PAURA DEL BUIO, Cap. 2

D’un tratto Lex percepì entrare qualcuno nell’aula, e subito si destò da quelle sue grevi, seppur rischiaranti conclusioni.

«Amore?» lo reclamò una melensa voce femminile.

«Coral, come mai sei qui?» si stupì lui, pur usufruendo di una cadenza amabile.

La donna si scaraventò tra le sue braccia. «Avevo bisogno di vederti. Come stai?»

«Bene» le sorrise, e la strinse a sé con sincero calore. «E tu?»

«Oh…!» piagnucolò. «Come vuoi che stia? Da schifo, mi dispiace così tanto che pensino quelle cose squallide su di me.»

«Ti capisco, ma vedrai, si sistemerà tutto» la confortò, con rinnovata voce rasserenante.

«Tu credi?»

«Certo, non temere» la alleviò, accarezzandole con dolce premura la testa che lei aveva infagottato nell’arco tra il collo e la sua spalla.

«Scusami, ma è un po’ difficile da credere. Anche se ho una sconfinata fiducia in te, escludo di poterne venir fuori senza complicazioni» gagnolò costei, esalando un sospiro affranto.


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«Dolcezza, fidati di me, te lo ribadisco, non hai nulla di cui aver paura.» E le sfiorò i purpurei capelli in un tenero bacio.

«Grazie, amore, è così bello averti vicino, mi dà la forza e la speranza di uscire da questo incubo. Sai, è ormai divenuto la mia ossessione.»

«Ehi» mormorò lui, e si scostò per contornarle il volto con le mani. «La risolveremo, ormai ho capito cos’è successo, ed ho anche scoperto chi è il fautore della vicenda in cui sei stata trascinata.»

«Sul serio?»

«Sì, ho ragione di supporre che tu sia stata vittima di un’architettata macchinazione. Qualcuno voleva farti fuori per prendere il tuo posto, ora ne sono più che sicuro.»

«Ah…» si arginò lei. «E della confessione di quello studente?» sondò, con netta circospezione.

«Ancora non lo so, non conosco precisamente il suo ruolo in questa storia, se lui abbia addirittura ricevuto intimidazioni per spingersi a diffamarti, ma lo scoprirò.» L’abbracciò di nuovo e la sollecitò ad uscire insieme a lui, circondandole le spalle con un braccio.

Quando furono arrivati al posteggio del campus, Lex intravide Katherine Reims salire sull’auto del rettore e, invaso da un’incontenibile irritazione, si voltò di scatto dalla parte opposta, ritornando alle sue centranti conclusioni, rinsaldandole con nerbo.

Ma cos’era che gli dava tanto fastidio, cosa c’era in quella donna da renderlo così dannatamente furioso?

Eppure, a dispetto delle sue più che fondate deduzioni compiute, non possedeva ancora la concreta certezza che lei fosse implicata. Non aveva neanche avuto l’opportunità di parlare con il rettore per accertare se ci fosse un che di ambiguo a tergo dell’assunzione di quella donna, e benché Lex avesse socraticamente esternato a Coral la sua indiscutibile, ragionata persuasione, porre le mani avanti con una tale superficialità, facilità di detrazione, gli risultava grandemente insolito.

Solitamente non era un istintivo e men che meno superficiale, valutava con cura e prendeva in analisi qualunque elemento possibile di ogni data situazione, nella ferma convinzione che non tutto potesse essere come sembrava. Le apparenze non lo avevano mai convinto un granché, e di regola preferiva entrare a fondo nelle questioni e comportarsi in totale empatia con le persone interessate.

D’altro canto, però, quella reazione gli era risultata parecchio sospetta. Il panico nel quale era piombata la Reims lo aveva lasciato confuso, e francamente era assai strampalato che avesse svelato quel cieco terrore, nel momento in cui lui le aveva tolto gli occhiali.

Ma cosa gli veniva in mente… E scosse con fulminea foga il capo. Era fin troppo chiaro, e allora perché si dibatteva con se stesso così? Voleva forse lasciarle il beneficio del dubbio? E poi perché?

In definitiva era una sconosciuta e, dati i fatti, anche una persona che occultava aspetti controversi della sua vita. Oltretutto era lì, di fronte a lui che saliva sull’autovettura di Cohen in atteggiamento dichiaratamente intimo, come se si conoscessero da tempo, ponendo assoluta, limpida luce su ogni suo dubbio, convalidando i suoi attendibili sospetti.

«Amore?» Una voce smielata lo destò ancora.

«Dimmi, tesoro» la invogliò lui, miniando un carezzevole sguardo, nell’intento di uscire da quella sorta di strapiombo in cui si era infognato, per di più con le sue stesse mani.

«Chi è quella tizia insieme al rettore?» s’informò Coral, trasudando un’impalpabile nuance caustica dall’articolazione di siffatta domanda.

«È la nuova docente di Filosofia Sociale e Politica» le illustrò Lex, offrendole un’occhiata comprensiva.

«Ah…» miagolò. «È lei che ha preso il mio posto?»

Lex annuì intenerito e le elargì una tenue, ma calorosa carezza sul viso. «Non per molto, non preoccuparti.»

«Kitty?»

Katherine si orientò verso quel richiamo, mentre era in piedi, di fronte all’auto su cui stava salendo.

«Allora, come ti è sembrata la lezione di Lukas?»

«Oh, Roger, non crederai mai a quale assalto spropositato mi abbia riservato quell’uomo.»

«Cosa vuoi dire?» Il rettore la osservava interrogativo, nel non arguire a cosa lei si riferisse.

«Per qualche bislacca ragione mi ha bersagliata di pesanti allusioni sul nostro conto, senza contare che per la completa durata della lezione, non ha fatto altro che inviarmi indecifrabili messaggi di sdegno, sia impliciti che diretti. È come se ce l’avesse con me e non sono riuscita ad afferrarne il perché» si lamentò, ancora in procace balia dei suoi petulanti quesiti.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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