SENZA PAROLE, Cap. 2

Isabelle si svegliò di soprassalto. “Cielo, che ora è?” E il terrore l’assalì, non poteva certo far tardi il primo giorno!

Il sonno era stato così profondo durante la notte che non si era svegliata neanche una volta, fatto che capitava di rado perché conservava sempre un orecchio ben desto a qualsiasi rumore. Vivendo da sola in quella grande città, densa di possibili pericoli, aveva imparato ad essere previdente e sempre preparata ad ogni spiacevole eventualità.

Tuttavia quella notte era come se avesse rappresentato l’inizio di un nuovo capitolo della sua vessata esistenza. Aveva concretato le sue aspettative e, finalmente, si era potuta riposare senza troppi pensieri.

Allungò la mano sul mobiletto ed accese il telefono. “Le sette.” Tirò un sospiro di sollievo e si alzò di volata, tanto entusiasticamente che in un lampo era già a bordo della sua piccola coupé, discutendo con un automobilista che tardava ad oltrepassare il semaforo. “Proprio oggi mi doveva capitare!”

Il risultato fu, che troppe ne incontrò per strada, e come se un beffardo destino si fosse accanito contro di lei, un’ennesima prova da superare, riuscì ad entrare trafelata nell’ingresso principale della Karma Communication alle otto e undici minuti, intanto che il tipo alla reception la guardava con un atteggiamento variegato tra il rallegrato e lo stupito.

«Si è fatto tardi?» E le indirizzò un inchino come se nel contempo intendesse salutarla, mentre lei, di rimando, gli lanciò un fugace sorriso.

«Buongiorno» gli augurò, un po’ tirata, e subito sparì nell’ascensore.

“Che figura…!” si disapprovò tra sé. “L’assistente del presidente che piomba nell’atrio come una psicopatica, e che fa ridere pure il custode!”

Ma per buona sorte, considerò, c’erano ventisette piani di tempo per riaccomodarsi. Estrasse uno specchietto dalla ventiquattr’ore e, per nulla curante dei passeggeri che stavano intraprendendo con lei la traversata del grattacielo, si accinse ad ispezionarsi il volto per cercare di rimediare a qualche eventuale sbavatura del rimmel, in seguito alla corsa affannata che aveva sostenuto.

Ad un certo punto avvistò il numero ventisette accendersi. “Eccolo” pensò, si ricompose in toto, e con l’ausilio di pochissimi passi fu alla porta di Damian. Bussò, nessuna riposta, riprovò.


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«Avanti» sentì tuonare all’improvviso, ed entrò.

«È un po’ troppo impaziente» sentenziò la voce di un uomo che, seduto sulla poltrona al centro della stanza, le dava le spalle, mentre parlava al suo telefono cellulare rivolto verso la vetrata, rimirando la città che, frenetica e caotica, si apprestava ad iniziare la propria giornata lavorativa.

La sua voce fu per lei come un boato. “Non me lo ricordavo così…” si disse, un tantino scombussolata.

Poi non ci furono dubbi, lui si voltò e la guardò con fare molto sarcastico. «Cominciamo bene, miss Kinsley. È in ritardo.»

«Lo so, chiedo scusa, ma sa, il traffico…» brancolò, cercando di riconquistarsi dal suo immediato sconcerto.

«Farebbe bene a prendere la metropolitana, signorina, se non è in grado di gestire i suoi tempi» la troncò lui, in tono assai brusco.

Era irritato, tuttavia lei non poteva avere la cognizione del motivo. Supponeva che fosse a causa sua, poiché non immaginava che Damian quella notte, al suo contrario, non aveva chiuso occhio.

«Mi porti un caffè, per favore.»

«Sì» indulse lei, timida ed esitante. “Ma non gli farà certo bene” meditò, era stirato come la corda di un violino ed erano soltanto le otto e un quarto del mattino.

Sistemò velocemente i propri effetti sulla sua nuova scrivania e si diresse alla macchina del caffè. “Oddio…” Sussultò. “E adesso come lo vorrà?” Però le sembrava stupido andarglielo a chiedere e così fece di testa sua, seguì il suo istinto.

Prese una tazza di caffè nero con zucchero e latte a parte. Almeno era sicura di non dover, in caso, sostenere due viaggi, e glieli portò.

Lui era chino su alcuni documenti e neanche la guardò. «Poggi lì» la istruì, senza sollevare gli occhi dalla scrivania, poi, quando lei fu ormai alla porta, «Non male come inizio» commentò, svelando un sottile tono di approvazione.

“Per un caffè” pensò. “Si accontenta di poco” rifletté, e si voltò per intero nella sua direzione. «C’è qualcosa che posso fare per iniziare?»

«Chiami l’ufficio legale e mi mandi su il dottor Jake, ho alcuni documenti da fargli esaminare.»

«Nient’altro?»

«Gli dica di non farne parola, capirà.»

Isabelle si allontanò, alquanto claudicante per via di quel fare sempre più autorevole, e allorché si ritrovò alla sua scrivania, cominciò a trafficare con la rubrica. Ma Jake era il cognome? Che disastro, sembrava una principiante, poi roteò gli occhi e sbuffò: «Ma lo sei, stupida…»

«Come ha detto?»

Lei trasalì e se lo trovò davanti, dall’alto del suo metro e ottanta, sbigottita. «Mi chiedevo se Jake fosse il cognome.»

«È naturale, ho migliaia di dipendenti, non vorrà che li chiami tutti per nome» la rimbeccò, piuttosto cinico e superbo.

«Sì, molto impersonale» glossò lei, impiegandovi un fil di voce, tuttavia pungente e inquisitore, tanto che lui udì alla perfezione il suo commento, rimanendone oltremodo seccato.

«Avrei un paio di cose da dirle, signorina, dopo che avrà fatto ciò che le ho chiesto.» Era davvero più irritabile del solito, fece per voltarsi, quando, d’istinto, si soffermò sugli occhi della donna.

«Oggi è senza occhiali» rilevò, e si accorse che brillavano di un azzurro smaltato così intenso, da suscitargli un tempestivo brivido nella schiena. Non aveva notato in precedenza che fossero talmente profondi e luminosi al tempo stesso, o forse sì, ma in quel preciso istante non ne aveva la più pallida idea.

Lei, che solo al momento si rese conto di averli dimenticati a casa per la fretta di esser puntuale il suo primo giorno, chinò lo sguardo senza ribattere, e Damian piegò le labbra in una sorta di sorriso maligno, come se avesse aspirato a porla in imbarazzo, convinto fuor di misura che le sue armi non avrebbero funzionato con lui.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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