SENZA PAROLE, Cap. 11

Isabelle abbozzò un immediato gesto di scuse, magari intenzionata a farsi graziare per tanta inopportuna ilarità, ma avvertì istantanea di non essere approdata allo scopo, rendendosi conto che era nientemeno utopico come proponimento. L’uomo stava per deflagrare, senz’alcuna ombra di dubbio.

Difatti… «Adesso venga con me» sibilò, e le passò accanto con contagiosa agitazione.

«Signor Miles.» Ed Henry subito si sbarrò, senza strascicare un unico fiato. «Mi prepari un caffè, per favore, ora la signorina ha da fare con me.»

«Sì, sì…!» tartagliò lui, sollevato, e li osservò dirigersi verso l’ufficio, come due meteoriti che stessero squarciando il cielo per mezzo della vivida potenza devolutagli dalla forza di gravità.

«Adesso basta!» tuonò Damian, quando furono soli nel suo ufficio, scaraventando la ventiquattr’ore sulla sedia.

«Ne ho abbastanza di te, Isabelle.» E le si fece vicino in uno sfolgorio, fissandola con furore miscelato a palpitazione. Una strana luce permeava la sua espressione, era come se…

Ma Isabelle non ebbe il tempo di riflettere. Lui l’afferrò fulmineo per le spalle impiegando una tale, inquietante energia, così esplosiva e brutale da non poter minimamente contrastare, e la spinse fin contro il muro ostruendole ogni più piccolo movimento.

Lei rimase immobile, senza riuscire a scandire una sola parola, allibita, lo vedeva lì, di un fascino sempre più trascinante, tempestoso, persino conflagrante, che la guardava negli occhi stracolmo di rabbia e indignazione, con straripante affanno. Isabelle tentò di dischiudere le labbra per dir qualcosa, per ricostituirsi dal battito accelerato del suo cuore, ma Damian fu subito su di lei, come il mare in tempesta.

Il suo bacio era passionale, avido ma dolce, pieno, disarmante.

Isabelle lo accolse precipitosa, snodandosi al pari di un fiume in piena che discendeva incontenibile a valle, sinché lui, nell’avvertire il crescente dileguamento di ogni sorta di resistenza, mollò la presa dalle spalle. E scivolarono le sue mani lungo le braccia tremule per raggiungerle i fianchi, fasciandola energico e vorace, in un’aumentata, impetuosa concupiscenza.


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Incominciò a premerle le mani contro la schiena, turbolento, dirompente, toccandola con assoluta determinazione, cercando di sentire forte il suo fremito.

I due corpi aderirono alla perfezione, in affannata ricerca di completo contatto. E nel tempo in cui Isabelle, svanita la più piccola opposizione, gli cinse le spalle e gli accarezzò suadente la nuca per rispondere con impeto al suo travolgente bacio, sentì l’uomo avvampare dal desiderio.

A quel gesto rivelante pura sudditanza, la mano risoluta e affamata di Damian cercò subito il punto in cui introdursi per sentire la sua pelle. Le scostò l’indumento con decisione e senza riuscire a dividere le dita dal corpo che fremeva sotto di lui, si arrampicò in alto, fino a toccare quella vetta tanto agognata, sussultando al percepire l’evidente eccitazione di lei, esplorata da quella mano così calda sulla sua rosea, indifesa escrescenza.

Damian le si aderì ancor più prepotentemente, era in visibilio, dalla sua bocca si trasferì sul suo collo languendolo di penetranti baci e sussulti. Principiò ad accarezzarla con forza, come a volerla dominare sotto di sé, punirla per averlo reso così schiavo, bramante del suo corpo, pazzo di gelosia.

Le sue mani divennero sempre più esigenti, prepotenti, che Isabelle iniziò a provare inquietudine, confusione. Percepì che quello non era il desiderio di un uomo travolto dalla passione, bensì da collera, vendetta, profondo risentimento.

Ed esalò un gemito, mosse le mani verso le spalle di lui e le afferrò, con aggiogata trepidazione, nel tentativo di allontanarlo da sé, ma lui era devastato, potente, non riusciva a contrastare il suo vigore, la sua forza.

«No…» stentò, accompagnata da un sospiro, ma fu soffocato dalle labbra di lui che con ardente precipitazione si erano posate sulla sua spalla discinta, il respiro ansante che le faceva perdere la volontà di farlo smettere, la vista annebbiata da quella sensazione sconvolgente e intemperante che l’aveva invasa.

Poi una parola, un’altra ancora e lei raggelò, ferita da tanta crudele bassezza.

«Andiamo, Isabelle.» Il tono di lui era freddo, addirittura glaciale. «Piantala di resistere. Se vuoi arrivare in cima, devi smetterla di dispensare favori sessuali alle persone sbagliate.»

Effuse un ghigno, indispettito. «Sono io il tuo capo, è me che devi sedurre» sindacò, seguitando ad accarezzarle con foga la pelle nuda, fremente, invitante a tal punto da farlo vacillare.

La donna inorridì, e nell’udire quelle parole meschine, pressappoco malvagie, una forza misteriosa s’impadronì di lei. In un rapido attimo lo spinse lontano da sé e gli marcò la guancia con un potente, vitale manrovescio, tanto da fargli spostare di qualche grado il volto, ma che rimase maestosamente rigido.

In un fulmineo istante lui le fu di nuovo contro, e abbrancandole le braccia con fomentata potenza tumultuò: «Cosa vuoi, Isabelle, che ti prenda con la forza? È questo che vuoi!»

La scosse di peso facendola sbattere più volte contro la parete, finché lei, con rinnovata energia, lo allontanò definitivamente da sé e gridò: «Mi lasci!», rimanendo quasi senza respiro.

I suoi occhi la guardarono con furia quasi omicida, ma in una frazione di secondo riacquistarono quella luce fredda, scostante, e raddrizzando la schiena in tutto il suo aspetto austero, Damian le lanciò un sorriso amaro.

«Bene» convenne, ostile. «Il gioco è finito, Isabelle.»

Alzò il mento e con aria mordace aggiunse: «Non credere di poter tanto tirare la corda con me. Potrebbe spezzarsi ed io, francamente, non ho mezze misure.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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