SENZA PAROLE, Cap. 18

Un bagliore indescrivibile attraversò il diabolico sguardo dell’uomo, ma che inaspettatamente controbatté: «Mi allieto della tua solerzia, è giusto, non bisogna correre troppo.»

Benton era stuzzicato da tale riottosità, d’altra parte le conquiste facili lo stancavano subito. «Pretendo, in ogni caso, che domani sera tu mi faccia da accompagnatrice ufficiale al party per il mio compleanno.»

Lei non obiettò, in sostanza le stava facilitando le cose, dacché in siffatto contesto avrebbe potuto muoversi nella villa senza impedimenti di sorta, laddove i domestici e la sicurezza non avrebbero fiutato nulla di sospetto, considerando il suo ruolo di accompagnatrice del boss.

Cosicché Isabelle, la sera consecutiva si ritrovò al suo fianco per presenziare al party, quasi assalita dagli ossequiosi riguardi degli invitati, a dir niente abbagliati da quell’accattivante figura fasciata da un attillatissimo, lungo abito nero, dotato di uno spacco vertiginoso, che Benton l’aveva costretta ad indossare.

Era fin troppo audace, aveva valutato lei, ma evidentemente quell’uomo aveva l’assoluta intenzione di sfoggiare la sua sexy accompagnatrice per far morire d’invidia tutti i presenti, Damian per primo.

Lei non aveva idea che Benton avesse invitato per l’occasione anche lui, d’altronde quello era un evento che riguardava la sua vita privata, non era un party di rappresentanza e non aveva alcuna attinenza con gli affari. Così, quando scorse Damian valicare l’ingresso al fianco di una rossa mozzafiato avvoltolata da un abito rosso altrettanto fiammante, Isabelle smarrì il dono della parola.

Damian era irresistibile nel suo smoking nero, l’elegante corporatura risaltava in tutta la sala grazie alla sua maestosa andatura, il suo portamento nell’elargire convenevoli agli invitati era magnetico, ammaliante, e lei concordò che ben pochi avrebbero potuto eguagliare un simile carisma.

Benton notò la scena, anzi, l’aveva aspettata con esitazione per l’intera serata. Ma al contrario di come aveva sperato, era stata soltanto Isabelle a rimanerne turbata, mentre Moore era sommamente tranquillo, cosa che gli conferì un incontenibile fastidio. «Tutto bene, cara?» esplorò, tentando di non tradire il suo disappunto.

Lei si scosse lieve, falsamente languida, e riprendendo fiato, «Certamente, sa…» attestò, sempre più decisa a mantenere le distanze. «Non sono abituata a tanto, dopotutto provengo da un ambiente molto semplice. Avrei bisogno di un momentino per riprendermi, non vorrei divenire inopportuna.»

«Sicuro, cara.» La lenza era stata agguantata. «Puoi ritirarti qualche istante in biblioteca.»


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“Bene, il tonno ha abboccato” si vivificò Isabelle, intanto che attraversava il lungo corridoio diretta verso la biblioteca. Quello era il momento adatto per concretare la sua impresa, ed accantonò per un istante l’immagine di Damian con quella donna, allo scopo di riacquistarsi dalla stretta al cuore che l’aveva abbrancata per prolungati minuti, come se fossero state ore, insormontabili.

Quando fu dentro, diede una lesta sbirciata nei cassetti di una piccola scrivania disposta al centro della stanza, tuttavia non trovò nulla d’interessante, poi desunse che lì non avrebbe trovato la procura, in quanto non era presente nessun tipo di documento nella biblioteca. Era presumibile che nella villa ci fosse uno studio dove Benton curava i suoi affari più importanti, pertanto si animò, decisa a trovarlo.

Si affacciò alla finestra che riversava sul giardino, era splendido, ricolmo di fiori e di piante esotiche. Chissà quanto costava conservare quotidianamente uno scenario del genere, tenendo conto degli inverni rigidi di New York.

Quel gioco di luci, unitamente al verde che ne traeva il massimo favore, le donò un immediato senso di pace. Era difficile poter assistere ad uno spettacolo simile, non che la città ne fosse spoglia, ma negli ultimi tempi lei aveva vissuto esclusivamente di asfalto, locali notturni e altissimi edifici.

D’improvviso si sentì osservata e, nel percepire quella sensazione, senza però limpidamente identificarla, d’impulso si voltò in corrispondenza di quel punto della stanza.

Damian era lì, davanti a lei, immoto e taciturno, e la guardava assorto, concentrato, anelando a carpire ogni sua più fragile emozione, fruendo del suo profumo innestato nell’aria, inebriante a tal punto da riuscire a stordirlo. Quella fragranza che gli era penetrata dentro, sulla pelle, nelle ossa, e di cui, ormai, non riusciva più a fare a meno.

«Non dovresti stare qui» raggelò Isabelle, quel magico silenzio ruvidamente spezzato. «B…» Stava per dire Benton ma subito si corresse, sicurissima che quel viscido le avrebbe retto il gioco. «Ralph potrebbe vederti e non ne sarebbe felice.»

Damian, trafitto in pieno da quel fendente affilato, disegnò un sorriso denso di amarezza, ma non si fece abbattere. Sapeva che lei stava mentendo.

Isabelle lo aggirò per avviarsi all’uscita, ma lui la bloccò afferrandola per un braccio.

«Guardami, Isabelle.»

Lei seguitava a fissare la porta, a pochi passi, non voleva guardare il blu dei suoi occhi, ne sarebbe rimasta immancabilmente intrappolata e non avrebbe senz’altro resistito.

«Lasciami, ti prego, è assurdo continuare a farci del male. Sai anche tu che è impossibile, non saremmo mai felici…» sproloquiò, incrinata, imponendosi di non tradire l’emozione scatenatale dal contatto delle dita di lui sulla sua pelle, al brivido che le aveva attraversato tutto il corpo, offuscandole la vista e confondendole ogni logico e saldo pensiero.

«Torna a casa con me» mormorò lui, eludendo il suo breve discorso, fermamente deciso a non sentire le sue parole ma solo ciò che il suo cuore urlava con tutto se stesso.

«No!» Con violenza si sciolse dalla presa e nel rimanere immobile di fronte a lui, racimolando tutto il coraggio e totale la sua determinazione, lo fissò rigidamente per svariati secondi.

«È finita, Damian, anche se in fondo non sono nemmeno sicura che sia mai iniziato qualcosa tra noi, ed è inutile che per il tuo stupido orgoglio ti rifiuti di perdonarla, ho visto come vi siete baciati quella sera, a casa di mio padre. Se per te non ha significato, beh, per me lo ha, ed anche molto. Non credo che potrai mai amarmi come ami lei ed io, se non posso averti, tenterò comunque di salvarti, te lo giuro.»

Si precipitò alla porta, e prima di oltrepassarla concluse: «Torna con lei, Damian, è Sandra che hai sempre amato ed è lei che amerai sempre, l’amerai in ogni caso, a dispetto di qualunque male lei possa giungere ad arrecarti.»

Emise un impalpabile gemito. «Addio.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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