MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 9

Sebastian tese un braccio per controllare l’ora, e allorché verificò che erano all’incirca le cinque del mattino, con delicata lentezza si scostò da Sharise che aveva stretto a sé per l’intero tempo, senza lasciarla un attimo, lei che era sprofondata in un sonno pacifico e rigenerante. Lui all’opposto non era riuscito a dormire, forse temendo che qualora si fosse lasciato compiutamente avvolgere dalle tenebre, avrebbe rischiato di non essere sufficientemente preparato nel caso di un’emergenza.

O forse, questione che gli era sfavillata ben elevata in mente, la semplice ragione per cui non aveva chiuso occhio era che quelle ultime evoluzioni lo avevano lasciato frastornato, seppur elettrizzato per aver posseduto, o magari aver realmente fatto l’amore con Sharise, che alla fine si era rivelata un essere straordinario, di una bellezza unica ed una passionalità prorompente, non nell’evidenza, ma traspariva sinuosa da ogni suo gesto, ogni suo sguardo, ogni incantevole sorriso.

E si scrollò, era colossalmente strabiliato per la piega acquisita dalla situazione. Che sarebbe pervenuto a quel punto non lo aveva mai e poi mai immaginato, peraltro in un lasso di tempo così ristretto e in particolare con lei.

Ma dopo la guardò e capì, in primo luogo come mai Leopold sul serio in quest’occasione avesse addirittura superato se stesso. Però d’altronde chiunque lo avrebbe attuato nell’aver di fronte un’avvenenza di quella levatura, la quale andava ben oltre la sua fisicità.

In due parole era bella dentro, di un candore e di una dolcezza immani, senza considerare la sua delicatezza nei modi e nei pensieri, la riguardosa educazione che rivolgeva a chicchessia, sconosciuto o no, il suo temperamento risoluto al punto giusto senza essere arrogante, la sua determinazione e la sua forza interiore.

Poi, in aggiunta, non palesava nessuna sete di vendetta nei confronti delle persone più importune gravitanti attorno a sé. Era ognora disposta a motivare le azioni di ciascuno lasciando grande spazio alla libertà di pensiero e d’intenti, ma in primis sempre incline a perdonare chiunque lo meritasse, a collocare con equità qualsivoglia comportamento altrui.

Ebbene, al completare degnamente l’opera, s’erigeva l’incredibile sensualità che seppur stillasse discreta ma percettibile dal suo stile di muoversi, anche di parlare, lui aveva percepito incommensurabile nel momento in cui Sharise si era fatta possedere da lui. Un qualcosa che lo aveva colmato al limite, forse fino a farlo sbordare, accendendo in lui un desiderio così potente di lei, che lo aveva sediziosamente depistato dal suo integerrimo proposito di non mescolarsi troppo in quella faccenda, almeno non prima che suo fratello fosse ricomparso.

E in ultimo, aspetto ancor più sorprendente, le parole che lui le aveva sussurrato alla fine di quello strepitoso viaggio, spontaneamente e senza alcuna riflessione preventiva, le sancenti parole esprimenti l’intenzione di vederla ancora.

Era come se ne avesse sentito un’enorme e assoluta necessità, come se quell’attimo di pura carnalità sublimato dalle sensazioni di una genesi sconosciuta, che però andava ben oltre la mera passionalità di quell’atto, avesse originato in lui una sorta d’incoscienza. Gli era sorto un desiderio inspiegabile di possedere anche la sua anima, di concederle di penetrargli dentro come una divampante, aggiogante tempesta, ma dolce, di una intensità autenticamente soprannaturale.

E si avvide in un bagliore che se proprio lui si era lasciato incantare in meno di ventiquattrore, lui che di base non l’aveva affatto ritenuta il suo modello di donna nella sua totalità e in qualsiasi senso possibile, era ovviamente verosimile che, per chiunque altro, Sharise potesse giungere ad incarnare il tipo ideale, com’era accaduto a Leopold, e questo avrebbe prodigalmente permesso ai soggetti interessati di trasformarla in un’ossessione. Una sorta di bambola perfetta da possedere in tutto e per tutto, una donna che avrebbe racchiuso in sé ogni elemento che di più bello ci fosse nel genere femminile, ma il meglio, la proverbiale crème de la crème.


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Sorrise. Era sempre stato convinto di non aver bisogno di nulla, al contrario, bensì di possedere tutto ciò che un uomo potesse desiderare, pago di qualunque cosa, di ogni singolo istante, di ciascuna persona che avesse incrociato sulla sua strada. Eppure al presente si rendeva conto, conoscendo poco a poco Sharise, che non era affatto così, forse perché ancora non aveva saputo cosa fosse ciò che gli mancava, nel non aver mai avuto l’opportunità di testarlo venendo a contatto con persone simili a lei, o meglio, non avendo mai permesso di avvicinarsi a lui.

Ma sbuffò. Doveva piantarla con queste ripetitive elucubrazioni, non lo avrebbero di certo condotto a risolvere il caso, poiché il prendere cognizione dell’origine da cui si erano evoluti tutti questi avvenimenti, non lo avrebbe sovvenuto un granché per scovare Leopold, nonostante che gli devolvesse una magra certezza, ovverosia che il fratello fosse sparito per sua scelta e non per costrizione altrui.

Eh sì, ora Sebastian lo sapeva, a parer suo il fratello s’era dissolto dalla circolazione perché non poteva sopportare il rifiuto di Sharise, il vederla reiteratamente corteggiata da una miriade di uomini più forti e risoluti di lui, patendo all’intollerabile quella folta concorrenza. Di sicuro era procacemente insopportabile per un qualcuno che, come lui, aveva sempre ottenuto ciò che bramava, a dir nulla viziato.

Perciò, in un attimo di pura incoscienza Leopold aveva mandato all’inferno ogni più misera cosa ed era partito per chissà dove, infischiandosene dei suoi averi. Ma d’altra parte non conosceva il valore del denaro, per quanto ne possedeva e soprattutto perché non aveva mai effettivamente lavorato in vita sua, figuriamoci faticato per guadagnarsi un semplice pasto, da lui stoltamente sottovalutato.

«Bene, Godwin» disquisì, pianissimo, animandosi per levarsi dal letto, perché magari, a computi appena eseguiti, non era lontano dalla risoluzione del caso.

Adagio tirò via da sé le lenzuola, ma nel momento in cui stava per scendere dal letto, si voltò un ultimo istante per rimirare lo splendido cucciolo sprofondato accanto a lui, e in un impulso inatteso si chinò e le accarezzò la fronte, scostandole d’attorno i capelli che l’avevano inondata a mo’ di corona.

Sorrise ancora, e in un ennesimo gesto istintivo, clamorosamente non ragionato, dapprima la baciò sulla fronte e poi le coprì una guancia calda e soffice con un palmo, le sfiorò le labbra in un tenerissimo bacio e la contemplò, riempito da quel semplicissimo contatto, persino con lei incosciente, come un delicato essere da vezzeggiare e coccolare alla stregua di un neonato involto dal torpore.

Ma sospirò. Si sentiva un adolescente, davvero incredibile, rise di se stesso e si avviò verso la stanza da bagno, dove si dilettò in una lunga e torrenziale doccia bollente.

Facile intuire che sotto il battente getto dell’acqua i suoi pensieri si moltiplicarono, per non parlare dei suoi dubbi, il dubbio che stesse sbagliando tutto, di comportarsi al pari di un Caino, esattamente come aveva ipotizzato in principio. Se Leopold si era dato alla macchia perché quello stato di fatto lo faceva soffrire enormemente, lui si stava sentendo come se si fosse reso simbolicamente carnefice, alimentando il suo martirio, infierendo su di lui nell’avergli sottratto così a perdifiato la donna per cui aveva perso la testa, per cui aveva scollegato qualche rotella del suo cervello, sconclusionato agli estremi.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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