SENZA PAROLE, Cap. 13

Il lunedì sera era ancora lì, che si tormentava con perenni e reboanti pensieri sul cosa fare.

Era il giorno di chiusura del Kursaal ed era tuttora immersa in quel perforante dubbio. Si era detta che parlare con lui, forse, sarebbe stato chiarificatore, magari Damian le avrebbe illustrato il motivo del suo inspiegabile comportamento, ma in realtà ciò che lei avvertiva era la tremenda paura, feralmente dispotica, di poter rimanere nuovamente delusa. Temeva che le loro discussioni si sarebbero ripetute all’infinito, fintantoché non ne fosse uscita totalmente distrutta.

Ancora era in piedi ed era stata dura. Non sapeva se avrebbe retto un altro duro colpo, se il prossimo fosse quello di grazia.

Seguitò a tormentarsi anche durante la notte.

«Quel dannato Moore!» aveva inveito il mattino seguente, e d’un tratto prese la sua decisione. Sarebbe andata a parlare con lui, a risolvere quest’arcana, nefasta faccenda che per poco non la stava ossessionando.

Verso l’ora di colazione s’infilò un paio di jeans a vita bassa e un’attillata t-shirt bianca. Indossò un giubbetto corto e nero con il cappuccio, i capelli sciolti sulle spalle, contenta di poterli far respirare, nell’aver finalmente smesso di opprimerli in quelle castigate pettinature.

Saltò nell’auto, impiegandovi tutta l’energia di cui era capace, e in un battibaleno fu di fronte alla Karma. Consegnò le chiavi al posteggiatore e senza farsi troppo notare, speditamente, s’infilò nell’ascensore.

Con quell’abbigliamento nessuno l’aveva identificata, neanche Arnold, sempre così attento nello squadrare le persone, e lei valutò che fosse meglio così. Era conveniente mantenere l’incognito, soprattutto in quella circostanza.

Approdata al ventisettesimo piano, una fitta al cuore le lacerò il petto e il respiro le si fece subito faticoso, quasi ansante. Non avrebbe mai immaginato di poter sentire così vigorosamente la nostalgia di quel posto, teatro di mille intensissime battaglie, di altrettante intensissime emozioni.

Con un terribile nodo alla gola, che le stava altresì impedendo un’inspirazione regolare per ossigenare equamente i suoi polmoni, si accostò alla postazione dell’assistente del presidente e ne vide emergere un’esile figura, dotata di una corta chioma riccioluta e riboccante di efelidi in faccia. Ebbe un senso di sollievo, quella donna era un soggetto normale, pressappoco insignificante.


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“Ma cosa dici, Isabelle!” si strapazzò, tacita e contrariata. “Non è da te elaborare giudizi affrettati…”

Poi, rassegnata, si angustiò e sospirò, contemporaneamente. Era gelosa, e questo la induceva nel medesimo tempo a rattristarsi ed infuriarsi con se stessa.

«Buongiorno, sono Isabelle Kinsley, vorrei parlare qualche minuto con il presidente.»

La donna la riconobbe e la invitò a varcare la porta socchiusa dell’ufficio di Damian, comunicandole che lo avrebbe avvisato, non appena conclusa la telefonata che aveva frattanto posto in attesa.

Isabelle si diresse con artificiosa bonaccia verso la porta, governata da una sediziosa emozione che la stava facendo oscillare come in balia di onde anomale, e cercando di disciplinare il suo battito cardiaco, nonché un compiuto respiro, bussò ed entrò nella stanza.

Lui era seduto sul bordo della scrivania, chino su un dossier aperto che sorreggeva tra le mani. Era senza giacca e con le maniche della camicia accorciate fino ai gomiti, e Isabelle, a quel ripresentato, spodestante panorama, si arenò imbalsamata sulla soglia.

Damian, intanto, presumendo a chi appartenesse la presenza che sostava sulla porta, «Sì, Gladys, le cerco subito il numero di telefono» accennò, in tono alquanto apatico.

Lui non l’aveva vista, non sapeva che fosse lei. Evidentemente Gladys, così si chiamava la sua nuova assistente, non aveva fatto in tempo ad annunciarla.

Non udendo alcuna risposta, Damian levò la testa in direzione della porta, e ciò che accadde fu un mistero anche per lei, incredibile.

Non appena la vide lì, ferma, titubante, bella come non mai, lui spalancò gli occhi. Lanciò istantaneamente il fascicolo sulla scrivania, le corse incontro e con un vigoroso impeto l’attirò a sé, chiudendola in un caldissimo abbraccio.

Lei era rimasta immobile, con le braccia tremule e schive adagiate poco sopra i fianchi di lui, incredula, aspettando di svegliarsi repentinamente da quel sogno.

Ma poi, alle parole di Damian: «Isabelle, sono stato veramente imperdonabile», nel tempo in cui la stringeva più forte, quasi a volerla stritolare per l’immane bramosia di sentirla su di sé, dentro di sé, lei, tempestiva ma di una timidezza indicibile, si sciolse nel suo abbraccio. Gli cinse con le braccia la schiena e si aggrappò a lui, temendo che potesse volar via, svanire in un soffio.

A quel gesto genuinamente arrendevole, infinitamente adorabile, così delizioso da addolcirlo a dismisura, Damian le accarezzò i biondi, morbidi capelli. Con una mano le fasciò dolcemente la testa rimasta un po’ rigida, la fronte era ancora posata sul suo torace come a volersi nascondere, e gliela adagiò, subito dopo, in corrispondenza dell’arco tra il collo e la sua spalla, sfiorandogliela in un tenero, lievissimo bacio. Lei seguitò a rimanere così, plagiata dalle sue carezze, non voleva sentire più nulla.

Quello era abbastanza.

Ma, d’improvviso, lui si separò da quell’abbraccio, quella stretta incredibile che l’aveva riempita, colmata di un calore sorprendente, davvero al culmine, e le avvolse le guance con le mani, sempre illimitatamente caldissimo.

Damian, per qualche istante, rimase così, a fruire del suo profumo, del calore che sprigionava la sua pelle. E dopo un po’, dopo averle elargito uno sguardo d’infinita tenerezza, si chinò su di lei per beneficiare di quel dolcissimo e meraviglioso contatto, le labbra finalmente unite, da troppo tempo bramose di sentirsi, di appartenersi.

Era quel bacio sognato all’inverosimile. E da entrambi.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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