cosa l’aspettava.

Per qualche istante Damian non ebbe l’impeto di dire nulla. Era rimasto abbagliato dal diadema di luce che sembrava circondarla, ma in seguito si riacquisì, prendendo atto che fossero le luminarie del locale a fungere da galeotte, unitamente a tutti i drink che aveva ingurgitato finora.

Bastò, per farlo tornare al suo consueto sarcasmo. «Miss Kinsley. Buonasera.»

«Buonasera.» Isabelle cercò di rispondere sbandierando un’aria distratta, però non ci aveva creduto nemmeno lei, figuriamoci quella vecchia volpe.

«Devo rilevare con piacere che, in cospicua evidenza, lei non è soltanto casa e lavoro come intendeva far reputare» anatomizzò, un tono affabile, un’espressione pungente, senza distoglierle neanche per mezzo secondo lo sguardo di dosso.

«Non c’è solo quello nella vita.» Meno male, si era proposto come al suo solito. Se non altro avrebbe potuto tenergli testa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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