SENZA PAROLE, Cap. 13

Ciononostante si rese conto che alla fin fine non era stato un male, perché parlare con Damian, anche il solo vederlo, l’avrebbe di nuovo sbalzata in quell’oceano di misteri, di cose non dette, di sconforto, tristezza, pietoso avvilimento, seppur avesse desiderato, come non mai, di poterlo nuovamente ammirare in tutto il suo splendore, fiero, magnifico.

«Ti ringrazio, Stella, non ho parlato con lui e sinceramente non ne ho tanta voglia. Ho paura che possa farmi del male, ancora…»

«Ma, Isabelle… tu lo ami» si oppose flebilmente l’amica.

«Sì, però tu non sai di cosa sia capace quell’uomo, mi ha ferita, umiliata, e nessuna delle sue parole potrebbe farmi riemergere da questo stato di profondo scoraggiamento in cui mi ha penosamente scaraventata. Ammesso che abbia qualcosa di buono da dire, perché è probabile che avrebbe seguitato a tormentarmi con le sue frasi non dette, facendomi traballare all’infinito.»

«Ne sei sicura?»

«Sì, stavolta sì» le avvalorò, ridendo a fior di labbra. «E adesso al lavoro» si rianimò, prendendola sottobraccio, e la condusse verso il bancone.

Damian era nel suo salotto, al buio, non riusciva a ragionare lucidamente, era ossessionato dal suo senso di colpa.

Non che avesse piena responsabilità in quella faccenda, d’altra parte gli erano stati occultati elementi fondamentali per valutare Isabelle con obiettività, ma si era costruita strada in lui, la consapevolezza di aver sbagliato tutto.

Anche se lei fosse stata concretamente ciò che aveva ipotizzato, lui non avrebbe mai avuto il diritto di trattarla a quel modo. Dopotutto era la sua vita, era una donna adulta e liberissima di compiere le proprie scelte.


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Era stato lui a commettere un impietoso errore, perché qualora avesse reputato la situazione non del tutto congeniale, avrebbe potuto ricusare la richiesta del sindaco, d’altronde nessuno lo aveva obbligato. Era stato un semplice favore da soddisfare e talvolta si era ritrovato a dover rifiutare, senza che la controparte ne avesse troppo a male. Perché questa volta aveva accettato?

Perché si era posto da solo in quelle condizioni?

Eppure si conosceva bene, immaginava quale sarebbe stata la sua reazione a lungo andare. Non era un ragazzino ed era cosciente dei propri limiti.

Ma era probabile che, senz’avvisarsene, si fosse ritrovato ad osservarla il primo giorno in cui l’aveva vista. Quel volto pulito, quella naturalezza e quella decisione nel mostrare le proprie capacità, lo avevano forse fatto ripensare a Sandra, a come gli era parsa durante il loro primo incontro.

Forse era stato il pensiero che fosse sopraggiunto il momento della sua rivincita, di poter fare qualcosa per qualcuno di davvero speciale, che fosse ancora in tempo per tornare sui propri passi.

E gliene aveva anche parlato quella sera al Biscuit, magari implicitamente, però Damian era stato sicuro che lei avesse decodificato il senso del suo discorso, anche se sulle prime Isabelle si era chiusa in sé, farfugliando e girando intorno alle parole. Ma lei, invece, aveva perseverato nella propria reticenza non perché lo avesse in qualche maniera sfidato, come lui in origine aveva presunto, bensì puramente perché la donna non immaginava affatto di cosa lui stesse parlando.

Così, malauguratamente, lui si era accecato da sé. Aveva raccolto messaggi errati, intrapreso una strada impregnata di dubbi, incertezze, che man mano lo avevano condotto ad un prepotente stato di agitazione, facendolo quasi esplodere dalla rabbia.

Aveva cercato di punirla, quasi schiacciarla, ma lei si era rialzata in piedi, troppe volte, e questo era stato il debito segno che Isabelle non dissimulasse nulla d’immorale. Era vera e trasparente, e lui non l’aveva vista nella sua interezza o, più verosimile, come stava prendendo atto da svariate ore ormai, l’aveva guardata con gli occhi sbagliati.

E gli ricomparve nitida la sua immagine durante il loro ultimo, facinoroso incontro. Ripensò a come Isabelle lo avesse guardato quando l’aveva afferrata con astio, baciata con forza, a come lei si fosse persa tra le sue braccia e a come lui, viceversa, l’avesse crudelmente colpita con quelle aride e meschine parole.

Si odiò per questo, per essere stato un incosciente, debole, insensibile.

L’aveva cercata al Kursaal, era andato a casa di Isabelle ricolmo di buoni intenti, e non perché Jordan glielo avesse richiesto, ma perché aveva avvertito un potente desiderio di vederla, mostrarle il suo rimorso, magari anche chiederle perdono per la sua sconfinata durezza, il suo imperdonabile comportamento. La sua dannata meschinità.

Però lei non gli aveva aperto, non gli aveva nemmeno risposto, anche se non era sicuro che fosse stata in casa. Ma in seguito si soffermò sul fatto di aver intravisto l’automobile posteggiata davanti casa sua, e fu certo che lei fosse lì.

E poi era strano, ma era come se l’avesse sentita, percepito il suo calore, il suo profumo.

Che stupido che era stato, non aveva avuto il coraggio di ammettere a se stesso di aver sentito amara la sua sconfitta. E, dentro di sé, un bagliore comparve, illuminando i suoi occhi di quel blu cristallino così intenso, che poteva distinguersi nella notte.

Non era Isabelle che aveva voluto punire, ma era se stesso per essersi sentito impotente, stabilmente infognato in quel contesto ambiguo e disagevole, incapace di far fronte ai suoi impeti, dominandosi e sperdendosi in quella realtà irrimediabile, incontrastabile, avversa e logorante.

Sì, si era punito perché si era sentito impossibilitato a poterla amare.

Isabelle trascorse tutta la domenica ed anche il lunedì successivo a corrodersi dentro, indecisa se andare alla Karma per sapere cosa Damian avesse di tanto rilevante da dirle.

Le martellavano in testa le parole di Stella: «Vai, Isabelle, forse è importante, magari vuole spiegarti e porgerti le sue scuse.» E se le sentiva ripetere in continuazione, in un ciclo senza fine.

Dopotutto lui non l’aveva più cercata, né a casa né al Kursaal, e qualora fosse stato veramente importante avrebbe senz’altro avuto modo per rintracciarla. Ma di colpo si ricordò dei pressanti e abituali impegni di Damian, raggiungendo la conclusione di non poter certo pretendere che la sua vita girasse intorno a lei.

Il primo passo lo aveva compiuto, forse ora toccava a lei.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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