SENZA PAROLE, Cap. 12

Mentre il suo pensiero stava per spostarsi troppo oltre, udì bussare alla porta socchiusa ed intravide due occhi fissarlo in manifesto atteggiamento di contrarietà, scortato da un distinguibile crescente stato d’incredulità.

«Damian…» Jordan era teso. «Cos’è questa storia? Dov’è Isabelle?»

Lui lo guardò con una data incuranza, come se la cosa non lo riguardasse affatto.

Solo nell’attuale contesto Damian aveva preso coscienza che Jordan non fosse al corrente degli ultimi, rovinosi episodi, dacché era stato fuori città per accompagnare il sindaco nei suoi abituali viaggi di rappresentanza, e benché lui fosse il vicepresidente della società, anche se in forma onoraria, non era stato avvisato di siffatti cambiamenti. Cosa grave per l’uomo, pensò, visto che aveva veramente a cuore tutta la faccenda.

«Cosa intendi?» ribatté, dopo un po’, conservando una certa dose d’indifferenza.

«Ieri sera ero con certi amici, sì, insomma, sai cosa voglio dire…» Jordan tossì in blanda movenza casuale. «Ed ho saputo, per vie traverse, che Benton ha cercato di contattare Isabelle per farla entrare nella sua società come dirigente del settore editoriale. Ci sono delatori ovunque, a quanto pare» annotò, e avendo rilevato l’assenza della donna, aveva infine compreso il motivo per cui Benton l’avesse contattata, al corrente che lei non lavorasse più alla Karma Communication.

Damian impacchettò un molato sberleffo, aggrottando sardonico un sopracciglio, ma rimase comunque in silenzio.

«Insomma, Damian…» s’impazientì. «Mi spieghi cosa sta succedendo?»

E nel ravvisare che l’uomo proseguiva a restare in perfetto silenzio, talmente impassibile da snervarlo fuor di misura, Jordan avanzò: «Quando poi mi hanno riferito che Isabelle aveva ricusato la proposta, mi sono rincuorato. Sapevo che lei non avrebbe mai lasciato la nostra azienda ed ero fiducioso di trovarla qui, ma a quanto sembra mi sono sbagliato.»

Damian, a quelle ultime parole, si sbarrò di colpo sulla poltrona, lo sguardo saldato sulla sua scrivania. Poi lo levò ad incrociare quello di Jordan, in esplicita attesa di una qualche spiegazione che tardava ad arrivare.


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Per qualche infinito istante parve come in stato di trance, assalito da chissà quali misteriosi pensieri, difficile da decifrare.

Compì un semicerchio con la sua poltrona, rimanendo costantemente seduto, ed ora fissava di là dal vetro, in profonda meditazione.

Isabelle aveva rifiutato l’offerta di quello sciacallo, non gli ridavano le somme. Benton le aveva proposto un incarico da dirigente di tale responsabilità che nessuno avrebbe nemmeno pensato di declinare, nessuno che fosse mentalmente stabile, era da folli. In fin dei conti quella di Benton era una grandissima società, al pari della sua, e mentre alla Karma lei aveva rivestito il ruolo di semplice assistente, sottostando peraltro alle sue incessanti pressioni, porre il veto ad una tale incombenza non aveva alcun senso logico.

Un incontenibile stato confusionale gli stava oscurando la mente ma in seguito, recuperando appieno il suo abituale cinismo, contemperò che fosse tutta una montatura, forse orchestrata dalla stessa Isabelle.

«È andata via, Jordan, si è dimessa dal suo incarico» divulgò, alla fine, impiegando un tono mite ma solenne, quasi ufficiale.

«E perché mai?» Il suo nervosismo cresceva, insieme all’aumentare di un inarrestabile dubbio.

«Non hai da chiedermelo, Jordan, lo sai come sono fatto, è una situazione che ho retto fin troppo. Era naturale che la faccenda si concludesse con un simile esito.» Il suo tono era ancora pacifico, ma risolutivo.

«Al diavolo, Damian!» esplose così impavido l’uomo, tanto da strappare un’espressione di malcelato stupore, istantaneamente comparsa sul volto del suo interlocutore che non riusciva a capacitarsi di tanta audacia.

«Sai cosa significa questo?» Stava perdendo il controllo. «Gesù… no, non lo sai…! Sono rovinato…» Jordan non sapeva più che pesci agguantare.

«Ora ne ho abbastanza!» Il tono di Damian si fece intimidatorio, la prima volta nei confronti di Jordan che aveva sempre evitato di riprendere in così malo modo.

«Mi stupisco di te, Jordan» lo dissacrò, in seguito, con un tale animo che sembrava tremassero le vetrate dietro di sé. «Mi hai quasi costretto ad assumere l’amante del sindaco, ben sapendo che sarei andato contro tutti i miei più sani e incontrovertibili principi, e adesso ti permetti anche di ammonirmi. Sei senza vergogna e sono profondamente amareggiato, deluso da te.»

L’uomo restò a bocca spalancata, trasecolato. «L’amante…? Ma che stai blaterando, Damian… oh, no…» Il dubbio divenne lancinante. «Non dirmi che…»

Jordan era quasi sul punto di spirare, avrebbe detto Damian, ma poi l’uomo, mesto e rassegnato, finalmente gli rivelò: «Damian… Isabelle non è l’amante del sindaco. È la figlia.»

E lui, a quella notizia, impietrì in un soffio. Si alzò rabbioso dalla poltrona e, premendo concitatamente i palmi sul ripiano in mogano, lo fissò allibito, in un turbolento stato d’animo.

«E me lo dici adesso, Jordan?» L’ira era ben poca cosa in confronto a ciò che lo stava depredando, offuscandogli implacabile la vista, come pure la sua mente, ora del tutto vaneggiante, farneticante a oltranza.

«Lo sai che non avrei mai potuto rivelarti una cosa simile, ne va della mia carriera» si discolpò l’altro, con aria afflitta, prostrata.

«Sì, e intanto mi hai fatto credere che ci fosse qualcosa di losco, pensavi davvero che non mi sarei posto delle domande? Come avrei potuto mai immaginare che si trattasse della figlia?» Damian era in preda a una sorta di panico, una sensazione mai provata finora, indescrivibile ai suoi stessi occhi.

Jordan ammutolì e Damian ebbe il tempo di calmarsi.

«Ormai non ha più importanza» disquisì, da ultimo, valutando che, amante o figlia, la donna aveva comunque usato il proprio status per entrare di forza nella sua società.

«No, non è così, non è come pensi, Damian» eccepì Jordan, forse intuendo il suo sopraggiunto pensiero. «Lei non lo sa, non lo sa nessuno, tranne la madre naturalmente. Per quale motivo credi, allora, sia stata doverosa tanta riservatezza?»

E Damian rimase senza parole, forse per la prima volta in vita sua, un’energica doccia fredda lo aveva subissato.

Lo guardò fisso, incredulo, quasi pietrificato, come sospeso tra la vita e la morte, senza riuscire a pensare, a tracciare un gesto. Era fermo lì, agghiacciato.

«Devi andare subito a riprenderla, Damian, con qualsiasi mezzo.»

E lui lo guardò con distacco, profondo mutismo, immane sconcerto. Sapeva che Isabelle non lo avrebbe mai perdonato.

«Avresti dovuto fidarti di me, Jordan, ora è tardi. Non c’è più nulla che io possa fare.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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