SENZA PAROLE, Cap. 1

Jordan s’instradò verso la porta, varcandola, e qualche secondo dopo ne rientrò accompagnato da una disinvolta figura avvolta in un raffinato tailleur nero, abbastanza costoso, rilevò Damian, forse con una gonna un po’ troppo corta per i suoi gusti, ma che faceva gradevolmente intravedere le gambe sinuose ed aggraziate. Aveva i capelli biondi raccolti dietro la nuca ed un paio di occhiali bassi e lunghi dalla montatura nera, che le conferivano un’intrigante aria dal fascino intellettuale.

Damian la fissò per un esaustivo momento, inarcando sardonico il sopracciglio sinistro. “E capisco molto bene, ora” sottilizzò fra sé, e le tracciò un gesto deferente con la mano. «Si accomodi, miss Kinsley.»

Jordan si congedò, ma non prima di rassicurare Isabelle mediante un sorriso cordiale, nell’aver intravisto che la donna in qualche modo aveva avvertito la tensione di quel contesto, per lei non del tutto comprensibile.

«Suppongo che lei sappia come mi chiamo. Sono Damian Moore, molto lieto.»

Lei lo squadrò per alcuni secondi, muta e impressionata, ma dopo un po’, al fine di non mostrarsi ineducata, drizzando le spalle si presentò. «Isabelle Kinsley, anch’io sono molto lieta di fare la sua conoscenza, anche se…» E si pentì subito di aver pronunciato quelle ultime parole.

Damian rinnovò il suo interiore sarcasmo. «Anche se

Isabelle si soffermò un attimo a riflettere, prima di replicare. Non poteva certo tirarsi indietro, però non era senz’altro il sistema migliore per intavolare un colloquio di lavoro.

«Pensavo che lei fosse un tantino più anziano, tutto qui.» Sollevò lo sguardo e lo fissò dritto negli occhi, cercando di non tradire il repentino imbarazzo manifestatosi sul suo volto, a causa di quell’affermazione a dir poco inopportuna.

Lui delineò un impercettibile sorriso, ma che subito sparì dietro la sua facciata di uomo rigido e composto. «Ho trentasette anni, miss Kinsley, la cosa la infastidisce?»

«No…» Lei si affrettò a ritrattare, ma fu insediata da una dinamica impulsività e si mordicchiò il labbro inferiore. «Non volevo dire questo, è solo che…»


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«Non importa» la sovrastò lui, fissandola pensoso per un incisivo istante, e saldò la sua attenzione sulla piega della bocca appena aggredita per un nonnulla, quasi interdetto da tale semplicità e naturalezza. Ma erano di sicuro apparenti, meditò.

«Ha con sé un curriculum?»

«Sì.» E glielo porse.

«Altre esperienze lavorative?»

«In verità no, ho sostenuto uno stage nella sua azienda, ma…»

«È incredibile!» s’infervorò lui. «Vuol dire che non ha mai lavorato in vita sua?»

Questa era bella, gli imponevano una collaboratrice, oltretutto in qualità di assistente personale, e non possedeva per giunta nessuna esperienza. Ma come si poteva… Suo padre si sarebbe rivoltato nel sacro tumulo, tutti i suoi granitici ed austeri insegnamenti sui criteri inderogabili del business, e adesso lui si ritrovava ad acconsentire a una simile richiesta. Principiò ad infastidirsi.

«Lei ha ventisette anni e non ha mai lavorato in vita sua?» reiterò, cercando di rimanere calmo.

«Beh, sì, ma non questo» stentò lei, un po’ intimidita da quel tono tremendamente autorevole.

«Cosa vorrebbe intendere?»

«Che ho svolto diversi lavori per mantenermi agli studi, durante il college e per frequentare alcuni master in comunicazione, ma ciò ha allungato un po’ i tempi» gli spiegò, riacquistando miracolosamente la sua disinvoltura.

«Abbastanza, direi.» Damian dedicò una minuziosa occhiata al curriculum, intanto che Isabelle rimaneva in sepolcrale silenzio, perfettamente centrata da quella freccia velenosa.

«E lei, con il suo bagaglio di studi intrapresi, anelerebbe a diventare una semplice assistente?» diffidò lui più avanti, proseguendo a consultare, piuttosto interessato, il documento che aveva dinanzi.

«Sì, ma sarebbe per lei e questo, secondo me, sarebbe un grande traguardo. So che potrei imparare tantissimo nel collaborare con lei, la seguo da anni e la sua strabiliante ascesa mi affascina, è riuscito a creare ogni cosa dal nulla e non è poco» espresse, tutto d’un fiato, forse rinforzata dal sottile complimento che lui le aveva rivolto.

Damian la osservò per un breve momento, istoriando un’espressione ironica, quasi tagliente. «Sta cercando di lusingarmi?»

«È probabile, comunque non è ciò che intendo fare adesso. Desidero questo lavoro e se mi darà la possibilità di tentare, non la deluderò.»

Lui la fissò di nuovo, taciturno e impassibile, ma poi decretò: «Vedo che ha le idee ben chiare. Va bene, domani mattina alle otto, e indossi un paio di pantaloni. È tutto.»

Isabelle, incredula, abbozzò un cenno con il capo e si alzò. Possibile che fosse stato così facile? Aveva desiderato per anni un incarico in quella società, e adesso che lo aveva ottenuto, per di più in così modico tempo, un dubbio le zampillò nella mente, tuttavia non stette a badarci troppo. Evidentemente i suoi sacrifici erano stati ricompensati e per il momento non chiedeva di più. Non era necessario.

Quando la donna chiuse la porta dietro di sé, Damian sollevò il ricevitore del telefono e fece per comporre un numero, ma bastò mezzo secondo che lo riagganciò.

«Non posso crederci» s’indignò, ora doveva anche insegnare i trucchi del mestiere ad una stagista… Ma per chi lo avevano preso?

Poi, nel tempo di un respiro, i suoi occhi si posarono sulla pagina di quel rotocalco rosa, e tutto quel che era avvenuto nell’ultima mezz’ora svanì. Rimirò la foto di Sandra con quel Benton mentre gli parlottava con fare sensuale all’orecchio, coperta da un paio di occhiali scuri, ma ben scoperta in altri siti del suo corpo.

Possibile che innamorarsi fosse così penoso? E il lato peggiore di quell’infausta faccenda era per lui, in quel frangente, che la conoscenza di qualsiasi donna frequentata nel periodo intercorso, non gli stava consentendo di sperare in qualcosa di diverso. Probabilmente erano tutte così e lui non faceva che illudersi.

Mera consolazione per una vita votata alla realizzazione di un sogno che, forse sì, sarebbe rimasto soltanto un sogno.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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