SENZA PAROLE, Cap. 18

Mentre Damian riscendeva il grattacielo della Benton Enterprises, prosperava in lui sempre più prepotente l’idea, anzi, l’assoluta convinzione che Isabelle stesse eseguendo tutto questo soltanto per salvarlo.

«Sei una stupida, Isabelle, proprio una stupida… me ne infischio della società, me ne infischio alla grande…» mormorò, mentre montava sulla limousine per rientrare alla Karma.

Jordan lo attendeva nel suo ufficio, rimestato e irrequieto.

“Povero Jordan” si dolse Damian, allorché lo scorse a testa reclinata, seduto sulla sedia. Aveva compiuto i cosiddetti salti mortali per svolgere correttamente il suo incarico, ma le cose erano purtroppo degenerate e l’uomo si sentiva vividamente incapace di riprenderne il controllo.

«Non l’hai convinta, dico bene?» L’uomo lo guardò scoraggiato, nel verificare che varcava la soglia da solo. «È arrivata questa, mentre non c’eri» uggiolò, porgendogli una lettera consegnata a mano da un fattorino.

Damian rilevò il logo della Benton Enterprises sulla busta e l’aprì, rimanendo in pensoso silenzio.

«Allora?» Jordan era impaziente.

«È un invito.» Damian aveva cesellato un’espressione impenetrabile, ma per non lasciarlo deliberatamente sulle spine gli chiarì: «Sabato sera, nella villa di Benton, sull’Upper East Side.»

«Un invito… e per cosa?» si sbalordì.

«Il suo compleanno.»


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«Oh, Damian…» Jordan si allarmò. «Non avrai mica intenzione di andarci…?»

«Certo che ci andrò.»

Isabelle aveva trascorso gli ultimi giorni alla Benton Enterprises indagando approfonditamente e osservando con massima accortezza ogni mossa di Benton. Dopo l’intervento di Damian, aveva deciso di affrettare i tempi perché sapeva che lui non si sarebbe dato per vinto ed avrebbe seriamente compromesso il suo piano.

E questo non tanto per lui, quanto per lei, sicurissima che non sarebbe riuscita a resistergli per molto. Sentiva ancora il calore del suo abbraccio, quanto avrebbe desiderato rimanere lì per sempre…

L’indomani si sarebbe svolto il party per il compleanno di Benton e lei sarebbe stata fornita dell’opportunità di entrare in casa sua, ispezionare con calma, facilitata dalla confusione, le stanze di maggior interesse dove poter scovare quella benedetta procura. Ancora non aveva individuato dove lui la potesse conservare.

Nel suo ufficio c’erano alcuni archivi chiusi a chiave, sotto la sua ampia scrivania in mogano, ma lei ne aveva più volte avuto l’accesso e si era ritrovata a sfogliare solamente un fascicolo riportante il nome della Karma Communication, senza però che racchiudesse documenti rilevanti.

E del suo medesimo ufficio aveva perquisito ogni più piccolo anfratto, minuziosamente, anche dato un’occhiata al sottostante settore legale dell’azienda dove, cercando di non essere notata, aveva approfittato di alcuni momenti in cui era rimasta sola, formulando il pretesto di richiedere documenti per Benton. Ma ogni suo sforzo era stato vano, non riusciva proprio a trovarla.

E lo aveva scorto, un paio di volte, aprire la cassaforte per estrarne il carnet degli assegni, ma scrutandone attentamente l’interno, Isabelle aveva riscontrato che il contenuto era povero di documenti. Vi erano solo carnet, soldi in contanti e oggetti di valore.

Era demoralizzata, forse Stella aveva ragione, era un’impresa pressappoco impossibile. “Non darti per vinta, ci riuscirai, vedrai” ripeté a se stessa, per conferirsi un po’ di coraggio, perché in pratica i posti dell’azienda dove Benton potesse nasconderla erano sostanzialmente pochi, e lei aveva meticolosamente esplorato la maggior parte di essi, malgrado ciò senza trarne alcun beneficio.

Ora doveva necessariamente perlustrare casa sua, compito neanche troppo facile data l’enormità della villa che abitava, senza considerare tutte le altre proprietà in mano sua.

Difatti Benton possedeva anche un piccolo appartamento nei pressi dell’azienda, una specie di garçonnière dove spesso si recava per rinfrescarsi alla meglio, qualora fosse stato fornito di scarso tempo per tornare alla villa. Era probabile che lì svolgesse i suoi briefing più riservati, magari quelli malavitosi con persone del suo stesso stampo, indubbiamente per salvaguardare la sua reputazione d’incorruttibile business man, e pertanto non pubblicizzare il suo status di gangster situato ai vertici di una ripugnante cosca mafiosa.

Alla Benton Enterprises Isabelle non aveva mai adocchiato facce sospette, l’uomo riusciva bene ad occultare la sua seconda vita, quantunque, in origine, lei non ci avesse affatto creduto.

Era stata convinta, sulle prime, che Damian le avesse divulgato quelle informazioni soltanto per persuaderla a non andare, ma esaminando con attenzione lo stile con cui Benton si muoveva, diversi atteggiamenti poco chiari e alcune dubbie telefonate, aveva consolidato la certezza che non fosse così limpido come lui intendeva dimostrare. C’era manifestamente qualcosa d’illegale nelle sue attività, ne era ormai più che sicura.

Ripensò a Stella, sempre più maturava in lei la convinzione che, al riscontro dei fatti, l’amica non avesse errato nelle sue congetture. Anche alcune turbinose reazioni di Benton l’avevano spaventata, ben lontanamente da come l’avesse intimorita Damian, indiscutibilmente non allo stesso modo.

Non che comunque tali manifestazioni fossero state indirizzate a lei, si era ben guardata dal provocarlo, specie dall’insospettirlo, ma Isabelle sapeva con la luminosa, sana certezza che in caso lui fosse venuto a conoscenza del tipo di gioco che lei stava operando, non se la sarebbe cavata con poco, innegabilmente.

«Miss Kinsley?» Lei trasalì e Benton sagomò un sorriso malizioso, anche generosamente subdolo. «Non starà mica pensando a quell’uomo?»

Lui l’aveva scorta parecchie volte pensierosa negli ultimi giorni ed era convinto che la donna stesse pensando incessantemente a Moore, assai infastidito che lei non se lo togliesse dalla testa.

«Oh, no…» s’irrigidì lei, non poteva certo rivelargli né l’uno né l’altro. «È solo che ancora non mi sento all’altezza di tutti gli impegnativi mandati di cui sono stata investita.»

E sfoderando un sorriso scaltramente seducente, Isabelle incrementò: «Lei ha troppa fiducia in me, dottor Benton.»

Lui le si fece più vicino, nel proposito di colpirla con tutto il suo charme. «Non lo dica nemmeno, miss Kinsley.» La distanza era pericolosamente ristretta. «Lei è un elemento potenzialmente valido.» E con una mano le agguantò una ciocca di capelli, lisciandola avidamente tra le dita.

Isabelle a quel gesto gli inviò un timido sorriso e lui, balenando in un atteggiamento di eccessiva confidenza, «Vedrai, diventerai un’ottima dirigente, hai soltanto bisogno di tempo per imparare alcune cose fondamentali, ecco perché ti sto facendo lavorare a mio stretto contatto» suffragò, tetramente ammiccante.

Lei avvampò, e in perspicuo imbarazzo compì un tremulo passo per allontanarsi. «La ringrazio, dottor Benton, ma gradirei mantenere le distanze, se non le dispiace» contestò, cercando di non rendersi troppo scortese. «Desidererei ottenere quel posto per i miei meriti e per nient’altro.»

E stette un attimo in silenzio, attendendo la sua reazione. Forse era stata parecchio inopportuna, aveva giocato troppo pesantemente, Benton non era il tipo da accettare un rifiuto, anche se espresso in forma così elegante.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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