SENZA PAROLE, Cap. 11

Isabelle era stordita, paralizzata, sentiva le lacrime comparire ai bordi delle sue ciglia impossibili da inibire. Tremava come se fosse stata investita da un maremoto che l’aveva annegata, annaspava sforzandosi di trattenere il viso fuori dall’acqua, nuotando con tutta se stessa.

Respirava con avidità, come se l’aria le sfuggisse via dalle narici, schiuse la bocca per cercare d’inalarne il più possibile, ma stava inesorabilmente sprofondando in quella voragine infinita.

«Credo che lei sia soddisfatto, ora, dottor Moore» boccheggiò, diffondendo un manifesto tremore attraverso la voce malferma, ma tentando lo stesso di riconquistare appieno il suo controllo, la sua dignità.

Si abbottonò con decisione la blusa e si sistemò la giacca del tailleur, imponendosi di mostrarsi la più disinvolta possibile. «E le dico, con profonda delusione, che per me questo è tutto. Non credo che abbiamo più niente da dirci.»

Lui sorrise gelido e le indirizzò un affilato inchino con la testa, piegando le labbra in una smorfia di compiacimento, come a volerla sfidare per tanta sicurezza sbandierata.

E prima che potesse spezzare con un pianto dirotto il brusco silenzio sceso tra loro, Isabelle abbandonò di corsa la stanza, sbattendo per l’ennesima, ma ultima volta la porta dietro di sé.

Rimase lì, e un pianto scrosciante, scortato da singhiozzi impossibili da soffocare, invase l’ambiente circostante con una tale vitalità che Henry, rimasto in attesa per consegnare quel raffreddato caffè, le andò incontro, intanto che la scorgeva irriconoscibile, disperata, sconfitta.

«Isabelle…» titubò.

«No, lasciami» singhiozzò, schivandolo, la voce interrotta dalle lacrime che scendevano giù, ora fluide e incontrollate, senza sosta. «È troppo, Henry, è finita, stavolta davvero…» E cominciò a raccogliere le sue cose.

L’uomo osservava annichilito, assalito da un genuino stupore, quei gesti inconsulti convulsamente tesi a liberare la scrivania. «Non farai sul serio?»


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«Sì, Henry, siamo al capolinea.» E gli si lanciò tra le braccia, gemente, rassegnata, cercando in quell’abbraccio un conforto che non sarebbe mai arrivato.

Damian era in piedi di fronte alla vetrata del suo ufficio, ancora ansante per quel desiderio reciso. Per un momento si era sentito perso, inebriato da quel naturale profumo che non aveva nulla a che vedere con le essenze artificiali usate dalla maggior parte degli esseri umani, per indurre inevitabili reazioni ormonali.

L’aveva desiderata con tutto se stesso, si era spostato ben oltre le sue intenzioni. Avrebbe voluto castigarla, farle male, calpestarla, distrutta dagli stessi suoi intrighi, dalle trame tessute con femminile ingegno, ma aveva istantaneamente preso coscienza che quei baci, quelle energiche carezze, lo avevano catapultato verso un mondo ovattato, travolgente, incantevole.

Scosse grevemente il capo e rinsavì. Non poteva permettere di farsi raggirare da un’ennesima torva arrampicatrice, piombata nella sua vita come uno scalpitante treno in corsa.

Lo aveva permesso a Sandra perché lei rimaneva pur sempre sua moglie, lui l’amava, le aveva concesso del tempo per riflettere, per riprendersi dal colossale errore che stava commettendo, e Damian aveva temporeggiato, fiducioso, ma il suo tenersi in disparte era stato totalmente vano. Anzi, probabilmente aveva peggiorato le cose, magari Sandra si era indispettita per tanta indifferenza ostentata e lo aveva sfidato a gran voce, agendo nell’ombra, complottando una perfida frode.

Ma Isabelle no, lui non aveva niente a che fare con lei. Nulla di così profondo li legava, malgrado ora se ne sentisse incomparabilmente attratto, forse oltremisura.

E s’indispettì al solo pensiero di lei, lei che era stata capace anche soltanto d’immaginare di poterlo imbrogliare, usare una figura autorevole come Peterson per entrare nella sua azienda e riuscire candidamente nel proprio intento, irretire in un secondo tempo anche lui e giungere a chissà quali miseri scopi.

Non era mica nato ieri. E se il sindaco si era lasciato incantare dall’alto dei suoi sessant’anni, a lui non sarebbe successo.

Non che fosse migliore di quell’uomo, tuttavia la sua esistenza si era inconfutabilmente svolta in altro modo. Aveva dovuto combattere per arrivare fin dove si trovava adesso, mentre Peterson, primogenito e discendente di ottima famiglia, laureato ad Harvard col massimo dei voti, anche con qualche dubbio se dovuto a reali capacità o all’appartenenza a facoltosa genesi, aveva sicuramente poco avuto a che fare con gente di questo stampo, quantunque da anni intraprendesse una florida carriera politica che gli aveva concesso di venire a contatto con persone di qualunque genere.

D’altra parte, in più di un’occasione era stato salvato dai suoi consiglieri, soggetti retribuiti con decine di migliaia di dollari che lo avevano tirato fuori da qualsivoglia congiuntura pericolosa. Dopotutto, oltre il suo onorario, la sua famiglia era oltremodo benestante, di conseguenza avrebbe potuto anche sborsare i soldi di tasca sua, largamente.

E gli sembrò bizzarro che l’uomo avesse potuto rischiare con tanta incoscienza la sua reputazione, mettendo in gioco così stupidamente il benestare dei suoi elettori che, qualora una storia simile fosse saltata fuori, avrebbero irrefutabilmente biasimato la condotta immorale del loro beniamino. In fondo l’America era un paese fortemente perbenista.

Poi il suo pensiero si mosse a Jordan, uno dei suoi stimati consiglieri, anzi, forse il più autorevole. Chissà quante volte lo aveva salvato da situazioni scomode, prendendosi carico di tutti gli oneri relativi…

Era sconfortato, Jordan era sempre stato per Damian un esempio da seguire, più di suo padre, e riscontrarlo agire così, accettare quella sordida tresca difendendola per giunta con tale veemenza, lo rattristava enormemente. Stava perdendo fiducia nei suoi punti fermi.

Il mondo stava proprio diventando un letamaio, maledetti soldi…

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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