SENZA PAROLE, Cap. 11

«Cara, dimmi tutto, come mai quest’improvvisata?» L’uomo era già brillo, di certo era al suo quinto drink.

«Oscar… ehm…» Le pesava terribilmente. «Volevo chiederti, sì, insomma, se potevo tornare al mio vecchio lavoro, per il momento. Certo, sempre se ne hai bisogno…»

«Oh…» Lui non sapeva cosa dire, era lampante che avesse capito. Cionondimeno cercò di non attribuire troppo peso alla situazione, cosciente che se Isabelle gli aveva esposto quella richiesta, era ovvio che fosse accaduto qualcosa d’insanabile, e siccome si reputava un uomo di grande sensibilità, «Sicuro, piccola, puoi venire qui domani sera, dormi bene e stai tranquilla» la rincuorò, senza formularle alcuna domanda.

«Grazie, Oscar…» La sua voce si affievolì, tradendo in tale guisa l’impellente prospettarsi di un furioso pianto disperato, pur tuttavia stroncato sul nascere. «A domani.»

Ma allorché la comunicazione fu terminata, quel pianto arrivò, protuberante, liberatorio.

“Questa è l’ultima volta che piangi per lui, Isabelle…” si commiserò, abbattuta. “…quindi sfogati adesso, una volta per tutte…”

Con smodata mestizia si rificcò sotto le piume d’oca, e senza neppure avvisarsene si addormentò dopo soltanto una manciata di minuti, forse perché efferatamente spossata da tutte quelle lacrime che era come se le avessero inaridito l’anima.

E la sua notte si consumò senza troppa difficoltà, in via del tutto insperata, dato che i presupposti non erano stati dei migliori, ma a conti fatti non poteva colpevolizzarsi più di tanto se permetteva di farsi sopraffare dall’angoscia. Un violento colpo era stato inflitto alla sua vita, ed era normale che ne subisse un forte trauma.

Orbene, tutto sommato lo aveva ammortizzato eccelsamente ammodo, infatti il mattino seguente si levò dal letto con rafforzato coraggio e ricolma di nuove aspettative. Avrebbe lavorato per un periodo al Kursaal e questo le avrebbe innegabilmente fatto bene, poiché nell’ambiente dei suoi più cari amici si sarebbe senz’altro ripresa, laddove, coccolata e consolata da tutti loro, avrebbe ricaricato idoneamente le batterie e ricominciato da capo, inviando curriculum a più non posso.

Le prime due serate furono abbastanza faticose, tardava un po’ a riprendere il ritmo del lavoro notturno. Tuttavia l’aria serena che respirava lì dentro consentiva che ciò non divenisse un peso, ci avrebbe impiegato davvero poco per riabituarsi.


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Comunque è da precisare che, il giorno dopo aver presentato le sue dimissioni alla Karma Communication, Isabelle aveva ricevuto una controversa telefonata dall’assistente del dottor Benton, la quale le aveva proposto un incontro per sostenere un colloquio di lavoro. E lei, assai meravigliata, aveva rimuginato che le voci circolassero davvero a rompicollo, probabilmente alla Karma c’era una talpa, oppure era stata la stessa Duvall ad averlo reso noto a Benton, giusto per toglierla di mezzo definitivamente.

Quella strega aveva chiaramente subodorato qualcosa, era una tipa molto astuta, e senz’altro aveva intuito che Isabelle potesse rappresentare un influente ostacolo per la riappacificazione col marito, considerando che lui l’aveva autorizzata a trascrivere messaggi per suo conto con la piena, assoluta fiducia. D’altronde Damian non sembrava il tipo da delegare terze persone per gestire i suoi fatti personali, anzi, nettamente l’opposto.

O forse era stato proprio Damian a fare il suo nome a Benton, di certo per concludere il diabolico piano di spogliarla di tutto il suo onore, denudarla per intero della sua dignità.

Alla fine, però, non ci si era soffermata più del necessario, perché in caso quei tre avessero ambito a perdurare nei loro tiri mancini, avrebbero dovuto tenerla debitamente fuori da ogni giochetto sporco. Lei si era buttata tutto alle spalle, Damian compreso, o meglio, per primo.

Pertanto aveva ricusato l’offerta e, dopo aver espresso riconoscenza per l’attenzione offertale, aveva dichiarato che l’accettare tale proposta avrebbe intaccato la sua etica professionale, visto che in ballo c’era molto più di quanto sembrasse. Non voleva di sicuro diventare una spia, non sapeva neanche come fossero combinate le cose, se Damian avrebbe ceduto o meno la sua azienda, e poi per carità, lavorare per quel viscido era fuori discussione, non moriva mica di fame!

Aveva mandato al diavolo Damian e questo le aveva donato il miracoloso coraggio per far fronte ad ogni cosa, si sentiva più forte, risanata, e in miglior modo riusciva ad elaborare i suoi pensieri. Era più lucida e tranquilla, aveva recuperato la sua gioiosa intensità nell’affrontare ogni più piccolo momento vitale e riusciva a ridere con passione, ma soprattutto senza timore, il timore che qualcuno gliel’avrebbe fatta pagare.

Quella sera si sentiva particolarmente serena, aveva ricominciato proprio in maniera eccellente. Il fatto di non vederlo più le aveva permesso di sentirlo lontano, quasi come se fosse un tenue ricordo, sbiadito dal tempo.

Era di venerdì sera e nebulosamente rammentò quel famoso venerdì in cui lo aveva incontrato lì, in tutta la sua magnificenza, l’atteggiamento distaccato ma accattivante, una circostanza che nulla aveva a che fare con il loro ultimo, devastante incontro.

Lo ricordò quasi con rimpianto, assalita da una pungente amarezza per essere stata impotente nel susseguirsi di tutti quei disastrosi eventi. Avrebbe tanto desiderato tornare indietro ed impostare il loro rapporto in una forma completamente diversa, però ormai i giochi erano fatti, come le aveva detto anche lui, il gioco era finito.

Non lo avrebbe più rivisto e si sarebbe spento nella sua mente come un fuoco fatuo, anche se con lui aveva volato come non mai, in alto su nel cielo.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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