SENZA PAROLE, Cap. 14

Entrò nell’appartamento grazie alle chiavi che aveva portato con sé prima di uscire, e voltandosi verso l’uomo che lo aveva seguito nell’oltrepassare la soglia, «Poggi pure lì, grazie» gli indicò, tendendogli in seguito una lucrosa mancia.

Damian si mosse verso il letto, dove Isabelle era ancora immersa nel suo sonno rigeneratore, e con accurata delicatezza le si sdraiò accanto.

Con un braccio le circondò la testa, adagiandolo con nobile leggerezza sul guanciale, e con la mano prese a sfiorarle morbido la fronte, i serici capelli che le incorniciavano il volto, sparsi attorno a lei. Rimase estasiato da tanta pura bellezza, il lenzuolo la copriva poco fin sopra il décolleté, le braccia senza veli che sembrava riflettessero la luce circostante.

Con l’altra mano le adagiò al centro del busto un bocciolo di rosa blu, quasi ad unirlo al suo volto, e a quel tenue profumo Isabelle si destò. Aprì con fatica i suoi rilucenti occhi azzurri e rimase in un prolungato silenzio, nel trovarsi soggiogata da quella figura celestiale che la stava venerando, lo sguardo luminoso e intenso, ammaliato.

Un po’ flebile ma sorridente si stiracchiò, ed avvolse tra le mani quel fiore che lei ritenne superlativamente magnifico, esattamente come lo era lui.

«Come facevi a sapere che adoro le rose blu?» gli chiese, in una voce simile ad un fioco brusio, poi miniò un esile gesto con la testa. «Ma sì, che stupida, tu sai tutto di me, quello che mi piace… quello che non mi piace… già… non ho speranze di poterti nascondere nulla» condiscese, come se stesse meditando ad alta voce.

«Non lo sapevo» precisò lui, di un’amabilità davvero inesprimibile. «È un fiore che ho sempre amato e sono felice che piaccia anche a te.» E si volse verso il tavolo, dove lei, rimanendo all’istante senza parole, individuò un enorme vaso di rose blu, che con il loro vivido colore accendevano tutta la stanza.

Rimase un momento senza fiato e lo guardò come se fosse stato divino, un uomo che avesse veramente poco di terreno.

Damian le sfiorò le labbra con le sue, impalpabile ma dolcissimo. «Sei una donna speciale, Isabelle, fuori dal comune. E per te, d’ora in poi, tutto sarà speciale, proprio come te.»

Lei gli si rannicchiò contro, facendosi piccolissima sotto di lui, emozionata da quelle meravigliose parole, poi percepì una vellutata fragranza di bagnoschiuma e rilevò che Damian indossava un vestito differente dal giorno prima.


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«Stai andando al lavoro?» pispigliò, vaporosa e timida.

«No, Isabelle.» Con il dorso delle dita le sollevò il mento verso di lui, obbligandola a guardarlo. «Stiamo andando al lavoro.»

Lei sobbalzò. «Ma…» nicchiò, in segno di protesta.

«Nessun ma, dolce Isabelle, questa mattina vieni con me, nella mia società, e così sarà sempre, per tutti i giorni a venire.»

A quell’inaspettata, seppur tenera ingiunzione, lei s’irrigidì. «Non credo sia il caso, Damian, non vorrei far confusione… tra noi, intendo.»

«Ho bisogno di te e tu verrai con me.» Lui si fece deciso, e Isabelle a quel tono, ma più di tutto a quelle sempre sintetiche e significative parole, che peraltro le procurarono un rigoglioso tremito, seppe che non avrebbe potuto rifiutare.

Modellando un gracile ma fulgente sorriso, acconsentì.

Scostò il lenzuolo giungendo a sedersi sul bordo del letto, esiguamente coperta, e in lui si generò un tempestivo fremito infiammato, allorché si soffermò a rimirare le sinuose curve della sua schiena nuda, disegnata alla perfezione, sublime come un’opera d’arte.

Vide i suoi lunghi capelli d’oro scendere su di lei, liberi e fluenti, poi distolse lo sguardo, cercando di non cadere in tentazione.

Lei si alzò e si diresse verso la stanza da bagno, mentre lui, con il proposito di non imbarazzarla mediante il suo sguardo ancor più della sua stessa presenza, si avviò in direzione della cucina per perlustrarne qualche pensile.

Isabelle si ficcò sotto la doccia e dopo pochi minuti era già in camera, avvolta da un ristretto asciugamano che le arrivava poco fin sotto il cavallo. Sentì un invitante profumo inondare la stanza e si volse stupita verso Damian, che le stava venendo incontro con due tazze di caffè fumante tra le mani.

«Non sapevo che fossi anche un esimio domestico» lo punzecchiò, nel prenderne una e sorseggiandone il contenuto con avidità.

«Sono pieno di sorprese» propagandò lui, lanciandole un’occhiata eloquente. «E ne vedrai ancora, non dubitare.»

«È una minaccia?» smaliziò Isabelle, sciorinando una finta tracotanza. Però di fondo lei lo sapeva, lo aveva sempre saputo che Damian era così, e di certo anzidette sorprese non sarebbero state affatto spiacevoli. Ora non aveva più dubbi.

Gli donò un friabile ma luminosissimo sorriso e ricambiò il suo gioco: «Cercherò di ricordarmelo, ma ti assicuro che per me, non è così increscioso conoscere aspetti nuovi su di te.»

Detto questo Isabelle aprì l’anta dell’armadio, e frattanto che lui si era accomodato nella sala per intraprendere il suo giro di telefonate mattutino, ne estrasse un completo nero. Si vestì con cura e si accostò allo specchio che pendeva sulla parete della camera, per controllare che fosse tutto in ordine.

Damian, che l’aveva seguita con la coda dell’occhio in ogni più piccola movenza, senza però che lei ne ricevesse consapevolezza, le si avvicinò rapito, nel riscontrare come quei pantaloni le aderissero alle natiche, offrendogli uno spettacolo da capogiro.

«Sei splendida» la osannò, tirandola a sé per depredarle il respiro con un bacio, un fervido contatto che si fece istantaneamente torrido, rovente in un soffio. «Mi basterebbe solo guardarti per essere felice» anelò, assai dolente di non poter spingersi oltre, travolgerla in altri, infiniti attimi d’amore.

«Non esagerare…» Una vampata le imporporò le guance e si legò a lui con estrema impulsività, timorosa che quell’istante potesse lasciarla senza respiro.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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