SENZA PAROLE, Cap. 15

Damian, riacquistata come una folgore la sua aria compassata per non cedere ad un’ennesima tentazione, la cinse per la vita e la condusse fuori dall’appartamento. Salirono sulla limousine e si diressero verso la Karma Communication.

Mentre l’autovettura sfilava nel traffico Isabelle si era ammutolita, non si sentiva propriamente a suo agio. Il ruolo di assistente fin troppo personale non le calzava proprio.

Lui intuì il suo disagio. «Non è disonorevole quello che stai facendo, Isabelle» la alleviò, in vellutato tono indulgente. «Anzi, direi l’opposto. Qualcun altro avrebbe approfittato della situazione per adagiarsi a una vita di agiatezze e lussi sfrenati, senza il minimo proposito di svolgere un’occupazione differente.»

E lei, analizzando oculatamente quell’affermazione, ragionò su come tutte le donne di Damian avessero forse adottato un comportamento analogo. Isabelle si sentì di nuovo messa alla prova, persuadendosi inoltre che quella non sarebbe stata neanche l’ultima volta.

«Avrei potuto comunque venire con la mia auto, Damian, non mi sembra il caso di mescolare le carte in tavola…» si dissociò, seppur inebriata dal suo tono e dalla sua favolosa premura. «Dobbiamo cercare di scindere le due cose e credo che in ufficio dovremmo cercare di mantenere le distanze, anzi, sono convinta che sia preferibile che nessuno sappia di noi.»

Damian sorrise deliziato, straordinariamente colpito da quelle discrete ma pregevoli parole. Sapeva cosa lei stesse cercando di dirgli, Isabelle si preoccupava per lui.

E così le si fece più vicino, si protese nella sua direzione e le sfiorò la guancia con il dorso delle dita, inclinò lievemente il capo verso destra e con morbidissima voce le disse: «Non preoccuparti per me, Isabelle. Nessuno si permetterà di azzardare commenti su di te e non perché ti conoscono, ma perché conoscono me.»

Poi l’avvolse a sé, amorevole e protettivo, rassicurante, e dolcemente le fece adagiare il capo sulla sua spalla, stringendola con un tale calore che lei si placò, interamente rincuorata.

Quando giunsero alla Karma, Isabelle fu subito attirata dallo sguardo di Arnold che, avendo capito l’intesa tra i due, sbandierò un sorriso di cospicua approvazione, nel vederli giungere insieme, fianco a fianco, che camminavano all’unisono.

Lei fu ulteriormente rassicurata da quel gesto e principiò a rilassarsi, nel sentirsi totalmente involta e protetta dalla sicurezza che Damian emanava. Era come se reincarnasse le spoglie di un dio greco, come se fosse lo stesso re dell’Olimpo.


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La risalita dell’edificio concesse ancor di più che la tranquillità prendesse il sopravvento su di lei. Damian era dolcissimo nei suoi modi, e se era capace di distruggere qualcuno con l’ausilio di poche, semplicissime parole, era anche stupendamente in grado di far sentire oltremodo a proprio agio qualunque persona fosse stata al suo fianco.

Usciti dall’ascensore rimarcò che la sua postazione era vuota, senz’altro Damian aveva comunicato a Gladys di non presentarsi lì, il mattino seguente, bensì di riprendere l’usuale occupazione che svolgeva nell’azienda. E, rimanendo per l’ennesima volta senza parole, Isabelle disegnò un fragile sorriso di accettazione, nel pensare a lui, sempre così sicuro di sé.

Aveva previsto tutto, già dal primo istante in cui l’aveva vista ferma sulla porta in un atteggiamento trepidamente esitante, teso a richiedergli spiegazioni.

E non l’aveva fatta parlare, le era bastata una frase, un ineffabile abbraccio per capire, per permetterle di perdonarlo, e così crearsi l’alibi per lasciarsi andare, o meglio, per abbandonarsi a lui, in completo.

«Isabelle?» la interpellò, come se l’avesse risvegliata. «Vieni un attimo nel mio ufficio prima di sistemare le tue cose.»

Lei annuì, lo seguì silente e, allorché raggiunsero il luogo, «Chiudi la porta» le richiese. «Vorrei che tu dessi un’occhiata a questi documenti, Gladys ha creato un po’ di confusione.» Poi la scrutò in volto. «Ti senti meglio, adesso, sei più tranquilla?»

«Va meglio, grazie.»

E lui le scivolò una mano dietro la nuca per farla avvicinare al suo cuore, sistemandole caldo e amabile la testa sulla sua spalla. L’abbracciò con inestimabile premurosità e lei lo ricambiò, immensamente confortata da tanta considerazione.

Ma si udì, a un tratto, bussare ed entrare qualcuno che non aveva neppure avuto la briga di aspettare una risposta dall’altra parte. E quando i due si voltarono verso l’ingresso, avvistarono Jordan che li osservava gravemente contrariato.

Isabelle, dopo un celere saluto, si affrettò ad uscire dalla stanza e i due uomini rimasero soli.

«Avevo la tua parola, Damian, perché non l’hai rispettata?»

«Mi hai chiesto di farla tornare con qualsiasi mezzo ed io l’ho fatto, che cosa vuoi ora?» ribatté lui, sedendosi sulla sua poltrona in atteggiamento piuttosto distaccato.

«Sì… ma ciò non indicava tentare di sedurla, non intendevo quello.» Esalò un sospiro infastidito. «Possibile che questo fosse l’unico sistema? Quando ieri vi ho visti insieme non credevo che… insomma, stai commettendo un terribile errore.»

«Non riuscirai a rovinarmi la giornata, Jordan» si spazientì. «È vero, ti avevo dato la mia parola, ma le cose cambiano, e in ogni caso l’importante è che sia tutto risolto. Del resto non ho il forcone e la coda appuntita, sono una persona onesta, lo sai, e ti assicuro che non le farò del male, lungi da me il farlo.» La voce si fece seria, quasi drammatica.

«Mi domando cos’avrai il coraggio di dirgli, domani sera…» soccombé Jordan, in posa arrendevole, ormai sottomesso.

Lui si eresse dalla poltrona, attento, e inalberò un’espressione postulante, o più che altro perplessa.

«C’è il cocktail organizzato a casa del sindaco in onore del governatore dello Stato di New York. Mi sembra che tu abbia ricevuto l’invito, o sbaglio?»

Damian dissentì con la testa, ed osservò l’ammasso di posta che era rimasta sulla sua scrivania in attesa di essere aperta. Aveva trascorso dei giorni terribili e con tutti gli impegni di primaria importanza che era stato forzato ad onorare, aveva meticolosamente spulciato le missive da aprire anteponendo quelle visibilmente necessarie da esaminare, benché Gladys ne avesse operata una prima selezione.

Tuttavia, incurante della piccola svista compiuta, la questione che gli occupò la mente, di netta rilevanza rispetto a quella, fu l’idea di quell’incontro, ufficialmente esplicativo.

«Bene» deliberò, infine, con un lampo temporaneamente scintillato negli occhi. «Ci sarò, e porterò con me Isabelle, così porremo la parola fine a questa sorta d’interminabile epopea.»

«Che intendi?» Jordan non capiva.

«Che questo, caro Jordan, è il pretesto per appurare cosa ci sia sotto a tutta questa storia. Se Isabelle è realmente la figlia del sindaco e comunque, chi diavolo lei sia, a questo punto, in un modo o in un altro, non m’interessa più.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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