MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 7

«Ma, Sebastian, io e te non ci conosciamo neanche…» ribadì lei, stordita, cercando di resistere alla sua stretta, ma dopo nemmeno due secondi si arrese e si lasciò stringere, fruendo al culmine di quel caldissimo abbraccio. «Non prenderti tutta questa pena, me la caverò.»

Ma lui la strinse ancora più forte, dichiarato segno di protesta, chiaro messaggio che non avesse in assoluto l’intenzione di soddisfare la sua richiesta, di ritrattare la propria dichiarazione.

Ed era sfrenatamente immerso nei suoi pensieri, frastornato da quella novità che era forse peggiore di tutte le altre. Tuttavia un aspetto che lo stava frastornando a dismisura era rappresentato dalle parole liberatorie di lei, lei che si preoccupava per lui, senza sapere che lui, modestia a parte, aveva la pelle dura e difficilmente avrebbero potuto toglierlo di mezzo.

«Sebastian…» Lei ad un certo punto cercò di ribellarsi, però lui rimase così, chiudendola a sé in un gesto di così vera e pura protezione, che alla fine Sharise si sciolse per intero e si abbandonò completamente a quel perfetto abbraccio.

«Sharise.» Lui ripeté il suo nome all’infinito, cullandola tenerissimo tra le braccia, incapace di lasciarla andare, di liberarla, impossibilitato altresì a riconoscersi nel suo forte desiderio di proteggerla, punire qualsivoglia maledetto profittatore che aveva o che avrebbe tentato di chiuderla in gabbia, impedirle di volare libera come una dolce e sensuosa, delicatissima rondine che bramava primavera, calore e colore, vita e amore.

Sharise non parlò, non fiatò, quell’abbraccio la stava rassicurando in un modo intraducibile, spettacolare, un conforto che più volte aveva sperato di ricevere per risollevarsi, per dimenticarsi di tutti quei fatti illogici che a slavina non facevano che subissarla. Infatti, seppur controvoglia, aveva sempre evitato di chiedere aiuto a chicchessia, timorosa che avrebbero potuto ritenerla la solita incapace, denigrarla manifestandole che lei non fosse in grado di sostentarsi da sola.

«Non devi aver paura di chiedermi aiuto, Sharise» sussurrò lui, d’un tratto, scombussolandola di netto per come Sebastian avesse intuito quale fosse la sua idea fissa al riguardo, per come anche lei ci stesse pensando in quell’istante, e lui, percependola irrigidita tra le sue braccia, a rilento si divise e la fissò intenso negli occhi.

Lei restò immota a giovarsi del suo sguardo, elevando intero il viso verso di lui per poterlo fantasticamente rimirare, dacché a piedi scalzi si sentiva una bambina, data l’altezza spropositata di Sebastian, la sua corporatura così imponente ma raffinatamente disegnata nei dettagli, o forse per quella ridotta che sapeva di avere lei.

Sebastian eresse la mano per donarle una carezza calda e rigenerante sul volto affranto, irrefrenabilmente tentato di baciarla ancora, ma stavolta spinto da un motivo ben differente da quello che era sussistito in precedenza.

Con il pollice le accarezzò il mento, proprio sotto le labbra che a quel suadente contatto si dischiusero, come magnetizzate da quel tocco che lentamente le raggiunse.


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«Non dovrei farlo» s’impose, in un mormorio impalpabile, saldando la sua attenzione su quella deliziosa bocca, ma a discapito di ogni sano ed idoneo proposito, si chinò per assaporarne la fragrante morbidezza. La baciò e l’attirò vigoroso a sé, le cinse integralmente la schiena quasi a farla scomparire sotto di esse e poi, pian piano, risalì una mano per possederle con un palmo la nuca, fasciandola deciso per aderire bramosamente a quelle labbra che gli stavano scatenando dentro una marea di desideri sconosciuti.

Sharise si congiunse a quel contatto con ogni infinitesima parte del proprio essere, si legò al suo collo e gli affondò le mani nei capelli, così vellutati che fu subito percossa da un brivido maestoso. Ma lo subì in maggior misura, empiamente destabilizzante, nel momento in cui lo avvertì sollevarla da terra per addentrarsi con lei nella stanza, ed innalzò impulsivamente le gambe per abbarbicarsi ai suoi fianchi, rimanere aderita a quell’uomo che forse la stava conducendo verso il paradiso.

Sebastian raggiunse il divano e si sdraiò con lei, la fece sprofondare comoda su di esso e restò per qualche attimo così, appoggiato sui palmi delle proprie mani, con le braccia rigide e tese ai lati delle sue minute spalle per guardarla dall’alto, inebriarsi del suo sguardo limpido e di un fascino che solo in quel tempo stava riscontrando d’un’intensità, di una bellezza davvero unica, sbaragliante.

«Sharise, non so se tutto ciò avrà un seguito, se domani…»

Eppure lei gli sorrise, nivea ma consapevole. «Lo so che te ne andrai, Sebastian, non c’è bisogno che tu me lo dica.»

Lui la guardò fisso per qualche altro secondo, del tutto indecifrabile per Sharise ma che comunque non se ne crucciò, anzi, perseverò a sorridergli luminosa, ghermita.

Con estrema delicatezza si fece scendere su di lei, fondandosi sui propri avambracci per posizionarsi ad un palmo di distanza dal suo volto, glielo coprì morbidamente con le mani che poi, adagio, scivolò per tutta la sua invitante coltre cutanea, incorniciandole il viso nella sua interezza, sentendosi così pago nell’accarezzarla, soggiogato dai percettibili brividi che avvertiva al solo toccarla.

«Sharise, sei una bellissima persona e non voglio ferirti.»

«Non succederà» lo rischiarò lei, pispigliante, per ripetergli un pochino ironica le medesime parole che lui le aveva proferito nel pomeriggio, allorché l’aveva rassicurata che nessuno l’avrebbe rimproverata per il suo ennesimo ritardo.

Un fulgido sorriso, e mosse le mani per circondargli il torace, protendendo il volto per ottenere quel bacio che stava bramando con tutta se stessa, un invito a cui troppo difficilmente Sebastian poté resistere.

Così si avvicinò e in uno scintillio la baciò, filando via le mani per raggiungerle i fianchi e chiudersela contro, efferatamente smanioso di plasmarsi al suo corpo che si offriva spietatamente invitante, quel corpo che si era avviluppato a lui con quelle seriche, caldissime gambe che lo avevano serrato talmente volitive, da non poter proprio fare a meno di raccoglierlo a sé, possederlo in un soffio.

E si disgiunse dalla sua bocca per accarezzarle il collo con le labbra, fremente, ansioso di assaporarne il profumo, ma quando la percepì inarcarsi all’indietro per offrirsi in completo, un istantaneo disagio lo abbrancò, per come si stesse comportando da miserabile, per come le stesse mentendo in maniera più che spudorata, mentre quell’adorabile e incantevole creatura era stata premurosamente franca con lui. Gli aveva perfino rivelato grevi eventi personali per indurlo ad andarsene, per proteggerlo.

«Maledizione!» inveì di colpo, e istintivamente, il volto tormentato, si eresse per guardarla negli occhi. «Non posso farlo, Sharise, non posso.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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