SENZA PAROLE, Cap. 12

Damian era affondato nella sua elegante poltrona e stava leggendo un contratto appena uscito dal suo studio legale. Era estenuato, la sua testa si era come trasformata in un gigantesco macigno, in quanto negli ultimi giorni si era attivamente immerso nel suo lavoro, dedicandovisi senza limitazioni.

Dopo aver sistemato la questione con Benton e la medesima Sandra, che non aveva più sentito, bizzarramente, era passato al contrattacco, decidendo di aumentare, strenuamente e per mezzo di un assoluto discernimento, il suo portfolio clienti. Se ne era occupato direttamente, aveva sostenuto tutti gli incontri in prima persona e stilato lui stesso le bozze di contratto che erano state poi trasmesse all’ufficio legale, al fine d’inserirvi i vari riferimenti agli articoli specifici dei decreti legislativi.

Soltanto con i Cinesi aveva passato la mano, la loro era una lingua di cui tardava ad aver dimestichezza. Perciò aveva affidato l’incarico a Douglas, uno dei più alti dirigenti della sua società, nonché uno dei più fedeli dei suoi collaboratori.

Arrivato a quel punto, essendo stato tradito dalla stessa moglie, aveva deciso di restringere il campo d’azione. Solo pochissimi fidati avrebbero compartecipato all’acquisizione di nuovi clienti, sempre in caso lui non ne avesse avuto modo od opportunità, posto che, comunque, era pur sempre un essere umano. Non poteva materialmente occuparsi di ciascuna incombenza, pertanto era necessario prediligere le ben ponderate priorità.

Aveva incaricato di portare tali potenziali clienti a pranzo e poi, magari, farli divertire un po’. Erano instancabili, seriamente dotati di una singolare pienezza di vitalità e concitazione, e in completa franchezza non sarebbe riuscito a star loro degnamente dietro.

Così aveva commissionato Douglas di occuparsene per suo conto, giacché Damian aveva trascorso gran parte della giornata con loro e lo avevano sorprendentemente sfiancato, attraverso la loro costante e frenetica energia. Yahmamoto e Sakamura sembravano usciti da un film di Bruce Lee, guerrieri fino al parossismo, addirittura logorroici, quasi volteggianti nelle loro incessanti domande e richieste.

E aveva dovuto ammettere di aver avvertito incisiva la mancanza di Isabelle che, in quell’interminabile giornata, gli sarebbe stata senz’altro di sostegno, sottraendolo a svariate mansioni che era stato costretto a svolgere di persona, dato che Gladys non era tanto sveglia e lui non aveva avuto tempo di selezionare un’altra assistente che ne avrebbe occupato risolutivamente il posto.

Si distese all’indietro sulla poltrona e fletté il collo, dilettandolo con un esile massaggio per distenderne i muscoli, il nodo della cravatta allentato, esausto, rilevò che la spia del telefono lampeggiava, c’era una chiamata in linea.

La decisione di privare l’apparecchio della suoneria gli era parsa imprescindibile. Dopo la chiusura dell’amministrazione e il relativo termine della giornata lavorativa dei più alti piani dell’edificio, era stato intenzionato a tagliare i contatti con il mondo adiacente per non essere disturbato, e quindi per potersi automaticamente meglio concentrare.

Dubitò se rispondere, ma successivamente prese atto che ormai, per quella sera, il suo lavoro era ultimato, aveva ottimamente perfezionato la scrittura che l’indomani avrebbe proposto ai due soci asiatici, ineccepibile, vantaggiosa per entrambe le parti. C’era soltanto da inserire un paio di cavilli che avrebbero tutelato i contraenti, giusto per mettere le mani avanti e non finire immancabilmente per discuterne in seguito.


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Afferrò il ricevitore e avvertì, dall’altra parte, una confusione estrema, tutto il contrario dell’atmosfera tranquilla e rilassata che si respirava nel suo ufficio.

E ponderò d’un tratto che Isabelle era stata, in verità, una preziosa collaboratrice, ma aveva generato in lui un prepotente nervosismo, un’ansia così pazzesca da rendere invivibile il suo stesso ambiente, luogo dove lui aveva sempre sbrogliato con serenità tutte le sue magagne, dove aveva creato e distrutto, donato vita al suo impero.

Era ben inteso che tutto avesse un prezzo, però a quelle condizioni avrebbe soltanto scardinato la sua società, dissacrato dalla persistente agitazione che quella donna provocava in lui, assiduamente incomprensibile perché in ogni situazione, in ogni rapporto interpersonale intrecciato, specie con il genere femminile, Damian aveva sempre conservato una data calma e una dovuta freddezza, seppur in assoluta spontaneità.

Ed anche con Sandra, malgrado lei lo avesse più volte tradito, lui non aveva mai perso eccessivamente il controllo. Si era limitato a scaraventarla nel taxi e non si era mosso oltre che liquidarla con l’ausilio di poche, significative parole, come nell’ultima occasione in cui lei si era presentata nel suo ufficio per tentare di ricucire il loro matrimonio.

Rispose con aria compita ma fu costretto ad innalzare la voce di un paio di toni, poiché dall’altro telefono non riuscivano a sentirlo.

«Damian? Damian… ci sei? Damian!» Anche l’interlocutore issò inevitabilmente il tono, poi si udì un accidentaccio!, seguito da un improperio. «Questo telefono è un macinino, quando mi deciderò a cambiarlo!»

«Douglas, guarda che ti sento, il tuo telefono è salvo per ora. Cosa succede, problemi con i Cinesi?»

«Ah, Damian, mi senti? No, affatto, direi che va tutto benissimo, anzi, sto assistendo ad uno spettacolo esilarante. Ma devi venire, è basilare.»

«Oh!» proruppe lui. «Non ci penso proprio! Sono sfinito, e uscito da qui mi dirigerò di corsa a casa» rifiutò, poiché ancora avrebbe dovuto smantellare il piccolo studio che, mesi addietro, aveva installato a casa sua per Sandra, e si era ripromesso di effettuarlo in serata, non era più il caso di aspettare. Avrebbe dovuto spulciare i documenti presenti nella stanza, nonché quelli personali, prima di far intervenire una ditta di traslochi che ne avrebbe trasportato via tutto il mobilio e le suppellettili.

Non voleva più avere intorno a sé, neppure il microscopico oggetto che le fosse appartenuto, intenzionato a voltare completamente pagina.

Lei gli aveva richiesto di attuarlo insieme, naturalmente, tenendo conto che diversi documenti, lì custoditi, di base non lo riguardavano. E nel sottolineare la buona educazione del marito, Sandra aveva sentenziato che la privacy era una cosa sacrosanta e che lei, nonostante tutto, ne aveva completo diritto.

Damian, com’è facile immaginare, aveva posto un netto rifiuto, in primo luogo perché non voleva trascorrere del tempo da solo con lei, e secondariamente perché non intendeva che Sandra mettesse più piede dentro casa sua, inquinandone ineluttabilmente l’aria, ormai rigenerata dopo la sua dipartita.

La sensazione di tagliarla fuori dalla sua vita, all’istante e senza remore, era stata così irruentemente sentita che subito non aveva lasciato spazio all’idea di poter cambiare questo stato di fatto, ed aveva compiuto un gesto simbolico ma pregno di significato, modificando la combinazione del codice di sicurezza all’ingresso, non appena l’aveva fatta salire sul taxi per essere condotta al Waldorf Astoria.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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