PAURA DEL BUIO, Cap. 3

“Ma che bifolco, zotico… e pure linguacciuto!” schiumò Katherine fra sé, mentre raggiungeva quasi a perdifiato il suo studio. Quell’uomo era persino peggiore di quanto avesse appurato il giorno prima, pazzescamente irragionevole e grossolano.

Possibile che fosse concretamente così? Oppure era soltanto con lei a dimostrarsi villano e intrattabile, per aver soffiato il trono alla sua adorata principessa?

In ciascun caso, però, qualsiasi fossero le sue motivazioni lui non aveva alcun diritto di trattarla mediante una tale ingiuriosa condotta, più di tutto in presenza del suo corso, screditarla alla cieca, senza valutare a fondo sia lei, sia le questioni in cui supponeva che fosse implicata.

Ma poi ragionò sul fatto che dopotutto era stata lei a lanciare l’esca, e potenzialmente Lukas non possedeva tanti torti, essendosi sentito preso per il bavero dall’ipotetica persona che aveva apparentemente distrutto i sogni e le speranze della sua fidanzata.

E comunque non era certo colpa sua, si stizzì. Se la Marshall si era ritrovata impastoiata in quell’incresciosa condizione, non poteva di sicuro darne merito, o meglio, responsabilità a lei. In fin dei conti, con tutta probabilità, quella donna se l’era cercata.

Roger non era uno stupido, né tanto meno una persona superficiale, e se aveva assodato una determinata persuasione su quella tizia, qualcosa di fondato sicuramente c’era. Ergo, se non fosse stata lei ad avvicendarla nella docenza, era indubbio che lo avrebbe attuato qualcun altro.

Quindi Lukas non fruiva di nessuna valida giustificazione per comportarsi tramite un’analoga bassezza, e ancor meno per insistere ad osteggiarla per partito preso, senza preventivamente conoscerla, senza sapere sostanzialmente nulla su di lei.

Era delusa, non avrebbe mai immaginato che lui potesse dissimulare un aspetto talmente gretto e bizzoso della sua personalità, per giunta che fosse così mentalmente limitato. Indiscutibilmente lei gli aveva dato spago, in un paio di occasioni lo aveva addirittura provocato, però ogni volta le sue reazioni erano state alquanto esagerate e lei, di conseguenza, non aveva saputo controllarsi.

Certo, anche lei non era solita a reagire con istintività, a ribellarsi spudorata e litigiosa lasciando grandiosamente al di fuori di quelle dispute le sue buone maniere, la sua buona creanza, pervenendo perfino, anche se con educata sottigliezza, ad offenderlo, eppure non aveva resistito e si era più volte chiesta il perché.

Era forse per la delusione di riscontrarlo differente da come aveva presupposto, quando invece lo aveva nientedimeno idoleggiato, e dunque conseguito la deludente certezza che non fosse quel perfetto esemplare d’uomo che aveva ipotizzato? Oppure perché il fatto che lui difendesse a perpetua spada tratta la sua pulzella, le avesse prolificato un perforante disappunto? Era forse gelosa?


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“Ma no!” Scosse il capo con veemenza, che le veniva in mente? Non poteva essere gelosa di un uomo con cui aveva scambiato solo qualche parola, tra l’altro vistosamente dissacrante, e in qualunque caso non aveva alcuna speranza di potersi avvicinare a lui. Ora era plenariamente consapevole di non incontrare affatto il suo interesse, anzi, che il suo interesse fosse globalmente rivolto ad un’altra donna, benché non fosse indubbiamente uno dei migliori soggetti femminili a questo mondo.

Emise un esasperato sospiro, forse era attratta da lui più di quanto pensasse, o come minimo di quanto fosse disposta ad ammettere. Quegli occhi non facevano che perseguitarla, e malgrado le avessero palesato in continuazione un facinoroso risentimento ed un radicato astio, non riusciva comunque a toglierseli dalla testa.

«Buongiorno.» Udì d’un tratto una voce cortese e, orientandosi in corrispondenza di essa, Katherine adocchiò un paio di intriganti occhi color cioccolato, i quali esprimevano lindamente il gradito panorama che gli si sfoggiava dinanzi.

«Salve» ricambiò lei, con aggraziato garbo, e gli porse la mano per presentarsi. «Sono la professoressa Katherine Reims, molto lieta.»

L’uomo la squadrò di poco, palesemente gratificato dalla veduta di quel viso dai lineamenti delicati e assai graziosi, a parer suo nobilmente associato ad una figura sinuosa ed elegante. Tuttavia, per non mostrarsi troppo insistente nel suo rapido ma attento esame, contraccambiò la stretta.

«Jeffrey O’Bryan, è un piacere.»

Lei lo studiò discretamente nella fisionomia, e si rese subito conto di quanto fosse affascinante quell’uomo. Non era oggettivamente bellissimo, eppure ne trapelava un nonsoché di particolare, di avvincente, e in men che non si dica, Katherine illuminò la sua espressione.

Forse non tutto era perduto, rimuginò, magari il destino le riservava una seconda chance, dimenticare tempestivamente quegli occhi che facevano oramai da padroni dentro di sé, e trasferire la sua attenzione su un altro esponente del genere maschile.

Non che rincorresse la necessità di trovarsi un uomo, all’opposto, dopo l’esperienza di Princeton si era imperativamente tenuta alla larga dall’avviare una qualunque relazione amorosa. Ma sinceramente Lukas l’aveva immersa in un egemonico stato confusionale, e fare la conoscenza di altre persone non poteva che sostentarla per distogliere i suoi pensieri da quell’uomo disastrosamente inaccessibile.

«Allora, lei è nuova qui, alla Columbia?» dedusse costui, presentandole un sorriso affabile.

«Precisamente» confermò, sorridendo anche lei. «Insegnerò Filosofia Sociale e Politica.»

«Interessante.» Ma in seguito ricollegò. «Ha preso il posto della dottoressa Marshall per insegnare questa disciplina? Quindi, devo desumere che alla fine sia stata radiata dal collegio?»

Lei s’irrigidì. “Anche lui adesso!” s’indispettì, tacita, ma tracciò lo stesso un sedato sorriso casuale, nel savio tentativo di non giungere a battibeccare pure con lui, altrimenti da ultimo sarebbe risultata lei la pazza visionaria con la coda di paglia, e che per giunta non riuscisse a contenersi. «Mi scusi, ma non sono al corrente di tali variazioni. Ho soltanto ricevuto un’offerta, e dopo averla attentamente valutata ho deciso di accettare.»

«Ah, dev’essere proprio in gamba per aver ricevuto una proposta analoga. Ordinariamente sono i candidati a presentare le richieste per poter accedere ad un college come questo.»

Lei s’infervorò, possibile che tutti la ritenessero un’arrivista e una poco di buono?

«Mi rincresce contraddirla, professor O’Bryan, ma io insegnavo a Princeton, e come ben saprà, non è certo un’università di terz’ordine.» Si sforzò tuttavia di non rendersi sgarbata, anche se le riusciva piuttosto difficile in verità, e questo grazie a quel dannato Lukas che le aveva infilato l’erosivo tarlo che lei fosse scadente come istruttrice, benché lui, di fatto, non l’avesse ancora vista all’opera.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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