SENZA PAROLE, Cap. 10

L’interfono suonò, era Damian, che diavolo voleva adesso! Certo era che, se putacaso le avesse richiesto di portargli un caffè, stavolta glielo avrebbe tirato addosso!

«Sì!» quasi strillò.

«Per caso la disturbo?» fece lui, con voce seccata. «Venga.»

Lei si alzò, e come se avesse indossato una pesante armatura, si parò innanzi ai due presenti, a denti stretti, impettita.

«Venga pure avanti, signorina, voglio presentarle il signor Sharif Hamamed. Viene dall’Egitto ed è un nostro importantissimo partner commerciale.»

E Isabelle sulle prime rimase esterrefatta che Damian si prendesse la briga di presentarle quell’uomo, dopotutto lo aveva conosciuto in corridoio, e di conseguenza queste formalità le risultarono parecchio superflue. Lei non era un dirigente e non avrebbe mai avuto a che fare direttamente con lui. Ma, sillogizzando su come quel tizio l’avesse in precedenza quasi denudata tramite quello sguardo poco discreto, e da come la stava passando ai raggi X anche in quell’istante, chiara cominciò a profilarsi in lei, la convinzione che quella fosse una sporca faccenda.

Accennò un movimento con il capo in segno di saluto e, con fare alquanto circospetto, rimase in attesa del resto.

«Sharif capita di rado a New York, è tornato con me da Il Cairo e gradirebbe vedere la città, conoscere qualche ambiente diverso dove poter trascorrere una piacevole serata» le illustrò Damian, in tono pacato, ma deciso. «E siccome so che lei, miss Kinsley, di posti così ne conosce in abbondanza, mi chiedevo se non fosse così gentile da potergli fare da chaperon per questa sera, dato che domani il nostro ospite dovrà ripartire per Londra.»

Il suo sguardo era intimidatorio. «Cosa ne dice? Potrebbe sostenere un piccolo sacrificio per una sera, annullando i suoi molteplici impegni?»

Lei sapeva a pennello a cosa si riferisse, era veramente machiavellico, niente da dire, ma questa volta non gliel’avrebbe fatta passare liscia, in special modo perché avvertiva, ancora insistente su di sé, lo sguardo gelatinoso di quell’Hamamed che manifestava intenzioni tutt’altro che platoniche. Le sarebbe indubbiamente saltato addosso dopo il secondo drink, e la cosa non era proprio di suo gradimento.


Advertisment

loading...

Ma cosa credeva, di poterla vendere al primo venuto? Con questo aveva davvero oltrepassato il limite, se realmente lui li avesse mai conosciuti, o avuti i limiti…

Lo vedeva lì, sprofondato nella poltrona, fiero ed autoritario, come un sovrano che impartiva ordini ai propri sudditi da un trono a due posti, l’aria beffarda in evidente attesa, aspettava la sua reazione.

“Sta giocando con me, ma stavolta non c’è trippa per gatti, caro Moore, non raccatterò le tue provocazioni.” E sostenne il suo sguardo per alcuni secondi.

«Ha perso la lingua? Ci vuole poco per contrariarla, miss Kinsley, le ho forse rivolto una richiesta così assurda?» la motteggiò, sfoderando un ghigno quasi diabolico.

Isabelle sagomò un serafico sorriso e con gli occhi da cerbiatta sottomessa, con massima perizia, «No, dottor Moore, ne sarei proprio lusingata» lo sviolinò. «Stavo puramente cercando il modo garbato per declinare l’invito, considerando, in ogni caso, che sarei molto felice di soddisfare la sua richiesta.»

Poi si adagiò le dita sulle labbra, sfiorandole con sottigliezza in segno provocatorio verso Hamamed. «Ma purtroppo proprio stasera, dopo il lavoro, devo recarmi a Newark. Mia madre non sta bene e devo fare urgentemente delle commissioni per il mio patrigno.»

«Di notte, miss Kinsley?»

«Il mio patrigno è in ospedale, dottor Moore» s’irritò, esibendo una perspicua malevolenza dal suo tono, per non parlare dell’occhiataccia tagliente che gli regalò. «Ha bisogno di costante assistenza, vado a darle il cambio, solo per questa notte.»

Damian presentò un gesto di scuse, giusto per non rendere spiacevole la conversazione davanti a Sharif. Era un ospite di riguardo, quindi lui non poteva tassativamente cadere in battibecchi con la sua assistente che peraltro si supponeva fosse di fiducia, seppur non avesse creduto neanche per un nanosecondo alle parole di Isabelle. Aveva intuito che la donna avesse montato quella storiella, sicura che lui non l’avrebbe contestata, non di fronte a Sharif.

«Va bene» l’assecondò, dopo pochi istanti. «La ringrazio ugualmente per la sua disponibilità, può andare e faccia, da parte mia, gli auguri di pronta guarigione a sua madre.»

Fu bizzarro, ma era come se lei avesse intravisto un leggero sorriso sulle labbra di Damian e che il suo tono fosse impercettibilmente divertito, colto in castagna. Era probabile, visto che, dati alla mano, praticamente pochi erano coloro che riuscivano a tenergli testa, e questa piccola contesa, forse, gli aveva strappato un sorriso di compiacimento.

Isabelle insignì una compita riverenza e lasciò la stanza. Era davvero sempre pieno di sorprese, Damian non aveva dubitato nemmeno per una frazione di secondo delle menzogne che lei gli stava propinando, eppure aveva egualmente ricambiato il gioco, chiudendo la partita da perfetto galantuomo. Alla fine era stato lui il vincitore, per la bilionesima volta.

Ma poco le incideva, quello che più le premeva era che Damian si fosse reso conto che non poteva usarla a suo piacimento, come un giocattolo di sua proprietà da mostrare o adoperare per far svagare i suoi compagni di scorrerie. E comunque lei non aveva del tutto mentito, sua madre era stata infettata da un brutto virus e i medici, data la debilitazione di Alvin, il suo patrigno, avevano giustamente consigliato che la donna si sanasse, prima di tornare in clinica ad assisterlo.

Quel vigliacco la stava proprio riducendo all’osso, riusciva a devastarle la vita anche da quasi morto, quando invece quella sua condizione sarebbe dovuta essere una punizione per lui, non un sistema per ostacolare perpetuamente la sua esistenza.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *