SENZA PAROLE, Cap. 2

Isabelle, dopo che l’uomo l’aveva liberata della sua soffocante e più che deconcentrante presenza, svolse il proprio compito e si avvicinò alla scrivania di Damian, ma non prima, comunque, di avergli cautamente richiesto il permesso. «Mi dica.»

Lui seguitava a mantenere gli occhi fissi su alcuni documenti, dimostrandole, in cosiffatta guisa, che meritassero maggiormente la sua attenzione rispetto a lei, e ostentando un’aria distratta esordì: «È sicura di essere tagliata per questo lavoro, miss Kinsley?»

Lei infiocchettò una piccola smorfia. «Non capisco.»

«La vedo piuttosto in difficoltà, non avrà per caso preso un abbaglio?» ironizzò, con corrosiva, voluta cattiveria.

«Cosa sta cercando di dirmi?» indugiò lei, assediata da un’ingenua curiosità.

«Che, forse, potrebbe rivestire più soddisfacentemente un ruolo analogo eseguendolo per il sindaco» insinuò, in tono molto asciutto, ma carico di malignità.

«Mi prende in giro?» Proseguiva a non capire. “Il sindaco?” E quando mai ci sarebbe arrivata ad un simile incarico?

Damian le lanciò uno sguardo vacuo, ma trapelò dalla sua espressione un percettibile senso di repulsione che lei non riuscì a decodificare. Indubbiamente, però, non aveva nessuna folle predisposizione a farsi trattare per mezzo di tanta ambiguità.

«Senta.» Gonfiò il torace per non perdere un sano controllo. «Io non so a cosa lei stia giocando, ma di certo non mi farò trattare così poco civilmente tramite discorsi ambigui e allusivi. Se vuole che lavori per lei ne sarò entusiasta, in caso contrario può tranquillamente darmi il benservito e proverò con il sindaco.» Si voltò di scatto e chiuse stizzosamente la porta dietro di sé.

Magari aveva esagerato, ponderò Isabelle, allorché si ritrovò spalle alla porta, ma era bene puntualizzare le cose sul nascere, altrimenti la situazione avrebbe senz’altro preso una brutta piega. Non aveva alcuna intenzione di far pregiudicare la propria rispettabilità, del resto non era mica in vendita!


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Conferirle quell’incarico non gli erogava certamente il diritto di giocare con lei in maniera così graffiante. Era più che sicura, non era uno scotto che voleva pagare.

Damian l’aveva attentamente osservata precipitarsi verso l’ingresso.

“Che carattere…” chiosò tra sé, alquanto impressionato, dato che per una simile opportunità offertale quella donna avrebbe dovuto persino idolatrare la terra su cui lui incedeva, e invece reagiva come se mimetizzasse una miccia in corpo che potesse infiammarsi da un istante all’altro.

Ciò non toglieva, in ogni caso, che all’atto pratico lei era l’altra donna del più importante uomo della città, e questo lo faceva addirittura imbestialire. Come poteva essere così insolente ed altrettanto priva di gratitudine per ciò che le veniva concesso, possedendone tuttavia limitatamente merito? “Cose da pazzi…”

Qualcuno bussò alla porta e, certo di chi si trattasse, Damian lo invitò ad entrare. Jake gli rivolse un breve saluto e si accomodò sulla sedia.

«Ho bisogno di parlarti» introdusse, in tono piuttosto grave, e gli porse il famigerato contratto firmato da Sandra a Ralph Benton, il suo maggior concorrente sulla piazza.

Jake diede una celere scorsa al documento ed intuì quale potesse essere il problema. «Devo consultarlo con più attenzione per confermarti qualcosa di definitivo, ora preferisco non pronunciarmi.»

«Ne convengo» concesse Damian, in atteggiamento pacato, ormai rassegnato dall’inevitabile risoluzione di quella vicenda.

Ci era stato su per tutta la notte ed era uscito dal suo ufficio all’alba, con un pugno di mosche in mano. Non c’era altra scelta disponibile, ormai era assodato che l’unica via d’uscita fosse quella legale.

Già, bisognava interdire Sandra, motivando la sua azione come tale di una persona che non possedesse appieno le proprie facoltà mentali. Non che ciò fosse del tutto errato, ma lui non avrebbe mai auspicato di approdare a quel punto, avrebbe danneggiato anche se stesso tramite quell’azione meschina.

Tuttavia non poteva disfarsi di anni di duro lavoro per una donna che, a ragion ben veduta, non lo aveva neanche mai amato ed aveva tentato di distruggere la sua vita, su tutti i fronti. Magari lo aveva attuato inconsapevolmente, chi poteva saperlo, ma era assai dura accettare che le azioni compiute da Sandra, fino ad oggi, fossero state prive di coscienza o peggio ancora mistificanti. Ciò significava che anche il loro matrimonio non era stato autenticamente vissuto da lei e che la loro relazione non era stata altro che un transito per pervenire ai suoi obiettivi, malsani e incomprensibili.

Che cos’avrebbe potuto desiderare di più? Aveva ottenuto ogni cosa, tutto se stesso ed anche parte della sua società. Cionondimeno non le era bastato, cosa cercava ancora? Era un mistero, davvero.

La mattinata si era dispiegata in modo più o meno accettabile. Isabelle si era limitata a completare le sue incombenze senz’accordare troppo peso alle occhiate e alle significative espressioni del suo capo. Non che si fosse disinteressata della motivazione di quell’astruso atteggiamento, però aveva preferito terminare il suo primo giorno in forma assolutamente professionale, senza dare adito a osservazioni poco gradevoli, inneggiando la panciuta intenzione di non stuzzicarlo in alcuna maniera.

È da dire che la sua condotta era stata impeccabile. Aveva reagito ad ogni provocazione attraverso un candido sorriso e con qualche risposta impersonale, seppur velenosa, e inaspettatamente le ore erano schizzate via in un batter d’ali.

Per colazione non era uscita dall’edificio, aveva preferito rimanere a studiare la situazione e la documentazione lasciata in sospeso dalla precedente assistente.

«Ha proprio fegato per sopportare un tipo del genere» aveva commentato a mezza voce, e ci avrebbe scommesso un occhio che la gravidanza di quella donna rivestisse un puro pretesto per non licenziarsi e, di conseguenza, non riversare un brutto colpo alle sue referenze. Era indubbio che fosse la scelta migliore.

L’interfono suonò e la voce stentorea all’altro capo del filo le ingiunse: «Venga nel mio ufficio, deve inviare un fax.»

Isabelle si alzò, carica di calma e coraggio, ed entrò nella stanza.

«Si sieda. Sa stenografare?»

“Certo, che domande!”

Lei, comunque, annuì indirizzandogli uno sguardo pacifico e si accomodò su una sedia dinanzi a lui, il quale si accinse subito a dettarle il testo.

Damian avrebbe preferito operarlo di persona, data la riservatezza della questione, ma non avendo tutto quel tempo a disposizione, aveva concluso che in quanto a discrezione Isabelle fosse la più indicata, considerando esaustivamente i fatti che la riguardavano.

Il testo si riferiva, infatti, alla richiesta di una perizia psicologica, o più indicativamente psichiatrica, da compiersi su una certa Sandra Duvall, con specifica pretesa di attenersi alle precedenti sedute a cui lei si era sottoposta, e di redigere una relazione completa. A mali estremi, estremi rimedi.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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