MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 8

Sebastian scese dal divano e, senza più guardarla negli occhi, le avvolse una mano per indurla a seguirlo.

«Vieni, ti riaccompagno nel tuo appartamento.»

Sharise lo fissò rintronata, totalmente ignara di quello che gli stesse imperversando dentro, quell’immediato rifiuto di accettare il suo invito a farsi possedere da lui. Tuttavia non protestò di un filo, determinata a rispettare i suoi tempi o semplicemente i suoi desideri, e così, muta e condiscendente lo seguì.

E allorquando furono giunti a destinazione, in pungente silenzio per tutto il percorso nel quale lui l’aveva amorevolmente trascinata con sé, Sebastian la condusse verso il divano, e fregiata un’espressione assai tirata sul volto le dispose: «Siediti, Sharise, devo parlarti.»

Lei obbedì, profusamente stordita, ed attese che lui le si sedesse di fronte, taciturna, senza riuscire a realizzare un’inezia di quanto stesse accadendo.

Sebastian, che non l’aveva guardata per un solo secondo da quando era sbalzato fuori dal divano del suo appartamento, si passò una mano sulla fronte e principiò: «Sharise, Leo, cioè Leopold Godwin, è mio fratello, sono venuto a San Francisco per cercarlo.»

Qualche attimo silente, e in seguito si udì emergere la voce serena e temperata di lei: «Perché non mi guardi, Sebastian?»

Lui si meravigliò immantinente di quella sua reazione, convinto sin dall’inizio che lo avrebbe mandato al diavolo, logico e legittimo da parte sua, ed invece l’unica preoccupazione che la donna rivelava era che non riuscisse a guardarla negli occhi, forse timorosa che lui avesse in un certo verso la coscienza sporca, che potenzialmente le avrebbe mentito.

Così sollevò intero il volto verso di lei per guardarla, per farsi guardare, restando abbastanza turbato nel rilevare quell’espressione comprensiva, come mai avrebbe creduto potesse manifestarsi.

«Immaginavo che potesse trattarsi di una cosa simile, anche se non precisamente questa, a dire il vero…» incassò lei, un po’ melanconica. «Mi dispiace che tu non ti sia fidato, ma d’altronde suppongo che tu abbia avuto le tue buone ragioni.»


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«Sharise, io non volevo mentirti» prologò lui, stupendosi ancora della sua sincera condiscendenza. «Inizialmente non ti ho rivelato nulla perché pensavo fossi implicata nella sua scomparsa, e se prima ho protratto il mio silenzio sulla verità, è esclusivamente per tenerti fuori da qualsiasi rischio, quando la situazione si è complicata, stasera al deposito.»

«Al deposito?» si agitò lei, atterrata da questa ulteriore novità, forse la più angustiante di tutte, perché omettere la verità era una cosa, ma agire deliberatamente nell’ombra non le era per niente gradito.

«Sì, Sharise, dopo che siamo ritornati dal ristorante sono andato ad ispezionare il luogo.» E la carezzò dolce su una guancia tremula. «È lì che ho incontrato Tom, forse mi ha seguito.»

«Sebastian, avresti potuto dirmelo, ti avrei dato le chiavi. Se sei suo fratello avevi il pieno diritto di sbirciare tra le sue cose, per reperire un qualche indizio che ti aiutasse a ritrovarlo.» Ma poi raggelò, giacché nella sua mente riecheggiò il punto d’arrivo di quella frase, dapprincipio aveva afferrato solo che si fosse recato al deposito. «Come, Tom era lì? E tu? Come facevi a sapere dove si trovava il magazzino?»

«Me l’hai detto tu» le ricordò lui, quieto ma con un sorriso stentato, avendo riscontrato la mutazione del suo tono divenuto repentinamente inquisitore. Ma del resto doveva accettarlo e tener la bocca ben chiusa.

«Sì, ma…» E dibatté il capo, investita da una turbinante confusione. «Come facevi a…»

«Sharise, ascolta.» E le bloccò la testa con le mani, contornandole delicato il viso per guardarla negli occhi. «Prima che tu possa pormi altre domande, dato che sei molto confusa e ti comprendo, devo dirti che a Washington io lavoro per l’FBI ed ho accesso a un bel pacchetto di documenti, ho controllato alcuni individui sospetti, e prima di partire per recarmi qui a San Francisco, anche te. Avevo una tua foto e sapevo dove lavoravi, cioè, ero soltanto a conoscenza del tuo lavoro allo Steakhouse visto che Leopold mi aveva riferito solo quello, e non ho controllato se fossi stata assunta da qualche altra parte. Sapere che eri impiegata al distretto di polizia mi ha meravigliato, e per essere del tutto franco, sono rimasto impressionato da tanti altri fattori che ho materialmente scoperto su di te.»

«Ma…» riuscì a ribadire lei, pressappoco barbugliante. «Perché… perché proprio io? Perché hai creduto che fossi implicata?»

«Mio fratello, prima di sparire, mi aveva annunciato che si sarebbe sposato con te, che eravate ufficialmente fidanzati, ed era stato così convincente, anzi, convinto, che gli ho creduto all’istante, senza pormi troppi interrogativi, ritenendolo abbastanza superfluo.»

«Come…? Sposarmi con Leo?» E sgranò le palpebre. «Ma questa è una bugia!»

«Ora lo so, Sharise, ma puoi ben capire le riserve che avevo su di te per non rivelarti chi fossi in realtà, che cosa ci fossi venuto a fare qui a San Francisco.»

Sharise stava cominciando via via a far mente locale. «Ecco perché ieri pomeriggio eri al distretto, perché insistevi a voler sapere particolari su di me, sulla mia vita privata e sulle persone che frequento… è per questo che hai domandato proprio a me di trovarti una sistemazione… adesso sì, capisco tutto…» Ora le era ben chiaro, limpidissimo, di che genere fosse il suo interesse per lei, purtroppo.

«Sebastian, ma ti rendi conto… io mi sono fidata di te, mi sono confidata con te, ti ho portato qui, in casa mia, pensavo che fossi sincero» si risentì, più oltre, dopo aver metabolizzato la sua amara constatazione. «Beh, grazie per la fiducia, questo senza dubbio mi fa male. Come al solito ho sbagliato, sbaglio sempre a fidarmi, anche se stavolta ci credevo sul serio di non sbagliarmi, non su di te.»

«Ehi, piccola» si ammorbidì lui, approssimandosi ancor di più a lei, immutabilmente aderito al magnetico velluto del suo viso. «Lo so e mi dispiace, è per questa ragione che mi sono tirato indietro sul divano del mio appartamento, sentivo di non meritare la tua fiducia, e prima che succedesse qualcosa tra noi, volevo che tu sapessi la verità. Perdonami, Sharise, se puoi.»

«Beh…» E sospirò impercettibile, quelle ultime sue parole l’avevano risollevata, come per magia le avevano ridonato la fiducia in lui, pertanto con un armonioso sorriso indisse: «Insomma, alla fine me lo hai rivelato e non hai neanche aspettato più di tanto, in fondo è questo che conta.»

«Vieni qui.» E l’attirò a sé per abbracciarla. «Non voglio che ti accada nulla, Sharise, e farò di tutto affinché tu rimanga la meno coinvolta possibile, te lo giuro.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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