SENZA PAROLE, Cap. 15

Jordan tremò. «Le hai detto qualcosa?»

«Non temere, non le ho detto nulla. Tu» contrassegnò, ponendo bene l’accento su quest’ultima parola, «puoi fidarti di me», per lanciargli un esplicito messaggio, dal momento che in precedenza Jordan, non confidando in lui, aveva scatenato proprio un bel caos.

«Fai come vuoi…» biascicò l’uomo, ancor più rassegnato. «Seppure… devo dirti che… insomma, per quelle rare volte che ho avuto occasione d’incontrarla, non ho mai visto Isabelle così felice.» E si arrestò per qualche secondo, in ansia per le parole che era in procinto di enunciare. «E neanche te.»

Damian lo guardò uscire dalla stanza pressoché abbattuto, ma non se ne preoccupò più del dovuto, del tutto intenzionato a difendere l’onore di Isabelle che era sicuro, ora più che mai, non aveva nulla da nascondere.

Però, in assoluta onestà, aveva bisogno di raggiungerne completa certezza, vederla con i propri occhi, palparla, per annientare ogni più piccola ombra che si celava dietro a questa faccenda, eliminare ogni ridottissimo dubbio.

Impugnò con energia il ricevitore e appena udì rispondere dall’altro capo del filo, «Vada in Fifth Avenue e mi faccia portare tre abiti da sera taglia ventotto, e tre paia di scarpe dal numero otto» prescrisse al suo interlocutore.

Decise che era tempo, anche per Isabelle, di dimostrare chi fosse in realtà, e lui l’avrebbe aiutata in qualunque maniera, fiducioso che questa volta non stesse sbagliando.

Le cose si sarebbero evolute da sole, non c’era bisogno di aggiungere altro. Avrebbe analizzato la reazione del sindaco e della stessa Isabelle, e si sarebbe comportato di conseguenza.

Nel pomeriggio un fattorino dell’atelier si presentò all’ingresso con i voluminosi pacchetti e Damian gli fece depositare il tutto, congedandolo con una munifica regalia. «Dica a Justine che andrò domani stesso a saldare il debito.»


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Il giovane tracciò un saluto ossequioso e, intimidito da tanta risolutezza, disparve speditamente.

Damian chiamò Isabelle che fino a quel tempo si era tenuta a debita distanza, nell’aver fiutato la tensione che si era creata dopo l’incontro con il vicepresidente, e la chiuse nell’ufficio con sé.

«Vieni» la invitò, avvicinandosi e donandole un tenero bacio sulla testa. Le tolse gli occhiali e li posò sulla scrivania, scartò gli abiti e le disse: «Scegli quello che più preferisci e indossalo, domani sera sarai con me al cocktail di Peterson.»

Lei era atterrita. Peterson? Non voleva mica portarla a casa del sindaco? «No, no, ti sbagli, Damian. Io non verrò, non ne sono capace.»

«Capace di che?» reiterò, leggermente adombrato.

«Non sono abituata a frequentare simili ambienti, ti farei fare una pessima figura» derogò, determinata e più che risoluta.

«Non dire sciocchezze, dài, scegline uno» insisté.

Isabelle rimase incantata dal taglio e dalla stoffa degli stupendi abiti che aveva innanzi a sé, erano addirittura principeschi, decisamente non il suo genere. E se dapprima non si era sentita in grado d’intervenire a quel cocktail, adesso non si sentiva all’altezza d’indossare degnamente uno di quei vestiti di alta moda, il cui costo superava di gran lunga il suo onorario settimanale.

Diede una sollecita occhiata e ne scelse uno. «Devo indossarlo ora?»

Lui rise a fior di labbra, armoniosamente benevolo. «Non è necessario. Se pensi che possa andarti bene potrai anche misurarlo questa sera, quando sarai a casa.»

«D’accordo. Ma… pensi veramente sia il caso?» temporeggiò, ancora non era tanto convinta.

«Non insistere, è importante che tu venga. Per me.» Fu molto amabile, ma una sottile sfumatura imperativa l’aveva colpita. Era quella famosa autorevolezza che l’aveva affascinata il primo giorno in cui lo aveva incontrato, allorché lo aveva conosciuto, e che le si era insinuata dentro all’istante, in una maniera del tutto irreversibile.

Pertanto, sorridendo lieve per come quella storia si fosse portentosamente evoluta tra loro, con un vaporoso cenno del capo acconsentì. «Se è così importante per te, allora sarò ben lieta di accompagnarti.»

«Questa è la mia Isabelle» si deliziò lui, filtrandone una perspicua compiacenza, e immantinente, repentino, la travolse in un bacio imperiosamente appassionato.

Lei lo ricambiò con tutta la sua energia, ancor più appassionata, e Damian, sradicato da un impeto irrefrenabile, la sollevò per adagiarla seduta sulla scrivania e le si aderì, arso e prepotente, plasmando contro di lei la reificazione del suo crescente desiderio, dell’aumentata fiamma che gli si era incendiata dentro, incontrastabile.

In un battito di ciglia la situazione iniziò ad avanzare precipitosa, oltre controllo, tanto che Isabelle, in balia integrale dei suoi baci, delle sue sensuose carezze che divenivano sempre più pretenziose, «Ti prego…» si affannò. Stava inevitabilmente riprendendo il volo verso quelle riversanti sensazioni, diretta verso quel mondo magico. «Potrebbe entrare qualcuno.»

Lui era giunto a quel punto da dove è difficile poter tornare indietro. «Non preoccuparti, non entrerà nessuno» le assicurò, in una voce irresistibilmente sensuale, mentre le sbottonava la giacca e prendeva ad accarezzarle il sinuoso fianco, il morbido ventre, fin su, verso il candido cuore che le batteva all’impazzata.

Damian si fece avido di desiderio. In un impercettibile attimo la sollevò ancora per farla distendere sull’elegante sofà in pelle nera e la coprì fulmineo con il suo corpo, aderendole con forza, esplorandole ogni ridottissimo lembo cutaneo, denudato dalla fremente mano che avanzava determinata, affamata.

Lei non fu capace di opporgli resistenza, sapeva che era una follia, ma non riuscì ugualmente a farlo ragionare, sragionando con lui, bramando ogni suo bacio, ogni suo tocco.

Ed erano ormai quasi spogli dei loro indumenti, che di colpo Isabelle raggelò, pensando alla vergogna di essere sorpresi da qualcuno dello staff. La porta non era neanche chiusa a chiave e temeva l’irreparabile. «Damian, ti prego, riprendi il controllo.»

«Come pensi che possa farlo, Isabelle, mi fai salire il sangue alla testa» ansò lui, in un mormorio concitato, intanto che seguitava inebriato a lambirle il collo, come se fosse tormentato dalla sete, assetato del suo stesso derma. «E comunque non hai nulla da temere, nessuno osa entrare senza permesso.»

«Ma, come… e prima, il signor Jordan? Non ha atteso neanche che tu gli confermassi di poter entrare…» Era difficile rimanere lucida perché lui non si arrestava, imperterrito verso la sua meta.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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