SENZA PAROLE, Cap. 10

«Disturbo?» Una voce alquanto risentita, scortata da un nevrotico colpetto di tosse, li risvegliò da quella sorta d’incantesimo e s’irrigidirono, allontanandosi di scatto l’uno dall’altra.

Isabelle ritrasse l’asciugamano verso di sé, poi, nel vedere la persona che rimaneva impettita sulla porta con fare stizzoso, compì il giro della scrivania e conservando lo sguardo fisso a terra, si dileguò dietro di lui.

«Cosa c’è, Jordan?» lo interpellò Damian, con assoluta tranquillità, riabbottonandosi la camicia in atteggiamento intenzionalmente casuale.

«Sei impazzito!» L’uomo chiuse con forza la porta dietro di sé e si approssimò a lui indignato.

«Andiamo, Jordan, non dirmi che tu avresti resistito a tanto» lo rimbeccò, con fare incurante, pressoché indolente.

«Non è questo, e lo sai…» Jordan era in profonda ansia. «Cosa mai direbbe Peterson, se venisse a conoscenza di ciò che stai combinando?»

«Non sono più affari suoi» sostenne lui, in tono asciutto, piuttosto seccato.

«Ma cosa dici… santo Dio… tu non ti rendi conto…» brancicò, impiegando una voce che trasudava angoscia e rassegnazione.

«Non ho paura di lui» accentuò Damian, pur avendo distinto l’ansioso stato d’animo dell’uomo. «Non ne ho avuta mai, di nessuno» lo sfidò, ma nel dimostrare apertamente, sia nello sguardo sia nel tono, che non fosse la presenza che gli sostava innanzi ad impersonare l’oggetto di siffatta sfida.

«Non dirmi che ti sei invaghito di lei… Oh, Damian, non vale la pena di rischiare tanto e tu lo sai, puoi avere tutte le donne che vuoi, però lei lasciala stare. È meglio per tutti, te lo assicuro, e devi ascoltarmi, potresti pentirtene.» Si arrestò per qualche secondo e in seguito, spossato e boccheggiante gagnolò: «Hai già sofferto a sufficienza con Sandra, non trovi?»


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Un lampo d’ira attraversò gli splendidi occhi blu, accendendoli in un fuoco divampante. «Continua» gli impose, precipitosamente investito da un tirannico sospetto.

«Non posso dirti nulla, Damian, ma ti ripeto, devi lasciarla stare, non posso permettere che il sindaco sappia che ci sia qualcosa tra voi. Mi aveva richiesto di farla lavorare con te, in quanto consapevole che tu non avresti mai messo gli occhi su di lei, si fidava ciecamente. Gesù, che situazione…»

«Vorresti dire che…» Era contrariato, odiava tutti quei misteri.

«Sai esattamente che sono costretto a serbare il segreto, sono un uomo di parola ed anche un professionista. Non posso divulgare certe informazioni senza esserne autorizzato.»

Un incombente disgusto si stava impadronendo di Damian, quella piccola intrigante lo aveva ingannato, lo aveva indotto a credere di essersi lasciata alle spalle quella sordida tresca, mentre invece la situazione era del tutto immutata. Si sentì raggirato, umiliato, frustrato, e man mano che Jordan gli parlava, gradualmente saliva ad involgerlo un senso di molesto sconforto, agitazione, genuina rabbia.

«Damian…»

«No, non voglio sentire più una sola parola, va’ via, Jordan, lasciami solo. È chiaro, ora è tutto chiaro.»

«Che?» Un dubbio fulminò la mente dell’uomo. «Non trarre conclusioni affrettate. Isabelle è una bravissima persona, te lo garantisco, non farti idee strane su di lei.»

«Esci, per favore» lo accomiatò, senz’alcuna moderazione nel timbro della sua voce.

«D’accordo, ho la tua parola… Damian?» Jordan era intimidito, o meglio, sconcertato da quell’inaspettata, imminente esplosione d’ira.

«Ce l’hai, non temere.»

E quando Jordan ebbe chiuso la porta dietro di sé, si udì un sonoro frastuono, come se una granata fosse appena esplosa nell’ufficio.

L’uomo guardò subito Isabelle che incredula, avendo udito la voce tonante di Damian, era inibita, scombussolata, e salutandola garbatamente, senz’accennare un unico commento, Jordan si dissolse oltre la porta.

Damian, rimasto solo nel suo ufficio, in seguito al tempestivo intervento di Jordan stava quasi andando in ebollizione, quell’arrivista era riuscita a fargliela proprio sotto il naso. Eh, ma se voleva la guerra… stavolta se l’era seriamente cercata.

Non riusciva proprio a capacitarsi del fatto che lei avesse potuto ingannarlo così. Certo, gli capitava di ricredersi su fatti o persone, tuttavia il tempo occorso era sempre stato oltremodo limitato, erano state sufficienti non più di un paio di occasioni per mangiare la foglia. Anche con Sandra, di cui era stato all’origine interamente sicuro e fiducioso, era bastato poco per capire di quali orride mistificazioni fosse capace.

E quella piccola volpe era riuscita a mantenere il gioco per giorni, senza che lui avesse riscontrato dubbi o perplessità, tutt’altro. Ciò che lo aveva gradevolmente colpito era stata la sua integrità, il suo amor proprio che la induceva a contrastarlo senz’alcun timore, davvero come pochi azzardavano, per non parlare della sua profusa modestia e della sua mancanza di vanità, che la conducevano a non montarsi per niente la testa.

Non poteva essere così brava a recitare, non con lui. Erano stati troppo a contatto negli ultimi tempi lavorando costantemente assieme, e Damian non aveva colto nulla di sospetto nei suoi atteggiamenti, sempre così solari, puliti.

Guardò la tazza frantumata in terra, l’unica cosa che non si era salvata dalle ire dell’uomo, e si sentì smoderatamente deluso per aver sperperato, ancora una volta, fiducia per qualcuno che aveva creduto diverso, laddove ci aveva tenuto davvero.

Non che ravvisasse di esserne innamorato, tuttavia se ne sentiva attratto in un modo indicibile. Al pari di un incontrastabile magnete Isabelle lo attraeva a sé e lui non poteva evitare di rimanerne coinvolto, affascinato e avvinto, quasi stregato.

Reclinò la testa all’indietro e indurì copiosamente la sua espressione. Doveva riprendere in mano il controllo della situazione, ed anche subito, pertanto s’impose che quell’attimo, che dentro di sé definì di mero smarrimento, avrebbe rappresentato soltanto una minuscola, deludente parentesi, e lui sarebbe andato oltre, come di consueto.

Si alzò di scatto dalla poltrona ed uscì con celere passo dal suo ufficio.

Adocchiando Isabelle china su alcuni dossier, con rigida decisione le si avvicinò, e in tono assolutamente glaciale sibilò: «Miss Kinsley.» Lei tremò dall’emozione. «Mi sistemi l’ufficio, ho un appuntamento tra un quarto d’ora.» E sparì come una saettante folgore dal suo campo visivo.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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