MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 7

«Sei andato da lui?» suppose lei, di punto in bianco, frantumando il solenne silenzio che per un significativo attimo li aveva involti.

Gli avviluppò più sentitamente la mano con le sue e conservò gli occhi puntati su di essa, quella mano così bella e grande la cui vista per un istante la fece rabbrividire, pensando a quando quella mano l’aveva stretta e chiusa con un unico palmo, ma che ora si presentava irrigidita e gonfia.

«Sei andato a cercare Tom, non è così?»

Lui arcuò un cinico sopracciglio, ma non si sbilanciò. «È stato lui a trovarmi.»

E lei, a quella conferma, elevò di scatto il volto. «Devi andartene, Sebastian, ritorna a Washington, ascoltami, ti prego.»

Sebastian rinnovò quell’inarcata, un po’ scettico che quel tizio potesse incarnare un pericolo per lui, tuttavia, senza troppo dilungarsi, anche per non ostentare una sana vanagloria, in tono molto modulato promulgò: «Non credo sia necessario.»

«E invece sì!» guizzò, manifestandogli una genuina apprensione sia con la voce incrinata che attraverso sua espressione, ma di una carica energetica così vitale che per un secondo lo travolse, ammutolendolo all’istante. «Sebastian, tu non hai idea di chi sia Tom, è pericoloso, è un assassin…»

«Ehi» la interruppe lui, con affabile tenerezza, sollevando la mano sinistra per scostarle i capelli che, a causa dell’energia sbrigliata, si erano ribellati sul suo viso. «Non devi aver paura per me, io non corro rischi, ma al contrario di te, Sharise, e devi promettermi di stare molto attenta. Ho la netta impressione che quel furfante non si fermerà fino a che non avrà ottenuto ciò che cerca» la avvisò, raffreddando la sua inflessione per inculcarle un salubre timore, che l’avrebbe efficacemente condotta a guardarsi con idonea avvedutezza alle spalle.

Sharise gli strinse la mano che ancora avvolgeva tra le sue e lo guardò disperata. «Sebastian, va’ via, ti scongiuro.»

«Basta, Sharise.» E si separò di scatto da lei, lanciò il ghiaccio sul tavolo e s’incamminò di nuovo verso il frigorifero da cui estrasse una bottiglia d’acqua. L’aprì e ne fece un sorso, rimanendole di profilo, rigido e pensoso.


Advertisment

loading...

Dopo quel gesto esplicitamente invitante a togliersi dai piedi, Sharise sbozzò un sospiro e si avviò in direzione della porta, in timido silenzio, ormai convinta che la sua opera di persuasione fosse infruttuosa. Non intendeva divenire assillante, quell’uomo sapeva ciò che faceva, e poi lei di fondo non era nessuno per imporgli l’accortezza di affidarsi a quei consigli, di lasciarsi influenzare da qualcuno, men che meno da lei, ovverosia un’autentica sconosciuta.

Sebastian la osservò muoversi e inavvertitamente avanzò un passo per richiamarla, eppure in uno sfolgorio si sbarrò, fissando la sua attenzione sulle movenze di quella sublime figura che gli dava le spalle, quella forma di muoversi a piedi scalzi naturalmente sensuale che per un fugace attimo, gli generò strani pensieri in testa.

Tuttavia, ad un passo dall’uscio lei si fermò, e dopo un’esigua pausa di riflessione si volse verso di lui. «Sebastian, io…»

Sebastian proseguì a fissarla taciturno, persuaso che Sharise stesse inconsapevolmente per rivelargli qualche altro indizio fondamentale per far luce sul caso, e lei raccolse il suo sguardo piuttosto dibattuta, ancora in dubbio se confidarsi con lui, se rivelargli il fatto più scottante di tutti. Però, valutando gli ultimi eventi, era più che doveroso renderlo al corrente dei letali pericoli che rischiava nell’aver pubblicamente sfidato Tom, o meglio, avendo diretto contatto con lei.

Sicché, racimolando intero il suo animo, intraprese il suo discorso: «Non so se dovrei dirtelo, però è un po’ di tempo che ricevo bizzarre telefonate, la voce contraffatta che rantola parole incomprensibili, e tuttora non riesco ad identificarlo. Credevo fosse Tom, ma poi ho pensato che fosse Leo perché, la prima volta che si è manifestata questa sorta di persecuzione, erano pochissimi giorni che si era dissolto dalla circolazione.»

Lui si turbò e tirò all’indietro il mento, allibito, mentre Sharise andava avanti: «Ho denunciato il fatto alla polizia ed hanno posto il mio telefono sotto controllo per risalire al colpevole, ma il numero del chiamante è ogni volta differente, cioè, è anonimo, proviene da una cabina pubblica continuamente diversa, come se quell’uomo stesse giocando per farsi rintracciare, beffandosi di me e della polizia stessa. È qualcuno che non ha paura e che non ha nulla da perdere.»

«Sharise…» Sebastian le andò immediatamente incontro, scaraventò anche la bottiglia sul tavolo e quando la raggiunse, le racchiuse il volto tra le mani. «Tu non puoi più stare da sola» le mormorò, intenerendo smisuratamente il suo sguardo.

Lei s’agitò lieve per liberarsi. «Non hai capito, ti sto dicendo questo soltanto perché devi starmi alla larga, perché come oggi Tom è venuto a cercarti per fartela pagare per essere uscito con me, questo maniaco che mi perseguita telefonicamente, per come agisce è palesemente un folle, molto più di quanto lo sia Tom che almeno esce allo scoperto, e semmai dovesse venire a sapere che siamo usciti insieme, potrebbe anche mirare te per colpirmi» sfilò, tutto d’un fiato, e risolutamente concluse: «Perciò se non intendi ritornare a Washington, al limite trasferisciti da un’altra parte, non voglio in nessun modo che qualcuno paghi per causa mia. Non potrei sopportarlo, principalmente tu, Sebastian, tu che mi hai aiutata senza esserne obbligato, non te lo avevo nemmeno domandato, hai messo in gioco la tua incolumità per me, io che sono una persona irresponsabile che neanche conosci, e non è giusto, hai già rischiato abbastanza per me ed è il caso che tu te ne vada via da qui, subito.»

«Non ci penso proprio.» E d’istinto l’abbracciò, chiudendola forte tra le sue ermetiche braccia. «Non intendo lasciarti da sola in balia di quello squilibrato.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *