SENZA PAROLE, Cap. 13

Le parole di Jordan gli riecheggiavano nella mente, mentre Damian era comodamente seduto nella sua limousine, intento a recarsi verso Lower Manhattan.

Il poveruomo lo aveva addirittura supplicato di andare a cercarla, di esortarla a tornare sui suoi passi. Non era stato necessario spiegargli cosa fosse accaduto tra loro poiché era abbastanza evidente, ma Jordan non riusciva a capire di quanto la situazione fosse grave per indurre Isabelle a dimettersi dall’incarico. Non sapeva cosa provassero l’uno per l’altra, non era riuscito nemmeno a capire cosa effettivamente sentisse Damian per lei, quantunque rilevasse un dato coinvolgimento da parte sua.

Erano più o meno le nove, e Damian si chiese se Isabelle si fosse già recata al Kursaal per affrontare la sua serata di lavoro. Mentre pensava a tutta questa pazzesca faccenda, la rivide nella sua mente come la sera prima, risplendente, come mai l’aveva vista.

O probabilmente erano stati proprio i suoi occhi a guardarla in modo diverso, era come se gli fosse folgorato in testa, vedendola, che non gli interessava più dei suoi giochi e delle sue squallide storie. Avrebbe voluto mandare all’inferno ogni cosa ed afferrarla, portarla via con sé.

Ed ora che tutto era svanito, ora che aveva consolidato la plenaria certezza della sua sincerità, della sua onestà, si sentì morire per un attimo dentro, nel profondo, per come si era comportato. Come un vero bastardo.

E non poteva certo risentirsi sulle sue frequentazioni con uomini come Mike, ammonendola di perseverare nell’aver contatti con certi miserevoli individui, dato che, alla meticolosa analisi degli eventi, si era comportato esattamente come lui, anzi, forse peggio.

Mike era un pazzoide, uno scriteriato, ma era comunque innamorato di lei. Era aggressivo, manesco, addirittura grottesco, ma presumibilmente non l’avrebbe mai ferita nella sua anima, ledendo irreparabilmente la sua onorabilità.

E ripensò alla sua compostezza, alla sua forte personalità, all’encomiabile rispetto che aveva di se stessa.

Isabelle aveva abbandonato la Karma nella totale consapevolezza che lui non l’avrebbe mai riconvocata, per nessun motivo. Lei non era a conoscenza di ciò che si era celato dietro alla sua assunzione ed era stata altrettanto inconsapevole del vantaggio di aver le spalle coperte dall’influente, eminente figura di un uomo come il sindaco a cui, di sicuro, nessun folle si sarebbe opposto tramite un rifiuto. Un uomo che Damian aveva ritenuto ingegnosamente prescelto da lei come suo amante per beneficiare di sontuosi privilegi, di porte ben spalancate per favorire la sua torbida ascesa al successo.

E nonostante tutto lei se ne era andata, senza sicurezza alcuna di poter tornare.


Advertisment

loading...

Si voltò verso il finestrino oscurato dell’auto e guardò fuori, in strada. Osservò scorrere le luci degli edifici, dei negozi che stavano chiudendo, dei locali notturni che stavano man mano aprendo.

La dolce Isabelle era stata di nuovo sbalzata in quella vita che a stento aveva abbandonato, fiduciosa in un futuro migliore, stanca di quella solita gente avvinazzata e scomposta. Aveva impegnato una vita intera per studiare, costruirsi una carriera che ora, solo ora, lui riteneva del tutto meritata.

No, non era stato affatto comprensivo con lei, al contrario, era stato maledettamente ingiusto, pur nell’aver immaginato quegli orridi intrighi.

E considerò che il mondo fosse una piazza grande, infida, e lei di conseguenza aveva combattuto tirando fuori le unghie, aveva persino digrignato i denti per far fronte ad ogni imperioso ostacolo, intraprendendo perfino i lavori più umili e sottostando a chissà quali compromessi. Solamente adesso lui si rendeva conto che Isabelle aveva serbato, sempre e comunque, integra la sua infinita, lodevole dignità.

E qualora Isabelle avesse commesso un errore, l’errore di concedersi ad una persona sbagliata, molto più grande di lei, sarebbe stato senz’altro generato dal desiderio di riscattare la propria vita, magari anche dalle reiterate sofferenze inflitte da un’esistenza vissuta senza una vera famiglia. Oppure, se suddetto errore fosse stato tangibilmente commesso, lo sarebbe stato perché infatuata sul serio di Peterson e non per fruire appieno di tale relazione, con il fine ultimo di toccare abietti traguardi.

Al presente, Damian si rendeva inoltre conto, con totale, doverosa scrupolosità, che di fondo gli errori erano umani. L’importante era di non perseverare ed insistere con gli stessi sbagli, bensì di addottrinarsi con essi, impiegando la dovuta oculatezza per perfezionarsi ed elevarsi a una persona migliore.

Già, lui era stato sempre inflessibile. Sbagliare, anche una sola volta, aveva rappresentato per Damian sempre una questione definitiva, ed aveva successivamente lasciato poco spazio per concedere una seconda chance, a tutti, convinto che se un individuo avesse ceduto anche in una singola occasione ad una qualsiasi debolezza, la cosa si sarebbe miseramente ripetuta, anche a distanza di anni. Un’ombra nel carattere di una persona che difficilmente sarebbe svanita, facendo parte dell’indole del soggetto stesso.

Soltanto a Sandra era stata concessa tale grazia e lui se ne rammaricò, in quell’istante amaramente, più di tutto per averla equiparata a Isabelle, sensibilmente diversa da lei, in ogni verso possibile.

E da come aveva visto Isabelle, eternamente propensa a combattere per ciò che desiderava, costruire il proprio futuro alla Karma lavorando senza sosta al suo fianco, senza oltretutto crogiolarsi nell’idea di poter agire liberamente nell’ovvia sicurezza di essere protetta da una personalità così prestigiosa come quella del sindaco in persona, Damian, adesso, riflettendo con lucida attenzione e assoluta diligenza, si rese dannatamente conto di aver commesso un grosso errore, anche lui. O forse, dati i fatti, solo lui.

Sì, perché nonostante avesse creduto che tutta questa faccenda, immaginariamente effigiata nella propria mente fosse veritiera, avrebbe comunque dovuto ammirare le sue potenzialità, senza denigrarla per un fatto che di base riguardava meramente la sua vita privata.

E ripensò a come lo avesse sostituito quando lui si era dovuto necessariamente recare in Egitto, a come lei aveva sollecitamente afferrato in mano la situazione. E Damian prese subito coscienza che nessuno, o quasi, sarebbe stato capace di svolgere una simile attività con l’ausilio di così scarse disposizioni e in particolar modo privo di qualsiasi tipo di esperienza sul campo, lasciandola a capo di un’azienda che contava migliaia di dipendenti.

L’aveva sminuita o magari, all’opposto, in quel caso ben troppo sopravvalutata, avendo un incessante a che fare con collaboratori zelantemente selezionati tra migliaia di candidati forniti di massime credenziali, di un livello indiscusso, inoppugnabile.

E lei era stata all’altezza, non tanto per la sua preparazione accademica e grazie ai successivi, molteplici studi intrapresi e completati conseguendo altissimi punteggi, bensì perché era incontestabilmente una persona di valore, munita di elogiabili doti naturali ed emergenti, rispettose attitudini al comando.

Ma tutti questi discorsi nella sua mente erano ormai vani. Piegò le labbra in un sorriso amaro, l’aveva accusata di aver troppo tirato la corda e invece, lo aveva fatto lui.

E inevitabilmente si era spezzata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *