SENZA PAROLE, Cap. 12

Isabelle delineò un gesto di benestare senza pronunciare alcuna sillaba e l’uomo, recependo l’antifona, fregiò un leggero ossequio con la testa e si allontanò a tutta birra.

Lei si avviò per raggiungere il registratore di cassa, stampò la fattura e strisciò la carta di credito, prese una biro e gliela porse, congiuntamente alla ricevuta.

Lui distolse lo sguardo dalla nivea figura, e nell’impugnare la penna le sfiorò inavvertitamente le mani posate sul banco, tese a mantenere la ricevuta per non farla volar via.

E immantinente, inaspettato, sentirono ambedue un potente effluvio elettrico dipanarsi. Damian dischiuse di poco le labbra, gli occhi reclinati in corrispondenza delle proprie mani che stavano apponendo la firma sul piccolo pezzo di carta.

Innalzò quei profondi occhi blu e le riconsegnò la penna, senza proferir parola, riuscendo a sentire il profumo della sua pelle, incredibilmente riconosciuto tra tantissimi altri che inondavano l’ambiente circostante.

Isabelle si morsicò precipitosamente le labbra, in un tumultuoso stato emozionale. Non riusciva a distogliere la sua attenzione da lui, lui che la fissava immobile, altero, ma con una luce carica di trepidazione, era come se volesse dir qualcosa ma non disse nulla, seguitò soltanto ad ammirarla, quasi estasiato.

Lei gli porse armoniosa la copia della ricevuta, insieme alla carta di credito e alla fattura, ed inclinando il capo in segno cerimonioso, frantumò quel maestoso silenzio: «La ringrazio, dottor Moore, le auguro buona serata.»

E lo vide allontanarsi così, improvvisamente, così com’era comparso, nella notte, dileguandosi.

Stella, a pochissimi passi, aveva goduto della scena, trasognata da un incontro talmente romantico, così pregno di frasi d’amore non pronunciate ma di palpitanti messaggi inviati.

E dopo che Isabelle si voltò dalla parte opposta per non guardarlo più, come se nel vederlo allontanarsi avvertisse l’amara certezza che lui stava dissolvendosi dalla sua vita per sempre, lasciandola lì, a desiderarlo con tutta se stessa, l’amica le fu subitamente accanto.


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«Io credo che tu non ti renda conto, quell’uomo è pazzo di te, Isabelle. Perché non metti da parte il tuo orgoglio e non gli parli, non cerchi di spiegargli?»

Con occhi lacrimevoli e sconfortati, «Spiegargli cosa, Stella, che lo amo terribilmente, in una maniera quasi vergognosa, praticamente senza ritegno, ma che odio il modo in cui mi tratta?» si affrancò, ed effuse un angosciato sospiro. «Questo lo sa già, è inutile dire cose scontate, non a lui…»

«Sì, ma… magari vorrebbe che tu glielo dicessi» s’impuntigliò, con lo scopo d’insinuarle un piccolo, ma risolutivo dubbio.

«Basta con i ma, Stella, ce ne sono troppi in ballo, va bene così.»

Ad un tratto Douglas comparì ai loro occhi, interrompendo le meste considerazioni di Isabelle. «Miss Kinsley?»

Lei lo guardò in atteggiamento di risposta e l’uomo addusse: «I signori vorrebbero offrire al presidente lo champagne consumato e…»

«Non credo sia possibile» contravvenne lei, impedendogli di completare la frase. «Il dottor Moore ha già saldato il conto.»

«Ah, sì?» pencolò l’altro, un tantino frastornato. «Ma c’erano anche le consumazioni offerte dal signor Sakamura nel dovuto. E… di grazia, potrebbe rivelarmi a quanto ammonta il totale?» le ricercò più avanti, con voce beneducata, nel tentativo di non rendersi indiscreto, considerando che non sarebbe stato indelicato saperlo, anche perché non lo avrebbe di sicuro riferito ai due ospiti.

«Sono, cioè, erano duemilacinquecento dollari, gentilmente scontati dal proprietario.»

Douglas rimase per un istante basito. Il suo presidente era proprio un nobiluomo, aveva pagato quella cifra senz’alzare neanche un sopracciglio, ed oltretutto li aveva cortesemente congedati, uscendo dal locale senza aspettarsi nessun tipo di contraccambio.

Isabelle intuì i pensieri dell’uomo ed approvò appieno le sue valutazioni.

Damian era veramente un uomo speciale, in tutto, e come se ciò non bastasse aveva anche un fascino irresistibile, era bellissimo con quei capelli neri e lucidi come la pece, quello sguardo limpido e cristallino che risaltava da quella pelle ambrata, morbida, perfetta, quasi a far dimenticare che fosse vicino ai quarant’anni.

Solo qualche ruga di espressione solcava il suo volto, ma quando rideva scompariva tutto, ogni più piccola traccia che testimoniasse il suo complesso e sacrificato vissuto, rendendolo quasi divino, etereo.

E nessun tipo d’invalidazione al riguardo, formulata da chicchessia, sarebbe stata in grado di mutare la sua idea. Ormai aveva edificato la sua immagine come perfetta nella propria mente, non le importava più di quanto l’avesse ferita, di quanta crudeltà fosse stato capace con lei.

Ora cominciava a giustificarlo, anche se, suo malgrado, non lo avrebbe mai più accettato.

L’indomani Damian aveva concluso un’ottima mattinata, con somma soddisfazione aveva risolto con la Yahmamoto & Sakamura Corporation senza qualsiasi genere d’impedimento. I due soci avevano siglato il contratto senza troppi preamboli, lo avevano letto una volta soltanto e con fare molto compiaciuto per la trasparenza dello stesso, avevano definito l’accordo con la Karma Communication.

Questo era stato un autentico colpo da maestro per Damian che aveva soffiato l’accordo a Benton, il quale da mesi stava cercando di accaparrarseli come clienti, e non avrebbe senz’altro gradito che Moore ci fosse riuscito in così pochi giorni, o meglio, in una sola giornata.

Di norma Damian era estremamente corretto, non aveva mai preso di mira affari che un suo antagonista stesse cercando di concludere. Era intimamente convinto che di fondo la concorrenza sleale minasse il mercato stesso, consentendo ai consumatori di perdere fiducia sulla qualità dei servizi offerti.

Tuttavia in questo caso non ci aveva pensato due volte. Se Benton aveva auspicato di renderlo oggetto di spionaggio industriale, stavolta quello sciacallo si era ritrovato vittima delle sue stesse macchinazioni, mentre Damian si era trasformato, in tale occasione, nel suo meritato carnefice.

Era appena rientrato dalla colazione conclusiva dopo il perdurato incontro con i suoi due nuovi clienti, quando, verificando una certa congerie di documenti lasciatagli dalla sua provvisoria assistente, «Gladys!» scattò, con genuina dirompenza.

«Le sembra il modo di presentarmi la pratica? Posso capire che oggi è sabato e che pertanto dovrebbe essere la sua giornata libera, ma questo non le concede di essere così poco scrupolosa nel suo lavoro. Non ritiene di essere un po’ troppo disattenta, anzi, direi addirittura inefficiente?» la tempestò al ricevitore, e dopo le infinite scuse propinategli dalla donna, lui si rassegnò.

“È proprio un’incapace” s’inacerbì fra sé, strofinandosi energicamente la fronte. Era davvero un disastro.

Ma considerò che adesso, dopo aver proficuamente potenziato la stabilità della sua azienda, avrebbe finalmente disposto del tempo necessario per trovare un’assistente quantomeno decente e, questa volta, l’avrebbe selezionata solo tra donne sopra i cinquant’anni e sostanzialmente poco avvenenti.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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