SENZA PAROLE, Cap. 3

“Ma tu guarda!” Isabelle era appena rientrata in casa e ancora fremeva per l’agitazione. “Quell’uomo è veramente impossibile… Prenda la metropolitana… Non sono mica una bambina! Anzi, a dir la verità, non ero una bambina neanche quando ero una bambina!”

E maledetti quegli occhi blu come il mare cristallino delle spiagge tropicali, calmo con il sole ma travolgente con la tempesta mossa dagli uragani…

Ma chi era mai quest’uomo così enigmatico, capace di essere duro e dolcissimo da un momento all’altro, colpirla così, come non mai? E sì, che di uomini ne aveva incontrati, anche di fantasmagorici, però nessuno di loro riusciva, o era mai riuscito, a crearle quel tormento e quell’interdizione interna che le sconvolgeva ogni attimo.

Per un uomo così si poteva provare tutto, odio e amore, e se li meritava entrambi, allo stesso modo.

Decise che per quella sera non fosse proprio il caso di starsene in casa, aveva bisogno di aria, di vedere gente amica. Cosicché si dilettò con una rigenerante doccia, si sistemò per bene ed uscì diretta verso il Kursaal, noto locale di Manhattan, dove aveva i suoi più cari amici, anzi, la sua più cara amica, Stella, che lavorava lì come barman.

Montò sull’auto e fece scorrere ambedue i finestrini anteriori, affinché l’aria fresca di primavera le sedasse il bollore alle guance. Ancora si ritrovava in fremito per la vivida sensazione che aveva provato quando Moore le si era avvicinato con quell’aria così incantevole, per non dire sublime, e per un istante aveva immaginato che lui l’afferrasse e la guardasse con quegli occhi così intensi…

E si ripeteva che ciò era un’assurdità, lo conosceva da appena ventiquattrore e già le aveva sconvolto la vita. Chissà come sarebbe finita…

«Jack!» trillò Isabelle, e un uomo, che sembrava pressoché un armadio, si voltò per appurare chi lo avesse interpellato.

E quando lui la individuò, gli s’illuminò il volto. «Isabelle!» Fece largo tra la calca di persone radunatesi in attesa di poter entrare, e la cinse per un braccio. «Stupenda, come sempre.» Le rivolse una rapida occhiata. «Ah, se solo non fossi sposato!»


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«Via, Jack, hai una moglie fantastica» lo rabbuffò, infiorettando un rallegrato sorriso sulle sue labbra.

«Potrebbe anche lasciarmi» sghignazzò lui.

«Sei sempre il solito» sogghignò. «C’è Stella, stasera?»

«Sì, forza, entra.» L’uomo sollevò il cordone dell’ingresso di quel club oltremodo esclusivo e la sospinse verso l’interno. «Ci vediamo dopo.»

«Ok, grazie.» Isabelle si creò spazio tra la gente, tra tutti quei tipi vestiti di tutto punto, dall’aria snob e svenevolmente insignificante. Ma lei ci sapeva comunque fare in quell’ambiente, aveva lavorato lì per anni ed aveva imparato a conoscerli. Erano soggetti un po’ vuoti che gradivano soltanto parlare di sé e delle proprie conquiste amorose e finanziarie, l’auto più nuova, l’appartamento più lussuoso, il cottage rimodernato… insomma, sempre le solite millanterie.

E ci si era mescolata bene in mezzo a quelle storie. Anche dopo aver smesso di lavorarci aveva seguitato a frequentarlo, in quanto aveva legato moltissimo con gran parte del personale e i clienti la trattavano come una di loro, senza sapere che lei fosse di basso rango sociale, o perlomeno non benestante.

«Stella!» La intravide intenta a servire un bourbon.

La donna, identificandone la voce, indirizzò lo sguardo nella sua direzione. Le tracciò un cenno con la mano di attendere qualche minuto e subito le preparò un drink, porgendoglielo di seguito sul bancone.

Isabelle tirò alla svelta due sorsi consistenti, la Karma era già lontana in quel momento, o magari era solo Moore ad essere finalmente lontano. Aveva avuto una buona idea, anzi, geniale, almeno non avrebbe inchiodato i suoi pensieri su quell’uomo impossibile.

Sorseggiò ancora il drink, poi, d’improvviso, una folta chioma rossa le fu burrascosamente sopra, rischiando di farla capitombolare dallo sgabello.

«Allora! Come stai, è tanto che non ti si vede!» esultò Stella, attraverso una voce argentina, acuta e cantilenante.

«Sì, ho avuto molto da fare con l’ultimo master e con l’invio dei curriculum alle aziende, senza considerare i test per ottenere ammissione ai colloqui.»

«Sei riuscita a ricavarne qualcosa?» scalpitò, lo sguardo gaio e speranzoso.

«Direi di sì, lavoro alla Karma Communication.»

«Sul serio?» si elettrizzò, felicissima per la sua amica. «Ma è formidabile, come diavolo hai fatto?»

«In verità, non lo so neanch’io!» le confessò, briosa e cinguettante. «Comunque, a caval donato…»

«Questo è sicuro!» Stella sorrise soddisfatta e si riorganizzò, giusto per non richiamare troppo l’attenzione, dato che le loro urla gioiose avevano già attirato parecchi sguardi incuriositi. «Sono felice che tu ci sia riuscita, era il tuo sogno, e… com’è?»

«Sbalorditivo» sunteggiò. “In tutti i sensi” pensò, un secondo dopo.

«E lui… dimmi di lui, com’è Moore?» fremé l’amica, andando dritta al sodo.

«Direi uguale» schematizzò ancora lei, raffreddando palpabilmente il suo tono.

«Ma che hai?» s’incuriosì Stella, con fare indagatore.

«Nulla.» Un sorso le andò di traverso.

«No… ti sei presa una cotta per il tuo capo!» straripò, illuminando in un baleno i suoi occhi screziati di un verde giada scintillante.

«Ma che dici, parla piano» arrossì, reclinando lo sguardo per celare il suo volto.

«Ti conosco troppo bene, Isabelle, non me la sai raccontare. Io però la vedo.»

«Vorrei cambiare discorso, se non ti dispiace» si stranì, parlarne non era decisamente il caso, non dopo i balsamici propositi che si era prefissata per quella sera.

«Ok, ok» accordò Stella, pur tuttavia ridendosela sotto i baffi. «Allora dobbiamo festeggiare, rimani qui fino alla chiusura così faremo un brindisi alla tua nuova vita, tutti insieme.»

«Non credo, devo svegliarmi presto. Di già, questa mattina che era il primo giorno, ho fatto ritardo e mi sono presa una bella strigliata» si affrancò, un pochino abbattuta.

«Ah… e di quanto?» sobbalzò, parecchio stupita, poiché di regola l’amica spaccava il minuto per la sua puntualità, il suo irreprensibile senso del dovere, perciò le veniva assai insolito che avesse potuto tardare, tanto da subire una consequenziale lavata di capo.

«Di un quarto d’ora.» E si arrestò un attimo a fissarla, nel ricercare rasserenante comprensione. La trovò.

«Un quarto d’ora? Ma cos’è, una piantagione di cotone?» si sbigottì.

Isabelle diede in una liberatoria risata. «Certo che io e te, siamo proprio in sintonia!»

«Anche tu hai pensato la stessa cosa, eh?» arguì l’altra sogghignante.

«Già» confermò Isabelle, con un vispo sorriso, e d’impulso si diede una guardatina in giro. Impietrì.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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