SENZA PAROLE, Cap. 19

Il tenente Ripley si avvicinò adagio a lui, governato da una visibile riluttanza per il timore che quell’ordigno potesse ancora saltare in aria, e dopo aver emesso un esile colpetto di tosse avviò: «In seguito alla perquisizione nelle varie abitazioni abbiamo rinvenuto un’infinita quantità di prove, tanto da sbatterlo al fresco per molto tempo, sulle attività illecite di Ralph Benton, su truffe organizzate, giri di droga e prostituzione, mazzette pagate ai politici, nonché una vasta documentazione sul suo conto, dottor Moore.»

Damian elevò lo sguardo, perplesso ma circospetto. «Non crederà mica che io…?»

«Oh, no, niente affatto, si tranquillizzi» deglutì, paventando il peggio. «Ciò che intendo dirle è che quell’uomo era provvisto di una vera ossessione per lei, direi nientemeno morbosa, e a parer mio è proprio da internare. La pedinava da anni, tenendo con cura quasi maniacale un vasto fascicolo riportante gli eventi della sua vita descritta meticolosamente passo per passo, articoli e ritagli di giornale su di lei e su tutte le persone che frequenta e che ha frequentato.»

Damian era sbigottito, non riusciva a focalizzarne il motivo, in quel momento era troppo confuso, il suo pensiero era da tutt’altra parte, era con Isabelle, il suo dolce angelo che si era immolato per salvarlo, che stava rischiando la vita per lui. «E perché, secondo lei?»

«Solitamente è una sorta di disturbo, certi soggetti psicotici tendono a voler fruire di tutto ciò che possiede un individuo prescelto come idolo, incluse le persone che gli stanno accanto e che lo amano. Innalzano la sua esistenza a ideale di vita, con la segreta speranza di diventare un giorno quella medesima persona, ma distruggendola conseguentemente e occupandone il posto, in tutto e per tutto. Questo spiega il motivo per cui Benton abbia utilizzato la maggior parte dei proventi ricavati dal crimine organizzato per fondare una società come la sua.»

«Che fosse un degenerato ne avevo la certezza, ma non fino a questo punto…» E scosse la testa. «Ma ora c’è qualcosa che devo fare. Se ciò che sostiene corrisponde alla verità, significa che Isabelle è ancora viva. A quanto dice quel miserabile sa che sono innamorato di lei e non l’avrebbe mai uccisa, non prima di possederla, non prima che si fosse data a lui, e di questo, se mi permette, sono assolutamente convinto.»

Si alzò dalla sedia e riesumò le austere spalle. «E adesso, se vuole scusarmi, devo trovarla, dato che voi avete già gettato la spugna. E la troverò, glielo assicuro.»

Quando Isabelle si ritrovò segregata in soffitta s’impegnò a ragionare con calma, aveva un po’ di tempo prima che Benton tornasse alla carica e doveva agire in fretta.

L’uomo aveva disposto al suo galoppino di rinchiuderla dentro una specie di sottotetto in cui si entrava tramite una botola che non era a vista, in quanto, una volta chiusa, si confondeva con il soffitto stesso. Concordò che fosse davvero ingegnoso, chissà quante persone erano state nascoste lì, e forse anche per l’ultima volta…


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Ma si diede una rapida scrollata, non voleva certamente compiere la stessa fine. Non era sicura di ciò che quel maledetto sarebbe giunto a farle, e nel rischio non voleva decisamente saperlo.

Si sporse alla ridottissima finestra che ridava sul giardino e rilevò, con smisurato rammarico, che fosse troppo alto per potersi agevolmente calare da lassù. Se non fosse morta per mano di Benton probabilmente sarebbe successo in seguito a quel gesto scriteriato, ma a conti fatti avrebbe preferito la seconda eventualità, perché tentando quella via di fuga sussisteva come minimo una possibilità di salvarsi.

Aprì la finestra e all’istante le mulinò turbinosamente la testa, aveva sempre sofferto di vertigini e questo non volgeva proprio a suo favore.

Emise un buon respiro e, seppur con colossale amarezza, capì di non aver altra scelta. Anzi, magari quella, semmai fosse sopravvissuta, sarebbe stata l’occasione per vincere la paura che l’aveva sempre tormentata fin da piccola, nel tempo in cui i suoi incubi ricorrenti erano stati quelli di cadere nel vuoto, l’immane terrore di essere risucchiata dagli abissi.

Chiuse gli occhi e si costrinse a non guardare di sotto, ma nel muovere i primi passi sul cornicione, si accorse che la cosa non le risultava così facile come aveva sperato all’inizio. Rabbrividì di paura e le si manifestò un attimo di panico.

Si arrestò, aderì completamente al muro, vi si aggrappò con forza, stava per piangere.

«Isabelle, non è il momento» si spronò, con un fil di voce, cercando di far svanire la paura, e il suo pensiero si mosse a Damian.

No, voleva rivederlo, non aveva nessuna intenzione di morire proprio adesso.

Lentamente ricominciò a muovere qualche passo, e man mano iniziò a prendere dimestichezza in quel ristrettissimo percorso, anteponendo un piede dopo l’altro, estremamente attenta a non scivolare.

E senza quasi avvisarsene, giunse al termine della facciata dov’era installata la gronda di scolo delle acque. Tirò un rincuorato respiro e teorizzò che sarebbe stato più facile da quel momento in poi, l’avrebbe discesa come se fosse un albero, pentendosi comunque di non essersi mai arrampicata su uno di essi.

“Oppure no” dubitò, subito dopo, e principiò a tentennare. In effetti non sarebbe stato tanto semplice, dato che anche il suo abbigliamento non le era d’aiuto. La gonna stretta e corta, per non considerare le sue décolleté a tacco alto, le stava ostacolando piena libertà di movimento, assolutamente basilare in quel frangente.

Pensò ancora a Damian e zirlò: «Se esco viva da qui, ti giuro, amore mio, che d’ora in avanti indosserò solo pantaloni!»

Tuttavia si animò ed incominciò a discenderla, lo sguardo sempre sapientemente incollato al muro, dritto davanti a sé.

Ed era quasi arrivata all’inizio del primo piano che avviò a rilassarsi, per benigna ventura si trovava sul lato opposto del fronte strada e non c’era pericolo che qualcuno potesse avvistarla. Almeno in quella faccenda c’era qualcosa di positivo, pensò, e pian piano discese ancora, ormai mancava poco.

Poi successe una cosa improvvisa, un qualcosa che, ahimè, non aveva calcolato: gli agganci della gronda non ressero il suo peso e si strapparono dal muro.

Per non cadere si aggrappò ad alcune piante rampicanti che coprivano buona parte della villa, ma com’è agevole presumere neanche loro la sostennero, e inevitabilmente si ritrovò a fluttuare nell’aria, sprofondando in quel vuoto in cui troppe volte aveva temuto di precipitare, come in quei sogni sinistramente vividi che, a quanto appare, erano premonitori.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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