SENZA PAROLE, Cap. 1

E senza immaginare che il cuore di Damian fremesse per lei già da anni, Sandra aveva dottamente ultimato di stregarlo e lo aveva sposato dopo solo due mesi da quell’incontro, temendo che quell’essere così perfetto fosse una preda fin troppo ambita dalle sue colleghe snob, in cerca di un marito bello e facoltoso. Il potere era un elemento assai allettante per donne del suo pari, o forse per tutte.

Damian, com’è semplice presumere, si era lasciato rapire da quell’angelica figura, benché di serafico non avesse davvero nulla, ed è altresì facile intuire come lui, accortissimo uomo d’affari ma poco esperto d’industriose trame femminili, si fosse lasciato irretire dai languidi occhi color nocciola, guizzanti di passione e sensualità. Era come se un sogno si fosse avverato, un’ossessione placata.

Così, in conclusione, si erano sposati, oltremodo in pompa magna, accogliendo al ricevimento le migliori famiglie e diversi magnati di prim’ordine degli Stati Uniti, ma riservatamente, in completa segretezza rispetto alla stampa e ai media. E quantunque fosse stato un matrimonio pianificato in tempi relativamente brevi, si era ugualmente trasformato in un illustre evento, tenendo anche conto della mastodontica somma di danaro occorsa che Damian, comunque, aveva corrisposto senza attribuirne rilevanza alcuna.

Tutto aveva un prezzo, ma forse quel sogno tanto bramato non lo aveva.

Era stato un fidanzato perfetto e premuroso, pur discernendo, sin dall’inizio, che la sua dolce sposa non fosse quel che lui aveva veduto. Ma si era fidato del suo istinto, accecato da quell’amore estemporaneo, ricolmo di smaniose aspettative.

Le aveva soddisfatto i più piccoli capricci, l’aveva viziata e venerata, persuaso che quel comportamento frivolo, talora poco composto, fosse originato dalla sua tragica storia familiare, ed era stato convinto che con il trascorrere del tempo, con l’ausilio della completa dedizione di lui a quella promettente vita matrimoniale, Sandra avrebbe recuperato la propria essenza, quella che lui aveva carpito quel lontano giorno di maggio, pieno di rosee speranze.

Posto ciò, in aggiunta, le aveva offerto una posizione onoraria nel consiglio d’amministrazione della sua società, si era sposato con lei senza stipulare nessun tipo di contratto prematrimoniale.

«Tutto ciò che è mio, sarà anche tuo» le aveva sussurrato, in sconfinato tono carezzevole, e lei lo aveva assalito di baci e moine, quasi in lacrime, pulsante di gioia.

Ed era stato così, Damian aveva desiderato, nel più profondo del suo animo, che Sandra si fondesse con lui, in tutto.

«Stai bene?» sopravvenne Jordan, e Damian trasalì.


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Già… si era di nuovo perso nei meandri di quella tumultuosa storia d’amore, ma forse solo d’inganni, abbattuto.

«Sto verificando le clausole, ma disgraziatamente non trovo nulla a cui potermi appigliare.»

Jordan lo scrutò ancora, munito di un’aria residente a metà strada tra sincera preoccupazione e caustica irritazione, nel ripensare a quella donna che, or ora, gli appariva con le fattezze di una strega maliarda. «Hai consultato il tuo ufficio legale?»

«No» si avvilì. Non aveva alcuna intenzione d’intraprendere un’azione legale che l’avrebbe distrutta, ci aveva ragionato a fondo, e in definitiva preferiva risolvere la questione nel modo più essenziale possibile.

Sì, perché tuttora, nonostante quel turpe exploit, non sapeva se l’amasse ancora o se fosse innamorato soltanto del suo ricordo, dell’immagine che aveva di lei. Tuttavia non voleva sporcare ciò che era significata per lui quell’estenuante storia d’amore, durata così tanto nella sua mente da divenire parte integrante della sua vita, mediante l’esecuzione di una squallida guerra per il vile danaro, sebbene fosse stato l’oggetto del suo sacrificio per anni, laddove aveva lavorato alacremente notte e giorno, senza requie alcuna.

O magari quegli anni erano stati vissuti unicamente per riscattare l’immagine della propria famiglia, il padre che aveva immolato se stesso per mettere in piedi una grande società di comunicazioni e che in seguito si era ammalato di cancro allo stomaco. La sua vita era stata stroncata in poco più di otto mesi.

Dopo pochissimo tempo anche la madre lo aveva raggiunto, forse per il dolore causato dalla sua prepotente mancanza, e tutto quello che il padre aveva sacrificato non era servito. L’uomo aveva gestito male i suoi investimenti a Wall Street ed era stato travolto da un imprevisto tracollo finanziario, fintanto che società sciacalle avevano smembrato la sua azienda, pezzo per pezzo, e alla fine era rimasta solo la sua malattia.

«Stavi dicendo?» Damian cambiò argomento, stabilendo che fosse più che sufficiente il tempo che aveva dedicato a quei suoi pensieri, doveva inderogabilmente terminare di compiangersi e guardare oltre.

«Ah, sì, qualora tu non avessi ancora deciso per quell’incarico, avrei un nome da proporti, ed è importante che tu ne tenga conto» gli espose l’uomo, dopo aver sprigionato un tenue, vago colpetto di tosse.

«Cosa intendi?» lo scrutò lui, avendo rilevato in pieno la significativa esitazione di Jordan, nonché la sottile sfumatura solenne nel suo tono un po’ troppo ossequioso, filtrante una reverenza totalmente superflua tra loro.

«Nulla di che, è solo un favore personale richiestomi dal sindaco, mi ha pregato di prendere in considerazione una persona per l’assunzione del ruolo di tua stretta collaboratrice. Ha molta stima di te, ammira il tuo lavoro e la politica aziendale che adotti nella tua società, e ti sarebbe grato se la prendessi con te nel tuo organico, naturalmente conservando il massimo riserbo, gradisce che nessuno ne sappia nulla e che tu non ne faccia parola neanche con lei.»

«Immagino di non poter rifiutare» commentò lui, pensieroso, anche piuttosto infastidito da tale, seppur velata, imperativa richiesta.

Damian era stato sempre disponibile alle richieste del sindaco e del resto anche l’altro, sussisteva fra loro un esemplare rapporto di stima e rispetto reciproco. Senza mai porre troppe domande si erano sostenuti l’un l’altro, Damian gli aveva organizzato un’ottima campagna elettorale che gli aveva permesso di primeggiare con ampio distacco sul suo avversario e non gli aveva mai reclamato nulla, ma Peterson era stato sempre prodigo di favori e concessioni, il tutto sempre rientrante nella perfetta legalità.

Tuttavia, in quella circostanza, la sua ammirazione per quell’uomo dai ferrei e salubri principi morali vacillò.

Come, voleva che assumesse una delle sue amanti? Ma ne aveva sul serio? Com’era possibile? Aveva una moglie eccezionale e due figli straordinari, impeccabili studenti di Harvard, una vita ineccepibile, perché mai incrinare tutto questo?

Tirò un forzato respiro. «Come si chiama?»

«Isabelle Kinsley, ha ventisette anni ed è una bellezza!» si enfatizzò, ma poi, rendendosi conto di aver alquanto esagerato, si ricostituì e in tono molto formale precisò: «Cioè… intendo dire che è proprio in gamba.»

Damian si fece ancor più pensoso. «Capisco.»

«Cosa?» si stupì l’altro, non riuscendo ad intuire cosa gli stesse passando per la testa.

«Nulla. Va bene, falla venire per un colloquio, alle cinque» accettò, esibendo, in pari tempo, inespressività nel tono ed imperscrutabilità nella sua espressione.

«Veramente è già qui.»

Lui trattenne un attimo il respiro, stavolta in gesto di sdegno, ma si rilassò pressappoco all’istante. «Falla entrare.»

«Mi raccomando, è davvero importante.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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