SENZA PAROLE, Cap. 15

Jordan, rimasto in piedi accanto alla sua sedia, rilevando il silenzio interrogativo di Isabelle, «Vede, miss Kinsley» principiò, intenzionato a spiegarle con cura i dettagli. «Benton ha in mano un contratto in cui si stipula la cessione della Karma alla Benton Enterprises.»

«Lo immaginavo.» Lei si voltò verso Damian e, rammentando che pochi minuti prima, a proposito della questione, lui aveva menzionato il nome di Sandra, «Tuttavia ancora non capisco, la signora Duvall?» scandagliò. Era confusa. «Non sei tu il presidente? Come fa ad avere l’autorità per concludere un accordo con quel tale?»

Constatando che Damian si protraeva ancora in religioso silenzio, Jordan le illustrò: «La signora Duvall è titolare di un consistente pacchetto di azioni della società ed era in possesso di una procura firmata dal presidente, che in ogni caso basterebbe da sola», sfumando in un tono più impersonale possibile.

«Le hai firmato una procura…» Isabelle scrollò il capo, non poteva crederci, e poi perché comunicarle quegli eventi?

Certo, era la sua assistente, ora anche la sua donna, ma tutti questi proforma, il signor Jordan che si prendeva l’onere di spiegarle, l’atteggiamento asettico di Damian, il suo smobilitante silenzio, le imbrigliarono con una tale implacabile ansia la mente, che divenne in lei tutto così caotico da non riuscire a proferir null’altro.

«Miss Kinsley.» Jordan si fece ancor più tirato. «Tali documenti sono di validità estrema, in tribunale saranno una potente arma per distruggere la Karma Communication.» E nel volgersi in direzione di Damian che insisteva ad osservare impassibile Isabelle, «E lo stesso Damian» congiunse, divenendo improvvisamente confidenziale.

«Orbene, il motivo per cui le stiamo dicendo tutto questo» circostanziò Jordan, mentre Isabelle si faceva più attenta a quelle parole, «è che Benton rinuncerebbe a scatenare suddetta battaglia legale, distruggerebbe il contratto e la procura, ma solo in caso Damian fosse disposto a fare una cosa per lui.»

Lei cesellò un’aria interrogativa, cospicuamente rosa dalla curiosità. «Continuo lo stesso a non capire, perché mi state mettendo al corrente della situazione, per giunta in questa maniera? Cosa potrei fare, io, per esservi d’aiuto?»

Damian, che fino ad allora non aveva enunciato parola, le lanciò dinanzi il plico appena ricevuto. «Vuole te, Isabelle» compendiò, in tono amaro.

Lei sobbalzò sulla sedia. «Me?» sillabò, facendosi sbigottita.


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«Sì, miss Kinsley, vuole che lei vada a lavorare per lui.»

«Ma questo è assurdo!» schizzò lei, guardando scompaginata Damian che era rimasto perfettamente impassibile. «Damian?» lo invocò, nel timore che lui potesse generarsi pessime idee sul suo conto. «Ti prego, io non lo conosco nemmeno, ma cosa vuole da me?»

«Isabelle…» si ottenebrò lui. «Hai avuto contatti con quell’uomo?» L’espressione era fredda ma incerta, in cerca di una qualsiasi parola che gli strappasse ogni ragionevole dubbio.

«No, Damian, io non l’ho mai visto.» Ma dopo ripensò alla singolare telefonata che aveva ricevuto giorni prima, a cui lei onestamente non aveva attribuito la benché minima attenzione.

«Solo giorni fa, quando mi sono dimessa dall’incarico qui in azienda…» Isabelle lanciò un’occhiata imbarazzata a Jordan, dacché in concreto non sapeva se l’uomo fosse a conoscenza dei fatti intercorsi. «Beh, per farla in breve, sono stata contattata dall’assistente del dottor Benton che mi richiedeva di fissare un incontro con lui.»

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi, d’improvviso, «Santo cielo, Isabelle! Ci hai parlato o no, con quel verme!» deflagrò Damian, impaziente, tempestoso, smarrendo quasi il controllo di sé.

«No, ho rifiutato l’incontro e suppongo che lui non sappia neppure che faccia io abbia» riassunse lei, sentendosi d’un tratto oscillare, per via dell’inaspettata turbolenza impiegata per rivolgerle quella domanda.

«Non ci scommetterei, se fossi in te» invalidò lui, in tono crudo e glaciale, tanto da farla rabbrividire in un colpo di ciglia.

Jordan cercò di disperdere la tensione. «Va bene, miss Kinsley, vedremo cosa si può fare.»

«So io cosa fare» promulgò lei, spillando un’assoluta decisione dal suo timbro di voce, e si alzò dalla sedia, raddrizzando le spalle per avvalorare la sua dichiarazione.

Damian, che nel frattempo si era alzato in piedi e con le mani in tasca aveva preso a rimirare la città oltre la vetrata, si voltò di scatto. «E cosa intenderesti fare?» eruppe, intanto che un bagliore inquietante attraversò i suoi penetranti occhi blu.

«Andrò a lavorare per lui, se è questo che vuole.»

«Ti sbagli di grosso.» Era di nuovo di spalle, immoto, ma si percepiva che sotto quell’elegante vestito nero un tormento lo stava facendo sussultare.

«Ho deciso, Damian» ribadì, sempre più determinata.

«No!» tuonò, e stavolta Jordan ebbe paura.

Isabelle fece il giro della scrivania e afferrandolo per le spalle, guardandolo dritto negli occhi mediante un’energia tale da sconvolgerlo dichiarò: «Damian, non permetterò che tu perda la tua società per una questione così futile per me. Non c’è differenza che io lavori qui o lì per me, ma per te, a questo punto, è di vitale importanza. Non voglio che tu rovini la tua vita per causa mia.»

«Isabelle…» Lui si era calmato, e impiegando un’indicibile morbidezza nelle sue movenze le incorniciò il viso con le mani, quasi a supplicarla. «Non andare, ti prego. Tu non sai cosa sia capace di fare quell’uomo, ha contatti con la mafia, è un delinquente, non potrei mai sopportare l’idea che tu lavori per lui, rischiando anche la tua stessa vita.»

E l’abbracciò con caldissima, dolce vigoria, permeandone un immane senso di protezione. «Non ne vale la pena.»

Lei si ritrasse, e sovvenuta dagli occhi che le brillavano risoluti, energicamente discordò: «So badare a me stessa, Damian, non mi farà nulla, te lo garantisco. E poi…» Troncò la frase e a sua volta gli circondò il volto con le mani, nel riscontrare che lui stava disapprovando con la testa, oltre che dischiudendo le labbra per replicare. «Vuole solo che lavori per lui, giusto? Questo è l’accordo e lo rispetterà.»

«Non è da giurarci…» Jordan, che fino a quel tempo aveva assistito in debito silenzio, proruppe con fare ansioso.

«Ha ragione, Isabelle, devi stare lontana da lui e voglio che tu me lo prometta.» Damian la fissava irrequieto, soggiogato da un’accorata apprensione. «Guardami e promettimi che lo farai.»

Lei capitolò e si fece avvolgere dalle braccia di Damian, che legandola forte a sé professò: «Non permetterò che ti metta gli occhi sopra. Di tutto il resto non m’interessa, te lo assicuro.»

Isabelle era intontita, e non sapeva se a causa di quelle parole o per il verificarsi di quei sibillini accadimenti, per lei incomprensibili.

Ma allorché si ritrovò alla sua scrivania, non prima di aver garantito ai due uomini di stare accuratamente alla larga da Benton, la sua mente avviò a frullare senza posa e, dopo attente considerazioni, impugnò il ricevitore del telefono e compose il numero della Benton Enterprises.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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