SENZA PAROLE, Cap. 10

Isabelle lo osservò sbigottita dirigersi verso il corridoio, e in concomitanza si chiese il perché di tanta freddezza, visto che, alla fin fine, non era stata lei a volerlo sedurre.

Certo, lui si rendeva perfettamente conto che non avrebbe mai dovuto permettere a se stesso di lasciarsi andare ad un comportamento così poco equilibrato, diciamo pure indecoroso. Era pur sempre un uomo sposato, oltretutto era il suo capo, ma ora non poteva di sicuro attribuirne la colpa a lei.

Che avesse combattuto i suoi fantasmi da solo, senza riversare tutta la sua amarezza su di lei, il suo egemonico rimpianto.

Poi il suo pensiero si mosse a quegli incredibili occhi che l’avevano avvolta da un potente calore, come a chiuderla in una piccola campana di cristallo dove lei aveva sentito solo quelle dita che le sfioravano il volto, donando un portentoso brivido a tutto il suo corpo. Si era lasciata cullare da quelle parole non dette, da quell’essere che le urlava il desiderio di attirarla a sé, spinto dalla bramosia di fondersi in un’unica cosa.

Ma era un sogno, soltanto un bellissimo sogno. Damian era proprio un uomo fuori dal comune, si ripeté, o forse solo al di fuori della sua portata, sospirò, capace di evocare in lei migliaia di discrepanti sensazioni, ma tutte bellissime, cariche d’intensità, di sogni mai realizzati.

Entrò nell’ufficio e subito avvistò la tazza in terra. Dalla posizione dei frammenti si evinceva inequivocabile la dinamica dell’accaduto, non era semplicemente caduta, bensì era stata scaraventa con forza verso qualcosa.

Quel momento di eccessiva debolezza lo aveva proprio contrariato, meditò, Damian si era senz’altro pentito di aver perso il controllo apprestandosi a chinarsi su di lei per tentare un appassionato contatto con le sue labbra, e quella, si dolse, purtroppo sarebbe stata l’ultima, la sola occasione per poter sentire il suo dilagante calore stringerla. Non ce ne sarebbero state altre, sospirò, e l’immane certezza l’assalì implacabile, in seguito all’accurata interpretazione dello spettacolo che le si manifestava dinanzi.

Raccolse con cura ogni più piccolo frammento e lo cestinò. Poi, mediante l’asciugamano con cui aveva smacchiato la camicia di Damian tentò di far sparire la screziatura dal parquet, attenta a non rigarlo, quando una voce riecheggiante di una perforante indignazione la risvegliò.

«Ma cosa fa lì in terra! E si copra per favore, è indecente.»

Lei lo guardò, era livido dalla rabbia, sicché, gettando alle ortiche il suo proposito di mantenere la calma, «Non ho mica le braccia lunghe un miglio!» gli urlò, in una sfuriata temeraria. «Come vuole che pulisca in terra, con il pensiero?»


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E si levò in piedi. «E lei, piuttosto, le sembra il caso di lanciare in aria gli oggetti in quella maniera?»

«Non devo dare conto a lei di cosa faccio nella mia azienda, miss Kinsley» asseverò lui, incenerendola con uno sguardo che avrebbe disintegrato anche un agglomerato di marmo da mille libbre. «E le ho già puntualizzato di non presentarsi con quell’abbigliamento in ufficio, non siamo in un night. Se lo ricordi d’ora in poi.»

«Perché, ha paura di non poter resistere, dottor Moore?» lo canzonò, per sfidarlo più che esplicita, ben sapendo di centrarlo in pieno, giacché solo in quel contesto lui se ne stava preoccupando, solo dopo…

Damian le si approssimò minaccioso. «Già, e dovrebbe stare molto attenta, miss Kinsley, se non vuole che finisca per approfittare dei suoi languidi messaggi ed attenti alla sua virtù» le intimò, riducendo sempre più le distanze.

E al modo di una furia impietosa, «Potrei anche mettere da parte la mia galanteria per una volta, e non credo che questo volgerebbe a suo favore» trasmodò, poi la catturò per un braccio e la strattonò, scuro in volto. «Ha capito bene, miss Kinsley?»

«Altroché.» Si divincolò con forza dalla stretta. «Ed anch’io potrei perdere le mie buone maniere, dottor Moore, rendendola impresentabile, semmai dovesse permettersi.» Si voltò di scatto e in guisa più che nevrastenica uscì dalla stanza, quasi scardinandone la porta.

Damian cominciò a sbuffare come un toro inferocito, non riusciva proprio a domare quella piccola ribelle.

“Ma guarda che tipo!” divampò Isabelle, quell’uomo era completamente irragionevole, fuori da ogni controllo, però stavolta non si sarebbe fatta intimidire. Se lui intendeva fare avanti e indietro allo stile di un gambero era liberissimo di farlo, ma lei non lo avrebbe assecondato, e che l’avesse pure licenziata, non le importava più.

Non aveva più l’intenzione di sottomettersi a tali soprusi solo per occupare un posto di prestigio. Era fornita di tutte le qualità per poterlo soddisfare dignitosamente e non sarebbe certo rimasta ad implorarlo di tenerla nella sua azienda.

Del resto anche lei possedeva un imperativo rispetto di se stessa, quindi non avrebbe più tollerato di farsi trattare alla maniera di una sporca arrivista di passaggio. Se quell’uomo era abituato a trattare esclusivamente con persone del genere, beh, lei non lo era, ed era giunto il sacrosanto tempo che lui se ne facesse una ragione, volente o nolente.

Cosicché si armò di tutto il suo ardimento, e pompandosi gloriosamente i polmoni si diresse con passo spedito verso la sua postazione, quando si trovò di fronte un uomo dalla faccia conosciuta e lo squadrò leggermente per identificarlo, cercando di non mostrarsi sgarbata. «Buongiorno, desidera?»

«Buongiorno a lei, sono Sharif Hamamed, ho un appuntamento con il dottor Moore» indisse lui, cortese e affabile, insistendo a trattenere lo sguardo sul décolleté di Isabelle che lei aveva precedentemente dilatato dopo la stizza, essendo convinta di non essere vista da nessuno.

E intanto che l’uomo sembrava gratificato da quella visione, lei ne approfittò per osservarlo meglio. Ma sì, era il tizio che aveva intravisto venerdì sera, con Damian al Kursaal.

«Può accomodarsi, avviso subito il dottor Moore» si velocizzò, allo scopo di liquidare il più presto possibile quello sguardo fin troppo insistente, davvero poco lusinghevole per una qualunque donna che rifiutasse a priori di essere contemplata alla stregua di un oggetto, e di che genere, è inutile precisarlo.

L’uomo si avviò felino e a rilento verso l’ufficio di Damian, ma non prima di aver scoccato una piccola, incisiva occhiata alle gambe fasciate dai velatissimi collant neri ed aver abbozzato un gesto di pingue approvazione.

«Non mi avrà mica presa per un cammello…!» si scarmigliò lei, a voce bassa. Ma che stava succedendo in quel posto, erano tutti presi dal raptus del rimorchio!

Si accomodò sulla sedia e, dimenticandosi in toto di avvisare Damian riattivò la sua precedente occupazione, stroncata dal susseguirsi di quei pazzeschi episodi. Era inaudito, quasi due ore per digitare una semplicissima relazione, sembrava che lo facessero di proposito ad ostacolarle i suoi compiti.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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