SENZA PAROLE, Cap. 18

La giornata volgeva al termine e Damian aveva cercato Isabelle per proverbiali mari e monti, effettuando decine di telefonate, impazzendo nel non riuscire a capire dove si fosse cacciata.

Trascorsero cinque, onerosi giorni e la situazione non variò. Si era recato anche al Kursaal ma tutti, la medesima Stella, gli avevano fatto presente con rammarico di non averla né vista né sentita, lasciandolo così in preda a una divellente angoscia.

Ora l’unico luogo rimanente in cui cercarla era la Benton Enterprises, ma si rifiutava di andarla a cercare in quel covo di serpi. Non voleva rischiare di trovarla lì, facendo irreversibilmente franare le sue convinzioni e la fiducia che aveva riposto in lei.

Era chino sulla scrivania, le spalle curve gravate da quel gigantesco carico che lo attanagliava, e pensava a come quella donna lo avesse ridotto.

Dopo Sandra si era ripromesso di non cadere più in una simile rete, e se la sua ex moglie gli aveva erogato dei grattacapi, Isabelle lo aveva addirittura travolto.

Non gli importava un fico secco di Benton, della sua dannata procura, ora voleva solo trovare lei, ne sentiva atrocemente la mancanza. L’azienda sembrava vuota senza il suo delizioso angelo, benché fosse occupata da migliaia di persone, ma prima di tutto la sua vita, che adesso sembrava quasi inutile da esser vissuta senza di lei.

«Damian?» Era Jordan e quella situazione gli sembrò un dejà vu.

Subito Damian si trasferì con il pensiero al frangente in cui era stato chino allo stesso modo sulla sua scrivania, cercando di risolvere il problema Sandra, quando l’uomo gli aveva proposto Isabelle come assistente e lui l’aveva vista per la prima volta, nella sua essenza così candida, innocente, sebbene lei avesse tentato di apparire la più avveduta possibile, cercando di nascondere mediante quell’apparenza la sua emotività, il suo essere incontaminato.

E malgrado lui l’avesse guardata o voluta guardare con occhio malevolo, autoconvincendosi della sua malafede fino a spingerla al bordo di quel precipizio per farla sprofondare, ora era ben distinto nella sua mente che quel primo incontro lo aveva turbato. Aveva reagito come un folle, tormentandola, appunto per questo, perché aveva sentito in lei tutto quello che avrebbe potuto fargli perdere la testa.

E l’aveva persa, nettamente.


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«Vieni pure avanti» lo ospitò, placido ma sconfortato. «Come sta Peterson?»

«Oh, egregiamente» si entusiasmò l’uomo, briosamente soddisfatto dall’epilogo della storia. «Sei stato incredibile, come sempre… Ora lui è al settimo cielo, quel peso che si è levato dalle spalle lo ha rinvigorito, sembra quasi rinato.»

«Bene.» Damian pensava a Isabelle, sperava di cuore che lei, finalmente, potesse avere il padre che aveva sempre desiderato.

«Sennonché…» ritrattò Jordan, con fare abbastanza compunto. «È piuttosto preoccupato, sì, insomma, per Isabelle…» Non sapeva proprio come porgli la questione.

Damian sospirò rassegnato. «Anch’io, sono giorni che la cerco ma non riesco a trovarla.»

«Oh, no, non è per questo.»

A siffatta replica Damian issò il capo, pienamente colto alla sprovvista, e con l’ausilio di un’occhiata eloquente, lo sollecitò a proseguire nella sua esposizione.

E Jordan, dopo aver esalato un vigoroso respiro gli inoltrò: «Isabelle ha chiamato suo padre qualche sera fa, al fine di rassicurarlo e per non dargli l’opportunità di stare in pensiero per lei. Voleva spiegargli che nonostante quella notte avesse lasciato casa sua con un atteggiamento alquanto freddo e distaccato, non ce l’aveva con lui. Era solo una conseguenza di tante cose spiacevoli messe insieme che l’avevano un po’ turbata.»

Damian era attento e non parlava, temeva ciò che Jordan stesse per dirgli.

Ma poi, repentino, fu scavalcato da un fremito rimescolato da incalzante precipitazione e sedizioso sgomento. «Come sta, Jordan… dov’è?»

L’uomo lo vide disperato, così d’impulso gli riportò: «Alla Benton Enterprises, Damian, e questo è il palese motivo della preoccupazione di Peterson, come puoi ben immaginare.»

Damian si lasciò cadere sullo schienale della poltrona, senza poter articolare alcuna parola per esprimere la sua frustrazione, il suo turbamento.

«Capisco» incassò, tentando di ricomporsi, nell’ardente desiderio di venir fuori da quel brutto sogno in cui si sentiva interamente incapace di assumere il controllo della situazione. «Si è trasferita a casa del padre, presumo.»

«Purtroppo no.» La voce di Jordan si era fatta ancor più grave.

«Che significa purtroppo? Per l’amor del cielo, Jordan, ti decidi a parlare o no?» si alterò, innalzando bruscamente il tono della voce, che fino ad allora era rimasto calmo, piuttosto controllato.

«Dicono che… sì, beh…» Jordan tentennava, aveva paura di una sua irruente reazione. «Insomma, dicono che si sia trasferita a casa di Benton» infine gli svelò, e questo fu il colpo di grazia.

Damian, inalberato uno sguardo oltremodo cupo, diede in una risata intrisa d’amarezza, la quale dissimulava, comunque, il terrore che quelle dicerie potessero corrispondere alla verità. «Credi proprio a tutto quello che ti dicono, non è così?»

Jordan non prestò alcun caso a quell’affermazione chiaramente diretta a prenderlo per i fondelli. «Damian, questo è possibile, sono giorni che la cerchi e non l’hai trovata da nessuna parte. Ragiona, se non è nel suo appartamento, dove mai potrebbe essere? E perché doversi trasferire in un albergo o a casa di amici, quando ha casa sua a disposizione, quando anche il padre l’ha invitata a trasferirsi da lui?»

«No, Jordan, posso credere a tutto ma non a questo, mi dispiace» inficiò Damian, seppur tendendosi al pari di un arco stirato fino all’esasperazione.

«È molto strano, ma perché tutto ciò? Le hai fatto forse qualcosa?» s’insospettì. «Oppure Isabelle ha ancora la stupida idea di stare con quel tizio per salvare la tua società?»

«Non lo so. L’unica cosa che mi dà da pensare è che forse la sera del party, a casa del sindaco, insomma, è probabile che lei mi abbia visto baciare Sandra.»

«Gesù, no…» Si lasciò ruzzolare di peso sulla sedia. «Ma come hai potuto… e poi perché? Sei un incosciente… Ancora quella donna, è davvero una megera» s’inquietò, inasprendo all’istante la sua espressione.

«Jordan» lo censurò, quasi a sgridarlo. «Non trattarmi come un bambino, non ne ho mai avuta l’intenzione, è stata lei a prendermi di sorpresa. Inizialmente credevo fosse Isabelle, questo è quanto.»

«Se fosse effettivamente così, se lei ti avesse visto, allora capirei, è fattibile che voglia fartela pagare. In fondo anch’io nei suoi panni non l’avrei presa bene…»

«Isabelle non è così, ti sbagli.» Damian era convinto delle sue parole, lei non era quel genere di persona, ne era sicuro.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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