SENZA PAROLE, Cap. 17

«Stai prendendo un grosso abbaglio, sei sconvolta e lo capisco. Magari è il caso che tu ci dorma sopra, ne riparleremo con calma domani.»

Lei fece scendere il suo sguardo e sospirò. «So che la ami ancora e non mentirmi, non mentire a te stesso, ora non lo sopporterei, sono stanca delle menzogne.»

Poi lo guardò un’ultima, struggente volta. «Addio» vibrò, in un incrinato sussurro, e scese velocemente dall’auto.

Damian rimase a dir poco stordito da quelle parole, e quantunque fosse consapevole di non provare più nulla per Sandra, per il momento decise di non insistere. Non era certo il contesto adatto per cercare di rimuoverle quella sciocca convinzione, tormentarla con un qualcosa che avrebbe potuto tranquillamente aspettare.

D’altronde la serata era stata intrisa di forti emozioni per lei ed era naturale che ne fosse rimasta turbata, pertanto s’impose di lasciarla sola per concederle il tempo di riflettere in maniera opportuna.

Indirizzò un cenno a Pierre per mettere in moto. In fin dei conti era sicuro che non sarebbe mai andata a lavorare per Benton, altrimenti, si disse, non la conosceva affatto.

Già, perché in caso lei lo avesse attuato per salvarlo non avrebbe avuto dubbi, al contrario, ma in codesta circostanza, unicamente nella convinzione che lui fosse ancora innamorato della sua ex moglie, Isabelle avrebbe innegabilmente agito in altro modo. Magari lo avrebbe lasciato, ma certamente un simile passo non lo avrebbe mai compiuto.

Non sarebbe mai andata a lavorare per quello sciacallo, lei era una persona troppo pulita per mescolarsi con un tipo del genere, o quantomeno ai suoi occhi Isabelle era così. Non era una donna che avrebbe tentato di punirlo, di vendicarsi di lui attraverso un tale gesto, adottando di conseguenza un comportamento analogo a quello di Sandra, radicalmente diversa da lei, in ogni possibile senso.

Tornò a casa sua e vi trascorse una notte alquanto pensierosa, impaziente di poterla riabbracciare, poter rivedere la sua amata Isabelle, sempre gioiosa, ricolma di vita, ora chissà, intimamente sconvolta, ma fiducioso che avrebbe riacquistato ben presto la sua intera vivacità. E l’avrebbe aiutata, in qualunque modo.

Il mattino dopo si levò molto presto ed era già di fronte a casa sua che bussava con una certa insistenza.


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Passò circa mezz’ora senza ricevere alcuna risposta e la cosa iniziò a trasmettergli un acuto senso di smarrimento.

Ed era così assorto nei suoi pensieri che a momenti non si accorse che, dietro di lui, c’era una piccola donna anziana intenta a risalire gli scalini, sovvenuta da un bastone, che scorgendo la sua apprensione subito s’incuriosì.

«Sta cercando Isabelle?»

Damian si voltò un po’ sorpreso e delineò un gesto affermativo con il capo.

«Temo che non le aprirà, signore, non c’è.»

“Non c’è?” si oscurò lui, poi consultò l’orologio, erano soltanto le sei e trenta. Dove poteva essere andata così di buonora?

E fece per formularle un’immediata domanda che la vecchietta, percependo la sua aumentata agitazione lo anticipò: «Questa notte non riuscivo a dormire, sa, l’artrosi… Beh, comunque, ho sentito un pochino di trambusto in strada e l’ho vista sistemare nella sua auto un paio di bagagli. Con lei c’era anche il gatto.»

Anche il gatto?” Era partita? Ma dove? Subito estrasse il telefono dalla tasca interna della sua giacca, richiamò il numero di Isabelle dalla rubrica ed inoltrò la telefonata. “Terminale spento…”

«Non sa dove fosse diretta?» Era molto preoccupato, anzi, seriamente allarmato.

«No, mi dispiace, ma semmai dovesse tornare le dirò che l’ha cercata. Forse è andata a fare un viaggio, ohimè, se fossi giovane anch’io!»

Lui tagliò corto: «Va bene, grazie.» E rimontò sulla limousine, rilanciando ancora il numero che insisteva ad essere irraggiungibile.

E seguitò per tutta la mattina ed anche per buona parte della giornata, il telefono cellulare di Isabelle era sempre spento.

Damian era angosciato, ansioso, non riusciva a capire, ad intuire dove fosse, ma ad un certo punto rammentò le parole della sera prima, ripensò a Benton…

No, non poteva essere, non poteva averlo fatto davvero.

Isabelle era sdraiata sul divano, e assiduamente vezzeggiata da Rave stava leggendo, o meglio, si stava sforzando di leggere un libro.

Udì la porta schiudersi ed un pesante frusciare di buste contro di essa.

«Non puoi immaginare che trauma sia il supermercato a quest’ora!» Stella era trafelata. «Neanche una notte di venerdì sera al Kursaal, mi ha mai demolita così!»

Isabelle rise di pieno gusto. «Come casalinga sei proprio una frana!» giocherellò, intravedendola vestita come se fosse stata ad un rave party, piuttosto che a fare la spesa.

Stella sorrise. «Hai ragione, non sono tagliata per questa vita, ma era necessario. Non potevo mica lasciarti morire di fame!»

«Sei molto premurosa, ma non devi darti tanto da fare, mi arrangerò» la dispensò, manifestandole comunque, con un riconoscente luccichio degli occhi, calorosa gratitudine per tanta considerazione espletata.

«E mi togli il gusto di prepararti una succulenta e romantica cenetta?» rintuzzò Stella, incartocciando un’aria quasi comica, tanto da rallegrare per intero Isabelle che canzonandola bonaria rilanciò: «Beh, se cucini come fai la spesa…»

«Isabelle! Non essere indisponente» s’incappellò. «Sai che Roger mi ha insegnato parecchie cosette ed io sono un’ottima alunna, apprendo in fretta.»

«Ci credo…!» fece Isabelle, ripensando all’ultima fiamma di Stella, rinomatissimo chef d’aoûte cuisine che senz’altro le aveva insegnato ben poco di culinario, se non altro rispetto al resto.

«E va bene, non è che mangiassimo di continuo, però… insomma, ne valeva la pena!» baloccò, un filino imbarazzata, ma infiocchettando in pari tempo un’espressione alquanto maliziosa.

«Mi stupisco di te, Stella, non avevo mai visto il tuo lato pudico, devo dire che è piuttosto interessante.» E principiò a ridere, notevolmente divertita dal buffo atteggiamento dell’amica.

«Ok, prima che tu ne scopra un altro e mi metta in imbarazzo per la trecentesima volta…» sviò l’altra, fintamente risentita, e le si sedé accanto. «Ora puoi finalmente spiegarmi cosa diavolo è successo ieri sera?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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