SENZA PAROLE, Cap. 19

Erano all’incirca le quattro del pomeriggio e Benton era appena rincasato, quando udì bussare con un certo fervore alla porta d’ingresso.

Subito si spazientì, e ingiunse burberamente ad un suo scagnozzo di recarsi ad aprire, ordinandogli imperativamente che chiunque fosse stato a cercarlo non era intenzionato a riceverlo. Non voleva vedere nessuno.

«Capo… la vogliono all’ingresso» azzardò il tizio, ricomparendo nella stanza.

«Sei un imbecille! Ti avevo detto che non volevo essere disturbato. Cos’è, parlo forse arabo?»

«No, capo, ma non ho potuto fare altrimenti. È la polizia.»

Benton s’irrigidì, ma accortamente ricomposto si affacciò all’uscio, e ostentando una grande, falsissima cortesia, accolse il capitano della polizia, informandosi laconicamente sul motivo di quell’inaspettata visita.

«Sappiamo che una sua dipendente è scomparsa da giorni e vorremmo rivolgerle qualche domanda, se non le dispiace.»

«In verità, sì, capitano, sono molto stanco. Si presenti qui domani e con in mano un mandato. Adesso la saluto.» E gli chiuse spocchiosamente la porta in faccia.

Damian era seduto nella sua limousine, davanti alla villa di Benton, accanto a Stella che fremeva per l’impazienza.


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«Stia calma, si sistemerà tutto» la quietò, ravvisando in parallelo di essere più agitato di lei, e quando udì bussare al finestrino che celermente aprì, si trovò dinanzi il capo della polizia, il quale desolatamente gli comunicò che Benton non aveva permesso loro di entrare. Forse perché nascondeva qualcosa, commentò alla fine.

«Dannazione!» conflagrò Damian, quel bastardo avrebbe avuto il tempo sufficiente per sbarazzarsi delle prove, o peggio ancora della stessa Isabelle. «Siete degli incompetenti, perché non vi siete muniti anticipatamente di un mandato? Avete corso un forte rischio, quell’uomo sa il fatto suo. Vi avevo avvisati, era naturale che non avrebbe collaborato.»

Poi puntò il gomito sul bracciolo dell’auto e adagiò il mento sul dorso della mano, in una pausa di attenta elucubrazione.

«Questo è un lavoro per i federali» conciliò, da ultimo, poiché in pratica Benton era un malavitoso ed era indubbio che fosse sorvegliato dall’FBI. Questa per loro sarebbe stata l’occasione di sbatterlo in galera, tutto sommato il sequestro di persona era un crimine, magari ben poca cosa rispetto al resto, ma sarebbe stato comunque un inizio.

Con lui fermo in centrale gli agenti federali avrebbero potuto perquisire indisturbati la sua casa ed anche la sua azienda, e male che fosse andata avrebbero senz’altro scovato qualcosa. I traffici di Benton erano troppo estesi per non lasciare anche una ridottissima traccia.

Il capitano s’indispettì. «Come intende agire, cioè, cosa pensa che riescano a fare, al contrario di noi?»

Damian gli riservò un’occhiata sferzante, non era certo l’ambito adatto per mettersi in competizione con l’FBI. C’era in gioco la vita di Isabelle e ciò lo contrariò non poco.

«Sono convinto che detengano maggiore autorità per agire, signor Thomas» lo stigmatizzò, palesandogli funereo astio dal suo sguardo oltraggiato, e si volse verso Stella. «Faremo sorvegliare la cassetta in Pennsylvania Station. Di sicuro Benton andrà lì a cercare la procura, ammesso che non lo abbia già attuato, e questo rappresenterà un valido motivo per richiedere al giudice un mandato, dato che la cassetta è intestata a Isabelle, una persona che risulta attualmente scomparsa.»

«E se ci fosse già andato, dottor Moore?» vacillò la donna, in manifesto stato apprensivo.

«Dobbiamo sperare, Stella, senza lasciare nulla d’intentato, e soprattutto non dobbiamo dare le cose per scontato. È possibile che lui non ne abbia avuto ancora il tempo o che tuttora non sappia dell’esistenza della cassetta. D’altronde lei è andata stamani ad ispezionare la cassetta trovandoci la procura, giusto?»

Stella annuì fiduciosa.

«Bene.» Damian per il momento si rilassò, ma doveva obbligatoriamente rimanere lucido, ne andava della vita di Isabelle e non poteva rischiare di perderla ancora.

Non sarebbe più accaduto, si ripromise, tracciando un gesto a Pierre per raggiungere la loro prossima destinazione.

Benton risalì frettolosamente le scale, stizzito e infervorato per tale visita. “Quella maledetta mi sta creando troppe seccature. Ora capisco perché Moore me l’ha lasciata senza fare storie, è perfino peggiore di quella carogna di Sandra.”

Approdato al secondo piano della villa, con malgarbo fece cenno a uno dei suoi tirapiedi di aprire la porta interessata, ed entrò nella stanza.

«Bene, Isabelle, a quanto pare il tuo principe azzurro ha mangiato la foglia, però non credere che sarà così facile.»

Lei lo guardò con aria duellante, per niente intimorita da quella vacanza forzata. Ormai aveva accettato l’eventualità che potesse accaderle qualunque cosa, anche di terribile, ed aveva deciso di affrontare, con debita responsabilità e grande dignità, tutto ciò che quel viscido le avrebbe riservato. Del resto se lo era cercato.

Lui si accomodò su una sedia e la fissò, predato da una crescente rabbia. «Ora, se non vuoi pentirtene, mi dirai dove hai nascosto la procura.»

«Ma quanto zelo!» si sfrenò. «Tante storie per un misero pezzo di carta, e poi sono certa che lei sia in possesso di altre copie, quindi perché non mi lascia in pace?» guerreggiò, aggrappandosi all’infinitesimo residuo di spavalderia che le era rimasto.

«Credi realmente che se avessi avuto altre copie, starei qui a perdere tempo con te?» Si protese verso di lei, scavalcò le gambe e puntò i gomiti sulle cosce. «Piccola ingenua… in tal caso ti avrei già eliminata, Isabelle, fidati» grugnì, saettando un bagliore omicida dai suoi raccapriccianti occhi scuri.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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