SENZA PAROLE, Cap. 18

Jordan lo guardò esterrefatto, anche incredulo di aver udito quelle parole, più di tutto proferite da un uomo come Damian. «Ascoltami, non potrai mai sapere cosa passa per la testa delle donne, mi stupisci. Dopo il numero incalcolabile di relazioni che hai avuto, dovresti sapere bene che sono imprevedibili e capaci persino di distruggerti, se ferite inguaribilmente nell’orgoglio.»

«Sì, hai ragione, ma non la donna di cui sono innamorato.»

L’uomo s’infastidì, nell’adocchiarlo insistere alla stregua di uno sprovveduto adolescente, del tutto scevro di qualsivoglia proposito di aprir dovutamente gli occhi. «Via, Damian, era così anche con Sandra, eri innamorato di lei e non hai visto ciò che ti ha fatto. Ti ha ingannato e non te ne sei neanche accorto, ti sei fidato e lei ti ha soggiogato.»

E Damian, generata una profonda luce nei suoi occhi blu, molto serenamente enunciò: «Puoi parlare quanto vuoi, Jordan, ma sprechi il fiato. Con Sandra i miei dubbi sono sorti subito, ero consapevole di ciò che mi aspettava, dal giorno in cui l’ho sposata, ma quello che speravo era che lei, sostenuta da ciò che provavamo l’uno per l’altra, potesse cambiare, che potesse tornare ad essere quella che credevo, o forse soltanto quella che volevo. Ma di Isabelle non ho mai sperato che cambiasse, è un po’ testarda, istintiva, però ha un gran cuore, e non pronunceresti queste parole se sentissi l’amore di cui è capace, il completo abbandono, la totale dedizione all’uomo che ama.»

«Queste sono cose che, francamente, sai solo tu» si arrese l’uomo, rimuginando sul fatto che Damian si era totalmente dimenticato della sua società per trovare Isabelle, o meglio, se ne stava grandiosamente infischiando, mentre la donna, dal canto suo, stava combattendo affinché lui non la perdesse.

E Jordan in quell’istante fu quasi invidioso dell’indissolubile legame che in pochissimo tempo li aveva uniti, rendendoli pieni l’uno dell’altra, capaci di sfidare il mondo intero per salvarsi, senza pensare alle inevitabili conseguenze. Senza assolutamente temere per la propria vita.

«Sì» si addolcì Damian. «Le so solo io.»

Appena ricevuta l’amara cognizione di dove si trovasse Isabelle, Damian non attese nessun ulteriore istante. Si catapultò fuori dalla Karma e montò sulla limousine, fervidamente risoluto ad andare a riprendersela.

Non intendeva permettere che lei stesse con quel turpe sciacallo neppure un secondo di più, temendo, agli assoluti eccessi, l’irrimediabile che quel folle gesto avrebbe potuto generare.


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Sicché, mentre Isabelle era intenta ad estrarre un fascicolo dallo schedario, si ritrovò improvvisamente Damian dinanzi, a una manciata di passi da lei, che la fissava trasecolato ma immobile.

Era scompaginato, esibiva un volto distrutto e il suo abbigliamento era marcatamente fuori posto, come se si fosse precipitato lì con una tale sollecitudine, da scompigliare tutta la sua accurata figura.

Con un balzo le fu accanto, la chiuse vigoroso tra le sue braccia e le sfiorò la fronte in un bacio.

«Oddio, Dio, Isabelle, non hai idea di quello che ho passato.» E la strinse più forte. «Non puoi immaginare quanto mi sei mancata.»

Isabelle, un po’ stentata, si separò freddamente da lui e gli mostrò le spalle per non guardarlo. «Cosa ci fai qui, Damian?»

«Cosa ci faccio, io?» L’afferrò per le braccia, facendola di nuovo voltare nella sua direzione per riuscire a guardarla negli occhi. «Cosa ci fai tu, qui… Isabelle!»

Damian urlò il suo nome più volte, nell’aver rilevato che lei insisteva a trattenere lo sguardo rivolto verso il basso, restando in misurato silenzio. «Guardami, si può sapere cosa stai facendo?» s’infiammò, scuotendola quasi a volerla far rinsavire.

«Lasciami» resisté lei, lieve ma ciondolante, e cercò alla meglio di divincolarsi, conservando sempre lo sguardo fisso a terra. «Eri cosciente di quello che avrei fatto, mi sembra di avertelo spiegato e…»

«Sei una pazza!» Damian era frastornato. «Cosa credi di poter fare qui, con lui, e soprattutto…» Ma si arenò, ripensando alle parole di Jordan, il sol pensiero che lei si fosse stabilita a casa di Benton gli fece smarrire per un attimo la fermezza nei suoi pensieri.

«Basta così, Damian.» Approfittando di quell’istante, Isabelle si sciolse dalla sua presa ed issò ritrosamente lo sguardo. «Va’ via, prima che lui ti veda.»

«Prima che lui mi veda…?» Aveva il fuoco dentro. «Ma cosa vuoi che me ne importi, Isabelle? A me importa di te, solo di te» scandì, intenerendo di colpo il suo tono.

Isabelle deglutì, quelle semplici, poche parole la stavano addirittura brutalizzando. Aveva una voglia pazzesca di scaraventargli le braccia al collo e di andare via con lui, ma poi s’impose di riprendere in mano la situazione e di non perdere di vista il suo obiettivo. Quest’ultimo l’avrebbe aiutata a non soccombere.

«Ci sono problemi, miss Kinsley?» Benton era fermo sulla porta del suo ufficio, e al modo di un predatore felino andò loro incontro, ostentando nel contempo un fare spavaldo, forte del suo trionfo.

«Non s’intrometta, Benton.» Un lampo di collera attraversò gli occhi di Damian. «Questi non sono affari suoi, ne stia fuori» gli intimò, minacciandolo con lo sguardo, induritosi in uno sfolgorio.

«Non ci scommetterei, se fossi in lei.» Benton indirizzò un’occhiata a Isabelle che prontamente si posizionò dietro di lui, in maniera da allontanarsi il più possibile da Damian e così poter uscire dal suo campo magnetico che l’attraeva a sé peggio di un satellite, senza che lei potesse a lungo resistergli.

«Cosa vuole dalla mia assistente, dottor Moore?» cantilenò, rigonfio di soddisfazione, perso nelle sue borie.

«Isabelle.» Damian non lo calcolò. «Vieni via con me.» E le tese la mano.

Lei indietreggiò ed orientò il capo alla sua destra, lo sguardo sempre più chino.

«Ritengo sia il caso che lei se ne vada, dottor Moore, a meno che non abbia fissato un appuntamento. Se ne torni alla sua società, adesso è salva, non è contento di questo?» stornellò Benton, fruendo dell’enorme potere che aveva ormai tra le sue mani. «Miss Kinsley, porti quel dossier nel mio ufficio, la raggiungo subito.»

Damian fece per seguirla, ma Benton gli sbarrò la strada. «Se ne vada, Moore, non me lo faccia ripetere.» Si stava parecchio stizzendo a causa di quella temeraria insistenza.

«Non finisce qui, Benton.» Damian sostenne intimidatorio il suo sguardo, e dopo qualche concitato istante di taciti messaggi vicendevoli, fortemente eloquenti, si avviò verso l’uscita. «Non creda di cavarsela così a buon mercato.»

«Cos’è, Moore, ha per caso una spiccata, impellente smania di morire? È così invitante la morte per lei?» lo provocò Benton, minacciandolo nel più esplicito modo possibile. «Ma presto rimarrà ben poco che possa darle il desiderio di continuare a vivere, quando avrò finito con lei.»

Damian, rimanendo di spalle, ruotò la testa in direzione dell’uomo e diede in un sorriso aspro, raccogliendo tranquillamente la sua sfida. «Ho molte vite, Benton, ma questo credo che lei lo sappia già.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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