SENZA PAROLE, Cap. 16

Lui la pressò con vigore al suo torace, la mano sulla schiena discinta tendeva ardente il proprio palmo, come a volerle aderire indivisibile, come se aspirasse a fruire dell’infinitesimo, serico sito di prelibata, serafica pelle.

«Voglio esplorare ogni più piccolo punto del tuo corpo…» La voce era ineffabilmente tenue, il respiro caldo che la gremiva di tanti, piccolissimi brividi. «…baciarti e farti ancora mia, all’infinito.» E adagiò le labbra sul soffice e fragrante infossamento ubicato dietro il lobo del suo orecchio.

«Andiamo via da qui, Isabelle» cadenzò, baciandola flessuosamente in quel punto, e lei vibrò.

Il volto di Isabelle si accese di mille colori, depredata dalla forte eccitazione che Damian aveva provocato in lei.

«Devo andare un secondo alla toilette, arrivo subito.» E si allontanò quasi correndo, per nascondere la variopinta reazione che le si era materializzata in volto.

Una volta dentro, si precipitò sul lavabo ed aprì il rubinetto dell’acqua fredda, spargendosene un po’ sui polsi e dietro la nuca per cercare di abbassare la sua temperatura. Era quasi in ebollizione e non sarebbe stato beneducato accomiatarsi esibendosi in quelle condizioni.

Si concesse una solerte occhiata allo specchio per controllare di aver riconquistato per intero il suo colore originale, ed uscì placidamente dalla toilette, tranquilla di aver recuperato totale il suo autocontrollo, ma allorché cercò d’individuare la figura di Damian, assisté ad una scena raccapricciante.

Vide Sandra che gli parlottava smielata all’orecchio e che in simultanea si spalmava su di lui, avviandosi in un mellifluo bacio che Isabelle ritenne decisamente troppo lungo, mentre Damian, statico, inalterato, non faceva una piega, un minuscolo gesto per allontanarla da sé.

Rimase paralizzata, le lacrime che irreversibili stavano affiorando ai suoi occhi, alla peggiore mercé di un indescrivibile senso di smarrimento e di una devastante disperazione. Si voltò di scatto e con passo svelto cercò di dirigersi alla grande terrazza, dove pochi erano i presenti, laddove pressappoco nessuno avrebbe potuto scorgerla abbandonarsi al suo sfogo.

Ma un tipo in evidente stato d’ira le si parò dinanzi, in preda ad un attacco incontrollato.


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«Mike!» Lei lo guardò indurire la mascella, ma lo stava oltrepassando intimandogli: «Lasciami stare, non è il momento», quando lui l’agguantò per un braccio e con ferocia smisurata la strapazzò, al fine di tramortirla, senz’altro per dominarla.

«Sei proprio una sgualdrina! Adesso te la fai anche con il tuo capo!» abbaiò su di lei, come se avesse voluto investirla attraverso tutta la sua collerica forza.

«Abbassa la voce, ti prego…» sorvolò lei, nel tentare di ammansirlo. Sapeva che semmai lo avesse contraddetto, la situazione sarebbe degenerata e in quell’ambiente era categoricamente da evitare.

«Dimmelo!» si avventò. «Voglio sentirlo da te, brutta, squallida donna di malaffare!»

Damian si era ritrovato solo, appartato a un lato della grande sala, ad osservare le persone che gli stavano attorno, eppure senza minimamente considerarle.

Era perso nei suoi pensieri, non vedeva l’ora di stringere la sua piccola, deliziosa Isabelle, riempirla di felicità fino a farla scoppiare, e stava già pregustando l’attimo, quando una figura non identificata lo colse di sorpresa.

«Damian, tesoro» gli miagolò, vicinissima all’orecchio, senza che lui poté riconoscerne la voce data la confusione, e la donna gli annodò le braccia al collo sequestrandogli le labbra in un bacio melenso.

Lui rimase un istante fermo, interdetto, ma in seguito, distinguendo che non si trattava di Isabelle bensì di Sandra, indietreggiò di qualche passo, ancora sconcertato.

Tuttavia non ebbe modo di replicare, perché la sua attenzione fu catturata dalle urla di un forsennato situato in fondo alla sala. E, indignato per un simile comportamento volgare in un’occasione di tale portata, Damian si voltò accigliato e indispettito in quella direzione.

E fu trascinato da un istantaneo attimo di disorientamento, quasi simultaneamente avvicendato da un incalzante attacco di rabbia, quando discerné che quell’uomo era Mike e che stava scuotendo Isabelle contro il muro, inveendo pesantemente contro di lei.

Con pochi rapidissimi passi fu dietro di lui, che stava issando ancor di più la voce nel declamarle brutali parole: «Sei solo una sgualdrina! Dio, come ho fatto a innamorarmi di te, sono solo un imbecille, un illuso!»

Damian, tentando di sedare il più possibile la sua collera, lo abbrancò di peso distanziandolo di netto da lei. «Calmati, il tuo spettacolo è indecoroso» gli ordinò, sibilante, ma con una tale furia da far impallidire qualsivoglia essere umano, perlomeno uno qualsiasi che fosse provvisto di un’oncia d’intatto buonsenso.

Mike, per niente intimorito insorse: «Calmarmi! E come vuole che mi calmi? Anche lei è un povero disgraziato, ah, ma tanto scoprirà anche lei che razza di donna ha fatto entrare nella sua azienda, nel suo letto, eh, Isabelle!», rivoltandosi verso la donna, era completamente partito. «Diglielo, Isabelle, avanti!»

Si divincolò dalla stretta di Damian e le stava nuovamente andando contro. «Diglielo che andavi a letto con il tuo patrigno! Digli che razza di sgualdrina sei!»

Damian era in preda a tanta di quell’indignazione che stava ineluttabilmente per aggredirlo, finché per buona ventura non intervennero tre guardie del corpo che lo allontanarono dalla sala, nientemeno a fatica, poiché Mike si era trasformato in una scheggia impazzita, ingovernabile.

Seguitava ad urlare e a reiterare l’ultima frase di continuo, tanto che a Isabelle sembrò che fosse la sua mente a riecheggiare di tali squallide infamie, e rimase paralizzata, annichilita. Alla fine quelle lacrime erano riuscite a costruirsi strada, trovando sbocco per poter scendere incontrollate.

Sollevò gli occhi innanzi a sé, tremante e sconfitta, e vide Damian, che la fissava con la tristezza nel cuore.

Lui le si avvicinò rigido, profusamente turbato. «Perché non me lo hai detto, Isabelle, perché mi hai nascosto una cosa simile?» Il suo tono era privo di animazione, ma rattristato, incredulo.

Lei sbarrò gli occhi, inorridita. Lui non poteva mica credere che… no, non lo avrebbe mai sopportato, troppo insostenibile era l’idea che Damian avesse potuto produrre una tale esitazione, che potesse diffidare di lei su una questione così drammatica.

«Come puoi farmi una domanda del genere? Come puoi…» E inondata dal pianto scappò via, come Cenerentola al ballo.

«Isabelle, aspetta!» Lui stava per correrle dietro, quando udì qualcuno strepitare: «Il sindaco! Presto, il sindaco si sente male!» E vide Peterson accasciato a terra, la mano premuta contro il petto.

Stava subendo un infarto, il suo cuore non aveva retto quelle parole.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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