SENZA PAROLE, Cap. 19

Isabelle si acciuffò il labbro inferiore con i denti, un po’ frastornata. Quando aveva trovato la procura nello studio della villa di Benton, chiusa in un cassetto insieme al contratto, non aveva neppure esiguamente sospettato che quella fosse l’unica copia.

Certo, era senz’altro l’originale, non come quella che Benton aveva distrutto di fronte a Damian, avendola contraffatta così bene da sembrare l’originale stesso. Ma lei non aveva dubitato neanche per un secondo che non ci fossero altre copie in giro, ed ancora si era ritrovata a cercarle, ovviamente senza riuscire a trovarne nemmeno una.

Aveva avuto ragione, quell’uomo era di un banale e d’un prevedibile spropositato, e Isabelle si ammonì con biasimo per non aver dato retta al suo intuito. Avrebbe potuto andarsene alla svelta e pertanto evitare di cacciarsi irreparabilmente in quella pericolosa situazione.

D’altro canto, però, era probabile che essendo ormai trascorsi quattro giorni da quando aveva sentito Stella per l’ultima volta, l’amica si fosse mossa per dare l’allarme, dacché in precedenza, quando Isabelle era stata assente per qualche giorno, si era sempre messa in contatto con lei per rassicurarla e farle sapere che stava bene.

«Non penso che abbia qualche possibilità di rientrare in possesso di tali documenti, dottor Benton.» E spinse in fuori il mento in miniante atteggiamento fiero.

Benton scoppiò in una rumorosa risata, agitata, stava chiaramente perdendo la pazienza. «Scott» stridé, con la gola collericamente contratta, tendendo un palmo a quella specie di colosso che aveva tenuto sottochiave Isabelle.

L’uomo interpellato gli consegnò una pistola e Benton la puntò verso di lei. «Ora vediamo se ti stancherai di fare la spiritosa» ringhiò, supremamente soddisfatto dal lampo di terrore che attraversò gli occhi della donna.

«Vedo che cominciamo ad andare d’accordo» si compiacque più avanti, rilevando il suo sopraggiunto silenzio. «Sto aspettando.»

Ma Isabelle era convinta che quel maledetto non lo avrebbe mai messo in atto, in caso avesse voluto indietro la procura, anzi, se Benton avesse saputo dove l’aveva nascosta, per lei non ci sarebbe stato più nulla da fare.

Però lui si alzò, e quando fu a un passo da lei le collocò la bocca della rivoltella sulla tempia, premendovi con forza. Le si accostò ad un orecchio e a mandibola contratta crepitò: «Vale tanto il tuo Moore, Isabelle?»


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«Mi ucciderà lo stesso, quindi che io parli o no, non farà alcuna differenza.»

«Sei molto coraggiosa.» Benton tolse la sicura al revolver. «Dimmelo!» ruggì, all’improvviso, calcando ancora più energico. «Dimmelo, piccola canaglia!»

«Pennsylvania Station…»

«Pennsylvania Station?» L’uomo allontanò l’arma da lei, stupefatto da siffatta risposta.

Isabelle, ormai vinta e sopraffatta, impugnò la chiave che aveva appesa al collo e gliela consegnò. «C’è una cassetta registrata a mio nome, la procura è lì.»

Benton abbrancò la chiave con violenza, strappandogliela via dalle mani. «Se mi hai mentito, tornerò qui e ti ucciderò.»

Si ruotò in corrispondenza della porta, e rivolgendosi a Scott gli ordinò: «Trasferiscila in soffitta, è presumibile che vengano a cercarla di nuovo e stavolta con un mandato. Mi raccomando, sei solo tu a saperlo, se la trovano ti riterrò personalmente responsabile.»

Infine si volse verso Isabelle, squadrandola per intero dalla testa ai piedi, e nel soffermarsi con viscida insistenza sulle sue gambe sancì: «Potrei anche decidere di perdonarti, vedremo, in fondo sei un bel bocconcino e sarebbe un vero peccato privarmi di tanta squisitezza.»

Damian stava osservando rabbiosamente l’interrogatorio di Benton, al di là del vetro oscurato dello specchio dei riconoscimenti.

Quell’uomo stava riuscendo a beffeggiarsi persino dei federali. Attorniato dai suoi legali girava intorno alle parole, rideva, persisteva con il suo fare indifferente, sguainando una totale sicurezza, pienezza di sé.

Evidentemente, desunse Damian, quel bastardo era fin troppo sicuro che non avrebbero mai trovato Isabelle, e questo gli trasmise una dirompente inquietudine. Stava temendo palpabilmente di non rivederla mai più.

Con lui c’erano anche Jordan e il sindaco, a Stella non avevano permesso di entrare, ma Damian le aveva promesso di tenerla al corrente, ringraziandola caldamente di averlo avvisato, felice che in quella circostanza non avesse dato retta a Isabelle. Senza il tempestivo intervento della donna, infatti, la polizia avrebbe combinato ben poco, disponendo in serio pericolo la sua vita.

Ad un tratto entrò il tenente Ripley. «Dottor Moore?»

Damian si voltò di scatto verso di lui, con genuino impeto. «Allora, l’avete trovata?»

L’uomo dissentì con un gesto delle labbra. «No, non è in nessuna delle stanze della villa e a questo punto potrebbe essere ovunque.»

«Avete controllato alla Benton Enterprises?» Damian era ansioso, disperato.

«Certamente» avallò l’altro, annuendo con la testa. «Abbiamo cercato anche nel suo appartamento vicino all’azienda, ma di lei non c’è alcuna traccia, mi dispiace.» Attese un simbolico istante e professò: «Credo che dobbiate cominciare a familiarizzare con l’idea che non ci sia più niente da fare.»

«No… non è possibile!» Peterson gemé sconsolato e Damian, dopo avergli lanciato una fugace occhiata, si precipitò come una furia fuori dalla stanza, entrando quasi simultaneamente in quella degli interrogatori.

Si scaraventò di peso su Benton, abbrancandolo per il collo e sollevandolo con animosa forza contro il muro. «Dov’è! Dimmi dov’è, maledetto!» Urlava come un indiavolato e lo comprimeva contro la parete con una tale violenza che Benton principiò ad annaspare, quasi senza respiro, a causa della brutale e feroce presa che lo serrava.

Ci vollero due agenti per dividere Damian dall’uomo, e mentre lui protraeva a tuonargli contro, schiumante di collera, le pupille vitree ma dilatate, Benton gongolò: «Attenzione, Moore, potrei denunciarti per aggressione», stilizzando uno sguardo più che beffardo.

E assai compiaciuto nel riscontrarlo in quello stato di pura insania, con un ghigno satanico infierì: «Non la troverai mai, te la puoi scordare.»

Damian fece per lanciarglisi di nuovo contro, a dir niente imbestialito, allorché un agente corse in aiuto degli altri due e gli uomini riuscirono a farlo uscire dalla stanza, seppur impiegando uno sforzo per nulla irrilevante.

«Dottor Moore, si calmi…» Il tenente Ripley era interdetto, non sapeva come far fronte a quell’imprevista situazione, e a poca distanza anche Jordan era esterrefatto della violenta, incontrollata reazione di Damian a cui, in circa quarant’anni che lo conosceva, non aveva mai assistito.

Damian ansava, aveva le lacrime agli occhi per la rabbia e la disperazione, ma poco a poco si mitigò e si accasciò su una sedia, ricurvo su se stesso, brandendosi il volto con le mani.

«Isabelle…» palpitò, tremò all’inverosimile. «Te lo avevo promesso e invece… Sono stato un idiota, un folle. Perché… perché non mi sono fidato di te?» Non aveva più energie. «Dove sei? Dove sei…» ansimò, diminuendo sempre più, il tono della sua voce.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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