SENZA PAROLE, Cap. 2

Isabelle stenografò senza tirare un fiato e, quando lui la congedò, cercò di confezionarsi un’idea.

Sandra Duvall… Quel nome non le era affatto sconosciuto, lo aveva di sicuro sentito da qualche parte, ma non riusciva proprio a ricordare dove. Digitò il testo al terminale ed inviò il fax.

Ad un tratto iniziò a sentirsi affaticata, si stiracchiò sulla sedia e inarcò la schiena. Dopotutto aveva lavorato senza posa per più di sei ore, pertanto cominciava ad avvertire dolore alla colonna vertebrale. Non era abituata a stare tanto seduta e, a parte lo studio, aveva sempre svolto lavori dinamici.

“Questo nuocerà di sicuro alla mia linea…” considerò tra sé, tenendo conto che le sue forme erano abbastanza pronunciate, se non abbondanti, certo, nei punti giusti, ma amplificarle non era senz’altro il caso. “Forse un buon caffè è l’ideale, a questo punto.”

Si alzò e si diresse verso la macchina dov’era presente un tipetto buffo sulla trentina, comunque discretamente attraente, che appena la vide, la salutò con un caloroso inchino.

«Caffè?»

«Oh, sì, grazie, ce ne vorrebbe un mare» si lamentò lei, pur rivolgendogli un cordiale sorriso.

«Faccio io.» Abilmente l’uomo le riempì una tazza. «Sono un esperto» ridacchiò, e gliela offrì. «Mi chiamo Henry Miles, sono addetto all’ufficio stampa.»

«Isabelle Kinsley, sono…»

«Sì, sì» la interruppe lui, un po’ fremente. «È la segretaria del capo.»


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«Preferirei assistente» puntualizzò, dato che quel termine non le era proprio gradito. Le infondeva un senso di misero gregarismo, evocandole al contempo l’immagine di un paio di mani dattilografanti e nulla di più.

«Miss Kinsley!» Una voce imperiosa si levò dall’altra stanza.

«O piuttosto schiava» integrò, all’istante, nel discernere quel tono che da autorevole era divenuto praticamente assolutistico. «È un barbaro» borbottò, senz’avvedersi che quel Miles aveva udito in pieno il suo apprezzamento, e l’uomo le sfoderò un sorrisetto divertito ma ricolmo di comprensione.

«Scusa, non volevo» si schermì lei, ravvisando di essere stata parecchio sconveniente.

Lui ridacchiò ancora. «Non preoccuparti, posso darti del tu

«Altroché.»

«Allora!» La voce si fece impaziente.

«Oddio, ma perché non s’imbottisce di ansiolitici, così ci lascia fare il nostro lavoro in pace…?» si stressò lei, rassegnata.

«Ti abituerai» la incoraggiò. «Ciao.» E si allontanò dondolando, era davvero un tipo strambo.

Isabelle trasferì lo sguardo verso la soglia dell’inferno ed immise un buon respiro. Ma, appena fu dentro, si accorse che Moore le stava venendo incontro al pari di una straripante valanga e si fermò allibita.

«I tempi di reazione sono minimi, eh?» la investì, socchiudendo gli occhi in movenza intimidatoria.

«Chiedo scusa, ma non mi sono fermata un secondo da questa mattina e stavo prendendo un caffè.»

Lui tamburellò un piede sul parquet. «Miss Kinsley, non siamo al Luna Park, il caffè lo prenderà quando avrà modo, questo è un lavoro di responsabilità in cui si fa sempre tutto di corsa e si combatte contro il tempo. La prossima volta venga appena la interpello altrimenti non andremo d’accordo, è chiaro?»

«Direi cristallinoMa cosa voleva, scorticarla viva? Era una piantagione di cotone o una multinazionale in cui lavorava gente civile del ventunesimo secolo?

E Isabelle ipotizzò che a quell’ora della giornata l’irritabilità dell’uomo pervenisse a triplicarsi, se non di più. Ma perché ce l’aveva tanto col mondo intero?

Sarà stato forse per quella Sandra Duvall? Ma no, lui era un uomo d’affari tutto d’un pezzo, non poteva farsi condizionare a tal punto da una donna, da giungere a compromettere così stoltamente il suo lavoro.

«Porti subito questo documento che mi è arrivato tramite e-mail al ventiseiesimo piano, al dottor Jake. Gli dica che ci sono le mie annotazioni sui margini, mi raccomando, massima discrezione.»

Non era mica un segreto di stato… lo apostrofò lei, tacitamente sarcastica, pur nonostante lo afferrò senz’articolare alcuna parola. Era preferibile non erogargli un ulteriore incentivo per imbizzarrirsi, così, in saggio silenzio, si apprestò a raggiungere l’ascensore.

«Miss Kinsley!»

Isabelle sollevò gli occhi al cielo, e trattenendosi a fatica si volse nella sua direzione, con quieto fare interrogativo.

«Non mi chiede qual è l’ufficio?»

«Lo troverò, non siamo nel centro di Manhattan» tagliò corto lei, pigiando il pulsante per scendere al piano desiderato.

Damian rimase impalato, già, stavolta gli aveva tappato la bocca.

Era pressoché isterico, quella storia lo stava facendo quasi impazzire, eppure non aveva mai reagito così, a nulla, forse neppure a questioni peggiori, tutt’altro. Aveva sempre temporeggiato e, con l’ausilio di calma e riflessione, con gli eccelsi poteri della sua mente ed una giusta dose di freddezza, aveva sempre scovato la via migliore.

Ma stavolta non era così, tutto gli si rivoltava contro, stava perdendo le staffe. Era troppo emotivamente coinvolto per seguire la pratica di persona e quindi, di conseguenza, non sarebbe stato abbastanza obiettivo.

Si lasciò cadere sulla poltrona e fuoriuscì dal suo torace un lungo, estenuato sospiro di rassegnazione, frattanto che il suo sguardo, inavvertitamente, si arenava sulla foto incorniciata di lui e Sandra collocata sulla sua scrivania. Ma come? Era ancora lì? Possibile che non si fosse accorto di averla lasciata lì com’era?

Ma forse, suppose, una segreta speranza aleggiava nel suo cuore. Magari confidava ancora che lei, rinsavendo, giungesse a mollare quel tipo rozzo e dai facili, dubbi costumi, che strappasse quel maledetto contratto e tornasse da lui.

E se Sandra lo avesse attuato sul serio, quale sarebbe stata la sua reazione? L’avrebbe di nuovo accolta con sé? L’avrebbe perdonata per quell’inspiegabile colpo di testa?

Sprofondò ancor di più nella sua poltrona e cominciò a riflettere con attenzione.

Sì, era probabile che quell’uomo le rammentasse suo padre, doveva ammettere che anche nelle sembianze fisiche sussisteva una data somiglianza tra loro. Forse il fatto che quest’ultimo l’avesse abbandonata per seguire quel suo balordo stile di vita, aveva alimentato in lei un incontenibile senso di abbandono e Sandra avrebbe voluto ritrovarlo, in un verso o in un altro.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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