PAURA DEL BUIO, Cap. 3

«Penso sia dovuto al fatto di essere convinto che io mi sia intrufolata per soffiare il posto alla professoressa Marshall, elargendo favori, per così dire, particolari al rettore» riassunse, sentendosi propensa a confidarsi con lui. Jeffrey le trasmetteva una considerevole sicurezza e quindi, conoscendo la situazione, avrebbe potuto sostenerla per rischiararsi un po’ la mente.

«Ed è così?» oggettivò lui, con un tono tale da non sembrare invadente, pur confidando che non fosse quella l’effettiva realtà dei fatti. «Voglio dire, nonostante le tue credenziali, conosci il rettore?»

«Sì, ci conosciamo da tanti anni» confermò lei, estesamente rassicurata dal suo timbro di voce. «Quando ero assistente universitaria a Princeton Roger era docente di Sociologia Politica, ma è comunque un amico di famiglia. Per me è come se fosse un padre, il padre che non ho mai avuto.»

«Mi dispiace, non sarà stato facile per te» si rammaricò, comprensivo, osservandola in discreto silenzio per qualche secondo, ma in seguito integrò: «E glielo hai specificato a Lex, cioè, che la tua amicizia con il dottor Cohen è esclusivamente platonica?»

«No di certo, non sono affari suoi, e francamente non ne avrei avuto il tempo» sospirò, malinconica, pressappoco avvilita. «E in ogni caso non devo fornirgli alcuna spiegazione. Non è giusto che io debba giustificarmi con persone di questa risma, che si affidano soltanto alle apparenze e traggono conclusioni affrettate senza guardare in faccia la realtà e senza valutare correttamente gli esseri umani, quelli che sono, anziché supporre anticipatamente situazioni losche e negative, e solo perché giunge a loro vantaggio.»

«Credo che ti sbagli, Kate» confutò lui, accompagnando di una calda sfumatura la sua inflessione.

Katherine si eresse dalla sedia, basita, ma dandogli una possibilità di spiegarsi per l’inaspettata contestazione, «In altre parole?» lo interrogò, ancora perspicuamente incredula che non la pensasse come lei.

«Non fraintendermi» si affrettò ad affermare lui, intuendo benissimo l’origine della sua impostazione postulante. «Quello che dici è giustissimo, sacrosanto, ma immagino che ci sia di più, a tergo di ciò.»

«E cosa?» lo pressò, fremendo di conoscere il suo pensiero, visto che Jeffrey le aveva trasmesso una cospicua tranquillità, sin da quando si erano incontrati, ed erano esplose per lui un’esponenziale ammirazione e una repentina fiducia. Moriva dalla voglia di sapere quale fosse la sua opinione, anche perché magari la sua obbiettività, in special modo perché non direttamente coinvolto, le avrebbe elargito chiarezza su alcuni punti che ancora giravano incessantemente nella sua testa, senza che potesse arrestarli e collocarli nell’equa posizione.

Era ancora sulle roventi spine, quando Jeffrey reclinò lo sguardo in corrispondenza del tavolo, manifestamente intento a riflettere con cura, forse timoroso di giungere ad elaborare esposizioni errate.


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«Allora, Jeff?» incombé, con voce tremula, sentendosi d’un tratto spaesata. «Vuoi rendermi partecipe delle tue riflessioni?»

«Sicuro, Kate.» Le inoltrò uno sguardo significativo ed asserì: «Credo di non essere stato l’unico ad essere rimasto colpito da te», riepilogando in questa semplice frase un delicato argomento, che non sarebbe potuto essere espresso in una forma più elegantemente diretta.

Lei raddrizzò le spalle e tirò all’indietro il mento, muta e speculativa, ma più avanti, avendo decifrato quell’implicito messaggio sindacò: «Ti stai sbagliando alla grande, Jeff. Non so tu, ma Lukas è innamorato di Coral Marshall, direi pure inguaribilmente, per cui avrai senz’altro frainteso.»

Jeffrey sorrise. «Credi sul serio di conoscerlo meglio di me? E credi realmente di conoscere gli uomini come li conosco io?»

E lei si ammutolì, aveva ragione, su questo non poteva indubbiamente contestare, dunque per un momento si sentì smarrita, non essendo capace di frenare il turbinio caotico dei suoi pensieri.

Tuttavia in un baleno si riconquistò, si riappropriò della sua grinta, irremovibilmente intenzionata ad accantonare alla svelta la strana, forse perigliosa sensazione instillatale da codeste parole, a fugare la segreta speranza che corrispondessero alla realtà, per cui con un atteggiamento alquanto algido definì: «Questi sono affari suoi e non m’interessa. Se sta dando di matto perché si sente attratto da me, non può che risolvere le sue ansie da solo e fronteggiare i suoi scheletri, il suo senso di colpa, senza colpevolizzare me, che in concreto non ho mai avuto nessun proposito di sedurlo e, per inciso, non gliel’ho mai neanche visivamente dimostrato.»

“O forse no…” Il sospetto la folgorò. Già, perché solamente adesso si ricordava di come lei lo avesse farcito di complimenti in occasione del loro primo incontro. Magari aveva esagerato, però il suo comportamento non era stato certo rivolto ad affatturarlo o addirittura ad abbindolarlo, figuriamoci ad intrappolarlo.

Era vero che lo aveva guardato con occhi ricolmi di venerazione, forse anche contemplato con eccessiva insistenza, ma da lì a tentare di adescarlo ce ne passava di mare. E inoltre non era detto che si apprezzasse una persona solo fisicamente, anzi, per lei avrebbe potuto solo rappresentare una bella mente, una persona così complessivamente straordinaria, per quanto in quella circostanza, asessuata.

Beh, se aveva equivocato, senza dubbio lei si sentiva a posto con la sua coscienza. Era stata professionale e composta, e non aveva un’inezia da rimproverarsi.

“Per la miseria…” E sobbalzò. Subito le balenò in testa l’attimo nel quale Lukas aveva formulato diretti riferimenti al suo abbigliamento procacemente succinto, laddove aveva occhieggiato poco benevolmente le gambe che lei aveva generosamente accavallato nella sua direzione, in indubitabile, seppur inconsapevole movenza seduttiva.

“Sarà stato per questo?” Possibile che una semplice gonna avesse scatenato tutto quel parapiglia?

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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