SENZA PAROLE, Cap. 14

«Isabelle» sussurrò Damian, e riprese a guardarla con quella profonda luce negli occhi, che la stava facendo quasi uscire di testa per quanto intensa fosse. Le sorrise, e quel sorriso fu così carico, denso di significati che lei, in quel momento, si rese conto del perché ne fosse così perdutamente innamorata.

E Isabelle non disse nulla, rimase immota a tuffarsi in quegli occhi, ma ondeggiante, era come se avesse paura che quell’incantesimo si potesse spezzare di nuovo. Tremava all’idea di scoprire che quello fosse soltanto un sogno, che tutta la sofferenza, quei dubbi, quelle catene mentali potessero magicamente ricomparire, a struggerle nuovamente l’anima.

Ma lui la baciò ancora e la strinse a sé, perso in lei, in quel sentimento appena esploso, inesorabile, improvviso.

D’un tratto si udì una voce, Isabelle era frastornata, non riusciva a tornare con i piedi per terra, nel mondo dei comuni mortali. Faticava a mettere a fuoco ma poi identificò Jordan sulla porta, che li stava osservando a dir nulla sbalordito.

Lei si ritrasse fulminea, fluttuante, e sebbene avesse distinto Damian assolutamente tranquillo, fu soppiantata da un trascinante tremito, scaraventata di prepotenza nella cruda realtà. Senza ragionare s’incamminò in direzione dell’uscita, era come se stesse fuggendo, ma non sapeva da chi o da che cosa. Udì delle voci che proferirono poche parole, alcuni passi rincorrerla, e poco meno che suggestionata, era già di fronte all’ascensore.

Poi avvertì una presenza su di lei, familiare, e si sentì quasi sicura, riparata, protetta. Un braccio le cinse le spalle ancora tremanti e sentì quel dolce profumo invaderla, quella voce calda e rassicurante che pronunciava il suo nome.

Isabelle si voltò smarrita verso di lui e una piccola lacrima le rigò la guancia, come a sfogare tanta emozione.

E Damian avvicinò le dita a quella graziosissima goccia di pianto, la toccò e come per incanto la fece sparire. Le sfiorò il volto, le scivolò la mano dietro la nuca e l’attirò a sé, avvolgendola, incapace di lasciarla andare, di starle lontano più di un solo istante.

«Non fuggire, Isabelle, non scappare via da me. Non farlo.»

Lei si aggrappò alla sua schiena, inibita e confusa, nascondendo il volto sul suo cuore. «Non capisco… cos’è tutto questo? Io… io non riesco a spiegarmelo…» E soffocò un pianto quasi incontenibile, riuscendo miracolosamente a frenare spietate le lacrime che stavano per pervaderla.


Advertisment

loading...

«Non posso spiegartelo, piccola, mi dispiace.» La sua voce era ricolma di emozione, lo sguardo intriso di comprensione. «Ma fidati di me, ho sbagliato, ho visto cose che non c’erano, ho sentito solo quello che volevo sentire. Ma non accadrà più, te lo giuro, mio dolcissimo angelo.»

Isabelle fu scossa da un istantaneo tuffo al cuore, e sollevò lo sguardo per incontrarlo ancora nel magnifico blu dei suoi occhi, scombussolata e oscillante.

Quello era l’uomo che fino a pochi giorni prima l’aveva detestata, forse anche odiata, ed ora invece la guardava ammirato, rapito, addirittura soggiogato.

«Sì» brusì lei, alla fine, e si riposizionò aggomitolante sul suo cuore, ancora dispersa tra quelle confortevoli braccia, calde, fantastiche. «Posso fidarmi di te.»

Ma lui, a quelle sintomatiche parole, subito si scostò per guardarla in quegli incantevoli occhi di un color del mare prodigiosamente intensificato, così tersi e limpidi che si disorientò all’incredibile, e rimase a fissarla in un crescente turbamento, solennemente stordito.

Non poteva crederci, dopo di tutto ciò che le aveva fatto, dopo le crudeli parole che era stato capace di dirle, Isabelle era in grado di capirlo, di perdonarlo, e questo gli donò un immediato batticuore, così forte che lei poté sentirlo, unito al suo.

E dopo qualche attimo in cui si giovarono dei loro sguardi, espressivi più di mille parole, Damian la sospinse morbidamente nell’ascensore.

Isabelle accennò un gesto d’incomprensione, domandandogli con l’espressione del volto quali fossero le sue intenzioni. Ma in seguito capì che lui voleva andar via con lei, anzi, voleva portarla via con sé.

Così si lasciò condurre, senz’alcuna opposizione. Non aveva bisogno di sapere dove l’avrebbe portata, ciò che contava era che lui fosse con lei e lei con lui.

Discesero i ventisette piani dell’edificio e allorché furono nella hall, immediatamente Isabelle rilevò che se all’entrata era sgattaiolata senza che nessuno avesse fatto caso a lei, ora, al fianco di Damian, era completamente al centro dell’attenzione, e di colpo si rammentò del suo abbigliamento casual, poco consono per accompagnare lo stile ricercato del presidente.

Damian si accorse del velato imbarazzo che lei provò in quel frangente e subito l’attirò a sé, con totale disinvoltura, chiudendole le spalle in un modo quasi possessivo, ma tenero da morire.

«Non fare caso a loro, sei bellissima» le sussurrò in un orecchio, sfiorandole i capelli con le labbra.

Lei avvampò ed orientò timidamente gli occhi verso terra, aveva dimenticato come lui riuscisse a leggerle dentro, disarmandola ogni secondo della sua vita.

E quando si ritrovarono all’uscita, Damian, molto cordiale ma adottando un tono di voce timbrato e risoluto, si rivolse all’usciere: «Faccia portare qui l’auto di miss Kinsley.»

Isabelle rimase in disparte, adorava contemplarlo mentre impartiva disposizioni con una tale autorità e simultanea, infinita gentilezza. Esprimeva magnificenza da ogni più piccolo punto del suo manto epidermico.

Lestamente il veicolo fu portato davanti a loro e l’uomo stava per porgere le chiavi a Damian, quando quest’ultimo delineò un cenno diretto alla donna, comunicandogli con lo sguardo che dovevano essere consegnate a lei.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *