SENZA PAROLE, Cap. 11

Esalò un profondo respiro, snervato, esasperato, e si rese conto di quanto fosse inutile perder tempo in queste considerazioni, perder tempo dietro a lei. Aveva del lavoro da svolgere e non poteva concedersi il lusso di soffermarsi talmente a lungo su una questione di così poco conto, del tutto indegna.

E si ricordò in quell’istante di dover controllare alcuni documenti che Isabelle gli aveva preparato, pertanto si avviò senza problemi in direzione della porta per richiederglieli.

In fin dei conti era un encomiabile, navigato uomo d’affari, e non avrebbe più tollerato di scalfire la sua integrità professionale perseverando in banali litigi con la sua assistente. Il tutto stava diventando seriamente ridicolo.

Era pervenuto il conclusivo momento di chiudere il capitolo, o più propriamente la storia, questa sorta d’intricato, patetico romanzo. E semmai lei fosse stata reticente sarebbe stata liberissima di lasciare l’azienda, poco gliene cadeva, perché per causa di quella donna, spingendolo ad esplodere con tanta incoscienza, lui era anche giunto a mancare la propria parola, quella che aveva dato a Jordan. Una cosa che non aveva mai attuato prima di allora, e questo lo aveva irritato al parossismo, sia nei confronti di Isabelle, che nei confronti di se stesso.

Aprì la porta con un sereno sussiego e fu soppiantato da una sensazione d’immediato stupore, avendo intravisto la scrivania della sua assistente vuota, senza di lei.

Si avvicinò con passo deciso e quel presentimento si fece ancor più fondato, nel constatare che gli effetti personali della donna non erano più lì deposti. La scrivania era rigorosamente in ordine, tutti i documenti eccellentemente sistemati.

Solo una busta chiusa emergeva da tanto assetto, al centro del ripiano, e riportava il suo nome. Con calma l’aprì, e dopo averne letto con attenzione il contenuto profilò un lieve gesto d’assenso.

Impugnò il ricevitore e compose un numero interno.

«Sono Moore» notificò, con assoluta, lucida compostezza. «Faccia salire in amministrazione miss Gladys Chapman, ho bisogno che mi faccia da assistente fintanto che non riuscirò a selezionarne una definitiva.»

E tornò nel suo ufficio, impassibile.


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Isabelle aveva raggranellato tutte le sue forze per prendere quella drastica decisione, ma oramai anche con Damian, com’era accaduto con Mike, era stato oltrepassato il punto di rottura, il deprecabile punto del non ritorno.

Sì, perché nonostante tutta la buona, avverabile volontà, non sarebbe mai più riuscita a guardarlo senza ripensare agli infiniti istanti in cui si era persa tra le sue braccia, quei magici momenti in cui gli aveva mostrato completo abbandono, in balia dei suoi baci appassionati, della sua destabilizzante mascolinità che si addensava contro di lei, facendola girare come una trottola impazzita, nell’anima e nel cuore.

Ed aveva tirato fuori tutto il suo coraggio per scrivere in un lampo quella dannata lettera di dimissioni, mediante cui rinunciava al suo ruolo di collaboratrice personale del presidente della Karma Communication.

Mentre si girava e rigirava nel letto, impregnando i guanciali delle prorompenti lacrime che non riuscivano a smettere di rigarle le guance, si sentiva quasi soffocare dal dolore, come se mille spilli le avessero trafitto il cuore, lasciandolo lì, ferito e sanguinante.

Erano all’incirca due ore che tentava di prender sonno, aveva anche preparato una pinta di tisana per riuscire a quietarsi, ma sebbene ne avesse bevuti tre bicchieri stracolmi pervenendo ad averne quasi la nausea, la bevanda non aveva esordito il suo effetto. Si sentiva agitata come non mai.

E l’immagine di Damian seguitava a comparirle nella notte buia della propria camera, come in un’ossessione, non riusciva a toglierselo dalla testa. Ancora sentiva su di sé le sue mani decise e voraci, il suo profumo stratosfericamente inebriante, era come se ancora la stesse avvolgendo, lasciandole indelebile un marchio a fuoco, sulla pelle, nella mente.

Si tirò su dalle coperte e si fasciò la testa con le mani. Doveva trovarsi un’altra occupazione, alla svelta, prima che si fosse inabissata in quel profondo stato di depressione che sentiva sopraggiungere straziante.

Doveva agire, senza indugio, conosceva quello stato che stava per pervadere il suo animo, troppo bene. Si sarebbe rinchiusa in casa e non avrebbe fatto altro che dormire, dormire fino a quasi morirne, entrando interamente nel mondo dei sogni, abbandonando la realtà e confondendola col sogno stesso.

Così si alzò e con manifesta costrizione, a piedi scalzi, raggiunse il cellulare che aveva spento sul tavolo, e rilevando che era poco più tardi delle dieci, compose il numero del Kursaal. Non c’era ancora baraonda nel luogo, pertanto aveva a disposizione il tempo sufficiente per parlare con Oscar.

Dall’altra parte si udì una voce femminile grillante.

«Stella…?» tentennò, non riuscendo a mascherare la sua voce spaventosamente incrinata. «Sono Isabelle, mi passi Oscar?»

«Sì, tesoro, scusami se non mi trattengo con te al telefono, ma sto servendo un drink, ci sentiremo domani» strimpellò la donna. «Oscar?» E dopo che lui ebbe risposto al richiamo, la udì asserire: «È Isabelle, vuole parlarti.»

Strano, osservò Isabelle, l’amica, sempre così vigile e perspicace, non si era accorta del suo funesto tono, magari era impegnata a servire un bel tipo, pensò, e le si liberò subitaneo un blando sorriso. Stella era molto suscettibile al fascino maschile e in quei momenti si dimenticava del mondo intero, poco attenta agli avvenimenti che si dispiegavano intorno a sé.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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