PAURA DEL BUIO, Cap. 1

«Me li dia, subito!» si spolmonò la donna, afferrandogli con frenesia i lembi della camicia e strattonandolo con foga, gli occhi vitrei e arcanamente agghiacciati.

Lui s’immobilizzò, sconcertato da quell’inusitata reazione, rasentante un puro, inspiegabile terrore, e senza aggiungere alcunché le riconsegnò gli occhiali, ancora con le spalle tirate all’indietro per custodirsi da quella criptica aggressione.

Lei sembrava non averlo visto restituirle le lenti, seguitava a dimenarsi e a gridare: «Ma cosa vuole, cosa vuole da me!»

«Io…» Lex indugiò, temporaneamente impossibilitato a metabolizzare quello scatto d’ira. «Chiedo scusa, non volevo.» Arretrò di un passo ed innalzò le braccia in corrispondenza del suo volto, ancora con gli occhiali in mano.

Di colpo Katherine se li trovò dinanzi e come un missile se li rinfilò, ricominciando a respirare con appropriato contegno, a placare l’ansia istantanea che l’aveva poco meno che soppiantata.

«Sta bene?» la squadrò Lex, ancora sbalordito.

«Certo che sto bene» stridulò, riappropriandosi gradualmente del suo autocontrollo.

«Allora, non le sembra di essere stata un filino esagerata?» l’apostrofò, permeando un’incisiva sfumatura canzonatoria, se non strafottente, dalla sua voce inquisitoria.

«E lei? Non ritiene di aver esagerato trattandomi a quel modo, di fronte ai suoi allievi?»

«Mi attengo a ciò che vedo ed agisco di conseguenza» insinuò lui, stillandone una perspicua, cruda freddezza.


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«E con questo cosa vorrebbe intendere?» si scombussolò, e lo scrutò attenta per capire, per riuscire ad inquadrare il nodo della questione.

«Che chiunque usufruisca delle sue doti o delle proprie arti amatorie per ottenere un posto di prestigio, merita di essere trattato con una tale metodica, perlomeno da persone come me, le quali ritengono essenziali altri aspetti per ottenere un incarico di una certa levatura.»

«Non capisco» si stordì, paralizzando il suo sguardo tremulo su di lui.

«Ma davvero?» Ed arcuò cinico un sopracciglio sbeffante, in dichiarato atteggiamento di sfida.

«Dottor Lukas, io non so a cosa lei si riferisca, per cui gradirei che mi fornisse delucidazioni in merito, se non le è di troppo disturbo.»

«Andiamo, professoressa, non confiderà che io mi faccia incantare come il rettore.»

Lei si sbigottì, avendo da ultimo afferrato cosa gli frullasse per la testa. «Aspetti un secondo, non vorrà mica dirmi che crede che io… cioè, che il dottor Cohen mi ha…»

«Io non credo nulla» la sovrastò, con distinguibile animosità. «I fatti parlano da sé, oppure quell’inappropriata reazione non è riconducibile al fatto che lei abbia, per così dire, la coscienza sporca?»

«Ma lei…» E dimenò il capo. «Sono costernata, non avrei mai immaginato che lei fosse un individuo talmente limitato, capace di supporre circostanze di un tal misero, specie senza conoscere niente fuorché il mio nome e la mia posizione.»

«Ah, la sua posizione mi è chiara, su questo non c’è alcun malinteso!» declamò lui beffardo. «E allora mi dica, perché mi ha aggredito con una simile irruenza, dottoressa? Non è forse perché ha intuito che ho mangiato la foglia? Non sarà forse stato un diversivo per confondermi le idee?»

Katherine si arenò inebetita, incredula di aver udito quelle assurde parole, e in un altro, altisonante scatto di rabbia strepitò: «Lei non sa nulla di me, ha capito! E mi lasci, mi lasci in pace!»

In un guizzo si voltò e si precipitò come una furia verso l’uscita, come se avesse desiderato fuggire da quelle congetture infamanti, da quelle miserevoli considerazioni su di lei, che mai si sarebbe aspettata di udire, mai da un uomo come Alexander Lukas, di cui aveva sempre avuto una grandissima stima, uno smisurato riguardo.

Lex la guardò impassibile scomparire oltre la porta, ed afferrò la sua giacca, infilandosela più che contrariato.

Ma chi credeva di voler ingannare? A chi voleva rifilarla?

Se Janckins e tutti gli altri si erano fatti brigare dalla sua aria candida e fintamente immacolata, con quell’aspetto serafico che sfoggiava, a ragion veduta meticolosamente impiegato per concretare le sue mire, lui non si sarebbe certamente lasciato affatturare dalle sue imposture. Anche perché era coinvolto nella questione, seppur implicitamente, e quindi conosceva a menadito com’erano sistemati i fatti.

Coral era estranea alle calunnie che le erano state affibbiate, e infatti a parer suo c’era stato lo zampino di qualcun altro, altrimenti le sarebbe stato concesso il tempo per dimostrare la propria innocenza, e sarebbe stata inoppugnabilmente reinserita nel suo posto di lavoro.

Ed ora aveva infine individuato chi era stato a macchinare l’espulsione dal collegio della sua compagna. Era stata quella Reims, sovvenuta dal tempestivo intervento di Roger Cohen, il rettore, la personalità più autorevole ed influente della Columbia University, che senza troppe infiorettature aveva imposto l’inserimento della sua presunta, ma forse, effettiva amante.

Già, perché più volte, discorrendo formalmente con l’uomo riguardo alla situazione di Coral, nel periodo delle indagini ufficiali in cui ancora non era stata formulata nessuna conclusiva accusa, quest’ultimo si era sempre dimostrato assai reticente, se non recalcitrante, dandogli ad intendere con le sue mezze parole e i suoi sguardi elusivi, che non fosse affatto favorevole alla sua reintegrazione.

Non che Cohen avesse ufficialmente specificato di essere contrario, tuttavia Lex aveva intuito che si nascondesse un qualcosa di abbastanza consistente sotto la faccenda, qualcosa che scottava e di cui logicamente nessuno era a conoscenza, o al limite in pochi. E se sulle prime non se n’era posto granché un problema perché convinto che il rettore, da gran diplomatico quale era, ostentasse un similare atteggiamento soltanto per non esporsi pubblicamente, al presente, alla luce degli ultimi eventi e con questi nuovi dati alla mano, gli tornavano a pennello le somme. Era un’altra la motivazione, ora perfettamente limpida ai suoi occhi.

Cohen aveva un’amante e la voleva lì con sé, alla Columbia.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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