SENZA PAROLE, Cap. 12

Ciononostante, nei giorni susseguenti alla separazione aveva avvertito un incalcolabile senso di solitudine, non era stato più tanto sicuro di desiderare per intero la fine del loro matrimonio, ed ancora si era ritrovato a dubitare se avesse voluto lasciarla per sempre. Ma ora, all’inverso, ne era oltremisura convinto, in specie dopo aver sostenuto quel fugace ma significativo incontro con Benton che gli aveva conferito la piena, amara certezza degli inammissibili, impudichi comportamenti di colei che era stata la donna che aveva amato di più su questa terra.

E quella era la serata adatta, rinchiudersi in casa e dirle definitivamente addio, cancellandola anche dal suo privato spazio vitale.

«Damian, ti prego, qui chiedono di te, sarebbe formalmente offensivo da parte tua» lo quasi scongiurò, trasudando una palese nota di preoccupazione dal timbro della voce.

Lui esitò per qualche secondo perché, oltre alle sue intenzioni su come impiegare il resto della serata, ciò che gli stava impedendo di accettare l’invito o comunque di soddisfare siffatta richiesta, era il sottile timore d’imbattersi in Isabelle, e non aveva alcuna cognizione di quale sarebbe stata la sua reazione nell’incontrarla.

Non l’aveva più vista, né sentita. La donna non aveva tentato di tornare nell’azienda come molti avevano attuato prima di lei, e Damian aveva da ultimo concluso che le sue dimissioni non facessero parte di una commedia per farsi pregare e rientrare tripudiante in gioco, bensì il suo atteggiamento era stato sincero.

Almeno in lei qualcosa era salvo.

«Douglas… sono veramente stanco» finì per dirgli, ma dall’altra parte non c’era nessunissima intenzione di mollare la presa.

«Damian, sai che non sono mai insistente, sei tu il capo e sai benissimo cosa fare o non dover fare, ma permettimi di dirti che stai prendendo un enorme granchio» obiettò l’uomo, pur conservando un tono molto garbato e rispettoso.

Damian esitò ancora, ma poi si graziò di un marcato scossone. Non poteva certo farsi pilotare l’esistenza in maniera così insensata, in fondo quella donna non avrebbe dovuto fruire di alcun potere su di lui, e allora perché s’intimidiva tanto?

No, non era il caso, sarebbe andato. «Ok, sarò lì tra venti minuti.» E chiamò Arnold per far preparare la limousine.


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Quando fu dinanzi all’ingresso del locale tentennò un’altra volta, ma scrollò fulmineo la testa, criticandosi tacito, e si fece largo, con tutto il suo carisma, tra le fila di giovani donne che lo rimiravano estasiate. Percorse il passaggio creatosi tra la ressa di gente che attendeva di poter entrare, mentre lui veniva accolto dagli addetti alla sicurezza con ripetute riverenze, plagiati da tanta personalità e da tanto emanato potere, da quell’aria così regale.

Fermo all’entrata, Damian lanciò una veloce occhiata indagatrice al luogo e scorse Douglas che quasi faceva capriole per intrattenere a stento i Cinesi, i quali avevano avviato a parlare ancor più lestamente di quanto li avesse uditi nel pomeriggio. Si approssimò al tavolo squisitamente divertito e un’espressione radiosa gli si dipinse sul volto, dacché non aveva mai assistito a un pandemonio del genere, non quando si parlava di affari.

Regalò un inchino agli ospiti, che subito si pomparono di orgoglio per essere stati raggiunti e che contraccambiarono con altri, molteplici inchini. Sul tavolo c’erano decine di calici e bottiglie di champagne vuote che non si riuscivano a contare, sicuramente avevano offerto brindisi all’intero locale, resi esasperatamente allegri dall’effervescente nettare.

Ed anche Douglas, dal canto suo, era contentissimo che Damian fosse intervenuto per erogargli il supporto necessario. Certo, si stava divertendo, ma quei due non riusciva proprio a reggerli da solo, era una vera faticaccia.

Damian si accomodò su una delle poltroncine in raso blu elettrico e si godé lo spettacolo, sentitamente rallegrato. Tutto sommato quella serata avrebbe potuto donargli un po’ di svago, quanto bastasse per sgravarlo transitoriamente dai suoi incisivi e onerosi impegni.

Sakamura gli versò prontissimo un calice di champagne, borbottando per l’assenza del cameriere, ma limitatamente indispettito, innalzò anche il suo per brindare alla conclusione del loro contratto.

E in quel preciso istante Damian realizzò che Douglas fosse proprio in gamba, e di aver avuto un’ottima intuizione facendolo rientrare nella cerchia ristretta dei suoi migliori collaboratori. L’uomo aveva inteso che per Yahmamoto e Sakamura la sua presenza a quel party improvvisato avrebbe assunto una vitale importanza, e che qualora lui non si fosse presentato, ciò avrebbe seriamente compromesso il loro accordo di affari.

Era come se il contratto proposto fosse stato già accettato e sottoscritto, senza neanche leggerlo, e da quel brindisi si ravvisò che per la loro cultura fosse più pregevole ottenere attenzione e riguardo dal proponente, in quanto conferiva loro una rilevante importanza agli occhi del proponente stesso.

Damian ricambiò il brindisi, ne fecero altri e convenne, a un certo punto, di essere discretamente brillo. Indirizzò un garbato inchino ai suoi ospiti e s’incamminò verso il banco, trafficando con il porta carte di credito per ritrovare la sua American Express di platino.

Camminava a testa bassa, attanagliato da una levigata confusione imbrigliante, data forse da quella miriade di bollicine, e quando giunse a destinazione, sollevò lo sguardo e fu scosso da un immediato, implacabile brivido.

Al suo cospetto appariva una meravigliosa creatura che lo osservava con occhi lucidi e penetranti, i lunghi capelli d’oro le incorniciavano la perfetta ed incantevole figura, le curve piene e sinuose erano poderosamente esaltate da quell’abito bianco che le si plasmava indosso come una seconda epidermide, il rosso delle labbra che brillava di paillettes, o forse solo di luce propria.

Damian rimase senza respiro, a dir poco rapito da quella sorta di visione celestiale, poi emise un riequilibrante colpetto di tosse e le porse la carta. «Buonasera, vorrei saldare il conto al tavolo» istanziò, senza toglierle gli occhi di dosso, imprigionato.

Isabelle, con suprema morbidezza, prese l’American Express dalle sue mani. «È il tavolo ventitré, giusto?» s’informò, con forzatissimo garbo, risoluta a non tradire ogni più esigua emozione che le imperversava dentro.

«Credo di sì.» E fece per aggiungere qualcos’altro che qualcuno gli fu praticamente addosso, quasi inciampandogli sopra, ma senza che lui si spostasse di un granello, prepotentemente irrigidito.

«Damian! Oh, sono senza fiato!» gorgheggiò Douglas, fondandogli entrambe le mani sulle spalle. Ma si arenò, al sentire l’uomo immobilizzato, totalmente indurito sotto di lui, e rimase altrettanto senza respiro allorché il suo sguardo si arrestò sulla persona che, da dietro il bancone, emergeva come una sorta di Venere dalle acque.

«Buonasera, miss Kinsley.» Douglas tornò in sé. «Come sta?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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