SENZA PAROLE, Cap. 19

«Gladys! Santo cielo, vuole portarmi quella dannata pratica!» Damian era particolarmente nervoso e l’inefficienza di quella donna non faceva che peggiorare il suo stato.

Era trascorso un po’ di tempo, che lui aveva ritenuto quasi un’eternità, dall’ultima volta che aveva visto Isabelle a casa di Benton.

Quella sera, dopo le sue dure parole, aveva abbandonato la festa, aveva deciso di rispettare le sue decisioni e di lasciarla in pace. Dopotutto aveva provato più di una volta a farle cambiare idea e non aveva intenzione di perseverare nella propria ostinazione.

Isabelle non era un’adolescente priva di esperienza e, se autentiche erano le sue convinzioni, senza dubbio valutate con estrema coscienza, aveva il completo diritto di rimanere ferma nella sua posizione. Insistere sarebbe stato inutile.

Di certo, però, tutto questo non gli riservava una grande gioia, anzi, gli doleva enormemente che lei si fosse persuasa di cose così insensate. Lui non amava più Sandra, forse non l’aveva mai amata.

Era giunto alla conclusione, in seguito ad attente e mirate riflessioni, che in sostanza era stato innamorato solo dell’idea di lei, del mistero che l’aveva involta quel giorno, al ballo delle debuttanti. Ma tutto ciò che era avvenuto dopo, aveva fatto sì che lui si risvegliasse di prepotenza da quel sogno in cui era stato trascinato, incurante di vedere la realtà, risoluto a trasformarlo nella realtà stessa.

E il pensiero che Isabelle avesse potuto fondatamente credere che lui ne fosse ancora coinvolto, gli scagliava dentro un notevole sconforto, era amareggiato che non avesse avuto fiducia in lui, ma lo era soprattutto nell’aver preso atto di essere impossibilitato a farle mutare opinione. L’aveva vista fin troppo convinta e ciò lo aveva immensamente demoralizzato.

Non poteva continuare a correrle dietro, non sarebbe stato giusto, per entrambi.

Lei non voleva credergli, aveva deciso così, di punto in bianco, collocandolo in una persistente condizione di non poterle spiegare, frapponendo un muro invalicabile tra loro, e Damian di conseguenza aveva arguito di non fidarsi più di lei. Quel comportamento era oltremodo inspiegabile e mandava a monte ogni più piccola speranza, ogni speranza che Isabelle fosse effettivamente ciò che lui credeva.

Ciononostante aveva ammirato il suo coraggio, la sua determinazione a volerlo a tutti i costi salvare, impedendo di far crollare l’azienda tramite il suo nobile gesto. D’altronde lavorare per quell’uomo non era la massima aspirazione per chiunque, e di sicuro non era una nota favorevole da inserire in un qualsivoglia curriculum.


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Benton non si era fatto più vivo, ciò significava che era soddisfatto di quello che aveva ottenuto, inspiegabilmente. Possibile che Isabelle fosse così importante per lui?

Non aveva senso, Damian era stato sempre del parere che non si sarebbe accontentato. Dopo Isabelle avrebbe preteso qualcos’altro e sarebbe giunto, alla fine, a sottrargli ugualmente la Karma Communication.

«Gladys!» Ma cosa stava combinando, emise un sedante respiro per riuscire a controllarsi e si alzò, avviandosi quasi tempestoso verso la porta, allorché la donna apparve sulla soglia e tentò di giustificarsi: «Mi scusi, dottor Moore, ma…»

«Ma quali scuse, Gladys!» l’assalì, revocando in un attimo ogni suo buon proposito di conservare un dato rigore. «È circa un’ora che deve portarmi quella pratica, non la starà mica fabbricando?»

«No, in realtà volevo comunicarle che c’è una donna che si ostina a volerle parlare, dice che è molto importante. Le ho precisato che senza regolare appuntamento non può riceverla, ma è piuttosto insistente.»

Damian si arrestò, lievemente sorpreso. «Va bene, la faccia entrare e mi porti quella pratica, subito.»

«Sì, dottor Moore.» La donna uscì alla stregua di un missile, come se fosse appena scampata a un furibondo uragano tropicale, e lasciò il posto alla persona che attendeva fuori dall’ufficio.

«Cosa posso fare per lei?» s’informò Damian, con aria casuale, senza dapprima riconoscerla.

«Dottor Moore…»

La voce non gli era affatto sconosciuta, perciò la osservò con più attenzione e in seguito la riconobbe. «Stella… cosa ci fa lei qui?» Era abbastanza perplesso, ma non appena adocchiò la sua espressione a dir meno angustiata, all’istante si allarmò. «Va tutto bene?»

«Per la verità no, dottor Moore» si penò Stella, scortata da un’espressione tormentata che le velava lo sguardo. «Sono qui per Isabelle, è scomparsa, sono quattro giorni che non ho più sue notizie.»

Lui s’indurì di colpo, ma poco più avanti convenne che un simile allarmismo fosse piuttosto esagerato. «Non ha provato a cercare a casa di Benton?» la saettò, stillandone una gelida ironia.

«Dottor Moore» si seccò, nell’aver ben intuito la situazione. «So che lei è convinto che Isabelle stia con quell’uomo, ma si sbaglia. Isabelle si era trasferita a casa mia, decisa a lavorare momentaneamente per Benton con l’intento di sottrargli segretamente la procura, ma ora sono giorni che non riesco a trovarla da nessuna parte, né al lavoro né per telefono. Ho tentato anche di andare alla villa ma mi hanno praticamente buttata fuori, sottolineandomi di non sapere chi fosse questa Isabelle.»

Poi slacciò la sua borsetta e ne estrasse un documento custodito in una busta sigillata. Damian, ancora rintronato, la prese e l’aprì.

Era la procura.

«No, Isabelle…» tribolò, fintanto che una paura lacerante non principiò ad impossessarsi di lui, disumana e impietosa. «Ora mi spiegherà tutta la storia e non tralasci nessun particolare, intesi?» la indusse, ansioso, fremente, invitandola subito a sedersi tramite un gesto della mano.

Stella gli raccontò del piano di Isabelle, della cassetta affittata in Pennsylvania Station e del fatto che lei lo avesse allontanato soltanto per non insinuare dubbi in Benton ed agire totalmente indisturbata. Gli spiegò inoltre di come il bacio intessuto con Sandra fosse divenuto un pretesto al fine di lasciarlo, quantunque ne fosse rimasta efferatamente scossa.

«Isabelle la ama profondamente, dottor Moore, e nel dubbio si è ugualmente sacrificata, per salvare lei e la sua società, senza pensarci più di una volta.»

«Lo supponevo.» Damian era dilaniato da un cieco terrore, l’agghiacciante paura che fosse successo qualcosa di ferale lo stava subissando, impedendogli di reagire e di riflettere compositamente sul da farsi.

«Ho atteso di venire da lei, dottor Moore, perché Isabelle mi aveva pregata di non coinvolgerla, in nessun caso, ma di andare direttamente alla polizia per denunciare i fatti, semmai non l’avessi vista tornare a casa per un periodo abbastanza prolungato, visto che in un paio di occasioni non è rientrata. Ha trascorso la notte da lui.»

«Dio, Isabelle…» Damian era alla mercé della sua angoscia. «Sei una pazza, perché sei andata da lui, non dovevi…»

Il panico lo stava pressappoco schiavizzando, ma poi lentamente riacquistò, anche se a malapena, il suo autocontrollo. «Invece ha fatto benissimo a venire da me, andremo insieme al distretto di polizia e faremo in modo che controllino a casa di Benton. Sicuramente la tiene segregata lì.»

Stella sprigionò un sospiro di sollievo. «Allora, confida sul serio che non le sia successo nulla?»

E lui la guardò fisso, rigido, soggiogato da un tiranneggiante senso di gelo nelle ossa.

Socchiuse leggermente le palpebre ed esalò un anelito. «Ho bisogno di credere che sia così, Stella, non posso neanche soltanto immaginare che le sia accaduto qualcosa. Non potrei sopportarlo, non potrei vivere con questo tormento e, a questo punto, dubito di poter vivere sereno senza Isabelle. Ed ora venga con me, andiamo alla polizia.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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