SENZA PAROLE, Cap. 1

Isabelle scese dalla sua auto color argento senza toccare la terra sotto i suoi piedi. Era così felice ed eccitata per come si era svolto il suo colloquio che addirittura volteggiava, ma più di tutto con la sua mente, sfrenata e piroettante.

“Certo che quel Moore è proprio bisbetico” valutò, ma poi si soffermò sulla questione che per rivestire siffatto ruolo, lui dovesse esser logicamente dotato di una personalità forte e molto cinica, altrimenti la concorrenza lo avrebbe sopraffatto, schiacciato, divorato.

Non era semplice ritrovarsi a capo di una grande azienda, specialmente senza essere incalzati dal timore che qualche impavido potesse soffiargli tutto via da sotto il naso, e quell’autentico self-made man, ovviamente, aveva imparato ad essere di un’egemonica freddezza e di una circospezione estrema.

Infilò la chiave nella toppa e udì un istantaneo miagolio di benvenuto, era Rave, il suo bigio gattone tigrato che, senza por tempo in mezzo, sfregò il musetto sulle sue gambe fasciate dai collant velati.

«Ciao, amore.» E gli intrappolò l’orecchio in un friabile pizzicotto, strapazzandoglielo con baloccante amorevolezza. Lui le rispose attraverso un doppio miagolio e balzò subito sul letto ad aspettarla.

Era così, ormai il suo piccolo amico conosceva bene le sue abitudini. Isabelle, per quel poco tempo che rimaneva in casa, lo trascorreva a letto, si svestiva dai suoi abiti di ruolo e si rilassava rincantucciata sotto le coperte, magari a dilettarsi con qualche film d’amore o a leggere un buon libro che le facesse immaginare, vivere idealmente una storia romantica.

Eh sì, era sempre stata una romanticona, sin da piccola aveva sognato senza sosta il suo aitante principe che, in sella ad uno sfavillante cavallo bianco, venisse a salvarla dall’inconcepibile situazione in cui la madre l’aveva cacciata, sebbene quest’ultima le avesse sempre voluto bene. Cionondimeno, aveva scelto il compagno decisamente sbagliato.

Già, quando la madre era rimasta incinta, sola, era stata costretta in fretta e in furia a trovarle un padre, uno qualsiasi, cioè, qualcuno che avesse potuto amarla come tale, al fine di non farle patire più del dovuto l’abbandono di quello biologico. Isabelle non aveva mai saputo chi fosse il suo vero padre e neanche avrebbe voluto saperlo, un uomo così non andava considerato. Per lei era come se fosse morto.

Senza dubbio, però, la madre non aveva compiuto la scelta più appropriata, eppure Isabelle lo aveva accettato con remissione e di conseguenza si era impegnata per non farglielo pesare, aspettando di andar via, un giorno o l’altro, per crearsi una vita indipendente, libera. Una vita in cui sarebbe stata padrona di se stessa, senza che nessuno potesse incrinare la sua serenità, o meglio, più di qualunque altra cosa, il suo desiderio di seguitare a vivere.

Non era stato semplice deviare per quella decisione perché le voleva bene. A un dato momento le aveva anche proposto di andar via insieme, ma ormai quella era la vita di sua madre, bene o male che fosse, ed era giusto che lei pensasse alla sua, senza nemmeno troppi rimpianti.


Advertisment

loading...

Ed aveva lavorato un po’ ovunque, la cameriera di club notturni, la donna di servizio, il pony express, aveva persino collaborato con una ditta di traslochi, però non poteva di sicuro dirlo a Moore. Che cos’avrebbe pensato di lei?

Non aveva intrapreso alcun lavoro di concetto, solo professioni che richiedevano pura manualità e nessuna che reclamasse una certa attitudine intellettuale, lavori che avrebbe potuto svolgere chiunque. Era pur sempre una gavetta, ma nettamente di poco conto.

Comunque, in conclusione, riteneva che Moore avesse ricevuto una discreta impressione su di lei, ed era fiera di essersi dimostrata abbastanza determinata e disinvolta, era quello che ci voleva per schiudere un piccolo spiraglio con un uomo di quella portata. “Ed è così interessante…” Ma sobbalzò, punendosi subito con uno schiaffetto sulla guancia. “Ma cosa vai a pensare!”

Il suo intento era d’intraprendere una carriera pulita che rispettasse i canoni morali più inflessibili, e non intendeva certo mescolare le due cose, anche se, onestamente, quell’uomo l’aveva messa un filino in difficoltà con la sua forte e carismatica presenza. Non aveva mai immaginato che fosse così.

Certo, aveva seguito le sue vicissitudini, perlopiù professionali, oltre che gli andamenti in borsa della sua società, tuttavia non si era mai ritrovata a sfiorare l’idea della sua vita privata. Non sapeva nemmeno che aspetto avesse, anche perché Isabelle non amava leggere quell’immondizia di periodici di cronaca rosa, li trovava invasivi nella vita dei poveri malcapitati e intrisi di mere menzogne.

Non che poi lui apparisse spesso in tali riviste, lei sapeva bene che Moore non amava mettersi in mostra, neppure in televisione, benché, paradossalmente, fosse a capo di una società di comunicazioni multimediali.

E in ciascun caso lei, per quegli sporadici programmi di attualità che occasionalmente vedeva, era più portata a seguire trasmissioni che la rilassassero o che la intrigassero, allo scopo di risvegliare la sua intemperante immaginazione. Era una creativa, adorava il marketing e i messaggi pubblicitari in genere, considerava le réclame delle vere e proprie opere d’arte, piccole narrazioni di trenta secondi cariche di emozioni e di schermati simbolismi.

Indiscutibilmente non tutte, talune erano proprio da bandire, delle gran belle porcherie, e la Karma Communication era veramente un’artista a sfornare quelle brevi e sintetiche storie di tutti i giorni, ma ricolme di significati non detti. O magari era lui, sì, lui che sapeva sicuramente come fare bene il suo lavoro.

Beh, senz’altro lei avrebbe gradito in maggior misura entrare in quel settore dell’impresa, ma essere diventata l’assistente di Damian Moore era la cosa migliore che avesse potuto desiderare. “Ancora non riesco a crederci…”

Il cellulare squillò proprio in quel momento. “Chi sarà?” pensò, con un velato sussulto. Sul display appariva una chiamata senza numero. “Non sarà mica…” Tagliò corto e rispose.

«Isabelle.»

«Sì?» Ogni dubbio sparì. «Cosa vuoi?»

Una voce titubante si riversò: «Chiederti come stai, sai, io da schifo…»

«È ovvio» lo freddò, secca e gelida.

«Possiamo incontrarci? Magari parliamo un po’… domani a colazione?» tergiversò l’interlocutore, inibito e tentennante.

Lei sospirò, permeandone fastidio e nervosismo in ugual tempo. «Inizio un nuovo lavoro e comunque…»

«Ah, e quale?» svicolò l’altro.

«Alla Karma» sintetizzò, sperando ardentemente che quel martirio terminasse all’istante.

«Alla fine ce l’hai fatta, sono contento. Non fai pausa a colazione?»

E Isabelle sospirò ancora, stavolta di pura irritazione. «Ne dubito, e comunque non ho nessuna intenzione di vederti, Mike, credevo fosse chiaro.»

«Ancora non riesci a perdonarmi?» piagnucolò l’uomo, come il suo solito, allorché percepiva che lei si manifestava determinata in netto senso negativo riguardo ai suoi interessi.

«Non è questo, è finita, non è per noi.»

«Non lo farò più, è una promessa» le garantì, conservando un tono dimesso e accorato.

Isabelle avviò fittamente a spazientirsi. Mike non poteva rovinarle quella che era stata, fino ad ora, una splendida giornata. «Le conosco le tue promesse, mai una mantenuta.»

«Stavolta è diverso, credimi. Ho temuto di perderti sul serio e questo mi è bastato, non lo farò mai più, te lo giuro» s’incaponì, sempre più prostrato.

«Già…» Isabelle si sciolse i capelli che le ricaddero lunghi sulle spalle e si massaggiò dietro la nuca, spostando adagio a destra, e poi a sinistra il capo. «Mi ripeto, le conosco le tue promesse e sono proprio stufa, non ne posso più. Ormai ho capito che non siamo fatti per stare insieme, tu sei in un modo e io in un altro, direi più o meno all’opposto, ed ho raggiunto la conclusione che la nostra relazione è impossibile. Non facciamoci ancora del male, Mike, e sei vivamente pregato di farti riconoscere quando telefoni, ho tutto il diritto di non rispondere, se voglio. Sei solo un vigliacco, sai che sono costretta a dover prendere ogni telefonata che ricevo e sai anche che non posso neppure spegnere il cellulare, visto che non so mai cosa potrebbe capitare con il mio patrigno in quelle condizioni. Comincia ad essere un uomo, Mike. Addio.»

«Is…» Lui non fece in tempo a completare la frase, che la donna aveva già troncato la comunicazione.

“Sai che ti dico…” E spense il cellulare. “Chi se ne importa, non dovrà succedere qualcosa proprio stasera!”

Si diresse in camera e indossò una t-shirt con un pantaloncino, si accoccolò tra le coperte con Rave ed accese la Tv.

Sbadatamente spinse il tasto di una rete nazionale che seguiva di rado e lo vide, Damian Moore, in tutto il suo splendore, che veniva intervistato in un programma di alta finanza, fiero nel suo doppio petto blu, che con il suo eloquio faceva scomparire l’intervistatore stesso.

«È proprio affabile…» s’imbambolò, a dir meno estasiata. Lo osservò per alcuni minuti ma poi, come se fosse piombata in uno stato ipnotico, d’un tratto si risvegliò. “Ma che stai facendo?” E subito cambiò canale, sorpresa da quei suoi pensieri.

«Non fare sciocchezze» mugugnò, e senz’accorgersene scivolò in un sonno profondo, stremata dalle molteplici emozioni che aveva provato in quel fatidico giorno. Era ora, già, finalmente qualcosa stava cambiando, e in meglio.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *