SENZA PAROLE, Cap. 17

«Signor sindaco, io non so a cosa lei si riferisca, ma volevo dirle che mi dispiace tantissimo per quello che è accaduto. È stata colpa mia, avrei dovuto riconoscere chi fosse effettivamente Mike, ancor prima d’iniziare una relazione con lui.»

«Questo ora non ha importanza» minimizzò lui, e cercando di trovare le parole adatte, immise un vivificante respiro e diede inizio: «Io ho conosciuto tua madre, tanti anni fa, e me ne sono follemente innamorato.» L’uomo guardò Damian. «Era come te, tu le somigli moltissimo, e sono sicuro che anche lui abbia provato quello che ho provato io, quando l’ho vista la prima volta.»

Lei iniziò ad essere predominata da un’insidiosa sensazione. Un forte presentimento prendeva piede nella sua mente, ma era ancora tremendamente confusa, pertanto tacque, per poter finalmente capire.

«A quell’epoca io ero appena laureato e subivo pesanti pressioni da parte della mia famiglia che, essendo di facoltose e nobili origini, aveva già organizzato tutta la mia vita. Lei era una normalissima segretaria e, come puoi ben dedurre, ciò non piacque ai miei genitori che tentarono di allontanarci con ogni mezzo. Abbiamo trascorso alcuni anni davvero splendidi insieme, dopo è sparita, non l’ho più vista, anche se l’ho cercata come un esagitato, senza darmi pace.»

Si arrestò un attimo per non cedere al suo turbamento e riprese: «Dopo qualche tempo, quando ero già sistemato e avevo di fronte a me una brillante carriera politica, la mia famiglia combinò il mio matrimonio con Elise, ovviamente di ottima estrazione sociale, ma negli anni a venire ho sempre seguitato ad amare lei, senza sosta.»

Isabelle, che era stata in attento ascolto, al fine di non protrarre ulteriormente l’angoscia di Peterson intervenne: «Posso capirla, ma è passato tanto tempo. Non si tormenti in questo modo, è la vita.»

«No, Isabelle, ho bisogno che tu mi stia a sentire. Qualche mese fa l’ho rivista ed è come se tutti questi anni non fossero mai trascorsi. È ancora bellissima ed io ho voluto parlarle, sapere il motivo per cui mi aveva abbandonato senza neanche dirmi addio.»

Le avvolse tremante le mani e sospirò. «Come dici tu è passato tanto tempo, e adesso che non ci sono più i miei genitori, adesso che non aveva più nulla da temere, me lo ha confessato…»

Rilevando che l’uomo non proseguiva, lei lo incitò: «Cosa?» Si era pinguemente incuriosita.

«Mi ha lasciato perché era incinta, aspettava un bambino, e la mia famiglia fece di tutto per farla sparire dalla mia vita, preoccupandosi delle conseguenze, timorosa che il suo stato di gravidanza compromettesse irrimediabilmente la mia carriera.»


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Isabelle si pietrificò sul divano e, nel porgli una successiva domanda, si accorse subito di quanto efferata fosse la paura della risposta che ne sarebbe sopraggiunta. «Lei lo sa che mia madre non ha altri figli, vero?»

«Sì, sei tu mia figlia, piccola mia…» si svincolò, a bruciapelo, con le lacrime agli occhi.

Lei fu squarciata da un violentissimo capogiro e si lasciò cadere sullo schienale del divano, gli occhi sbarrati, cristallizzati. Stette qualche minuto in profondo silenzio, inspirando a notevole fatica, con lo scopo di ricostituirsi da quel prominente, martellante stordimento.

«Perché… perché non me lo ha mai detto?» gemé, dopo qualche tormentoso istante. «Mi ha fatto credere che… e invece…» Era rintronata, imbrigliata, senza più forze per poter proseguire.

L’uomo le elargì un’amorevole carezza sulla guancia per confortarla. «Pensava a me, non voleva distruggermi la vita, ma in un altro verso lo ha ugualmente fatto, consentendomi di vivere questi anni con il vuoto dentro, senza poter amare, senza poter godere di quel bellissimo sentimento che muove l’animo umano e senza di cui, niente ha importanza.»

«Certo…» Ora Isabelle si stava inquietando. «E per non distruggere la tua vita, ha distrutto automaticamente la mia.»

«Non avercela con lei, era giovane, sola, e comunque ti ha inculcato tutti i suoi esemplari principi, necessari per vivere dignitosamente.»

Isabelle piegò le labbra in un sorriso aspro. «Lei crede?» s’inacidì, restituendo alla loro conversazione una fisionomia impersonale. «Io penso che nessuno abbia il diritto di negare ad un figlio l’amore di un padre. Guardi dove sono ora e soprattutto come sono ora…»

Damian, che sinora aveva assistito in disparte a quelle delicate confessioni, con inenarrabile dolcezza le posò una mano sulla testa. «Tu sei una persona meravigliosa, Isabelle, e forse se hai sofferto tanto, è stato per permetterti, adesso, di essere veramente felice.»

Damian e Isabelle erano davanti casa di lei, ancora seduti nella limousine. Usciti mestamente dalla casa del sindaco non si erano scambiati una sola parola, lei era in un totale subbuglio e lui voleva lasciarle il tempo per metabolizzare a proposito quelle inaspettate rivelazioni.

Ora erano seduti lì, fianco a fianco, ma nessun contatto, quasi fossero stati a miglia di distanza.

Isabelle aveva il viso sconvolto, si avviluppava con il leggero soprabito sulle spalle tenendolo stretto su di sé, come a volersi proteggere. «Lo hai sempre saputo, non è così?»

«Isabelle, mi dispiace di averti fatto del male talmente gratuito, non era mia intenzione.» Il suo sguardo era saturo di rincrescimento.

«Spero che adesso mi spiegherai, finalmente…»

«Sì» consentì, e trasse un energico sospiro. «Quando Jordan mi ha proposto la tua assunzione, richiesta espressamente da Peterson, non è stato prodigo di dettagli ed io ho frainteso, ho pensato cose orribili su di te.»

«Capisco…» Isabelle ripensò a come l’avesse trattata, a come Damian avesse elaborato chiari riferimenti al sindaco alludendo che tra loro ci fosse qualcosa d’immorale, di poco pulito, senza che lei potesse adeguatamente capire. «In ogni caso ti sono grata per avermi permesso di fare chiarezza. Non so se lui avrebbe trovato mai il coraggio di raccontarmi tutta la storia, dato che mia madre ha continuato ad impedirglielo e, a quanto pare, ancora non vuole che io lo sappia.»

Damian cercò di profonderle una premurosa carezza, ma lei arretrò. «No, aspetta, fammi finire.»

Effuse un profondo respiro e proclamò: «Io credo che per noi non ci sia posto, Damian, e spero che anche tu te ne renda conto.»

Lui rimase fulmineamente scosso da siffatta affermazione. «Perché mai, Isabelle? Credi che le cose, tra noi, possano andare com’è avvenuto tra i tuoi genitori?»

Isabelle non rispose e Damian si chinò su di lei, imprigionandole il mento con le dita. «Per noi è diverso, Isabelle, e lo sai. E giuro che non ti farò mai quello che Mike o gli altri uomini hanno avuto il barbaro coraggio di farti, non sono come loro, e non ti farò mai del male, dolce angelo, innanzitutto perché non lo meriti, in alcun modo. Nessuno si azzarderà più a toccarti, te lo assicuro, non finché ci sarò io.»

«No!» dissonò lei, dividendosi dal suo tocco. «Oggi ho avuto l’opportunità di parlare con Benton, ho deciso che andrò a lavorare per lui.»

«Ma…» Era quasi sottosopra. «Cosa dici, Isabelle… non posso credere che tu lo voglia sul serio, intendo, tutto questo.»

«Andiamo, Damian…» Lo guardò con un intenso scintillio negli occhi. «Tu non dimenticherai mai Sandra, lei sarà sempre tra noi ed io, francamente, non me la sento di affrontare con te una vita così.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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