MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 7

Nulladimeno questa condizione cominciava a stargli un po’ stretta, dacché quello che era il suo obiettivo originale si stava negativamente arricchendo di risvolti, di fatti e situazioni che gli impedivano di seguire una strada libera e confluente ad un’unica destinazione, sbarrandogli il percorso attraverso una marea di crocevia.

“Fratellino, stavolta l’hai combinata proprio grossa” lo denigrò tra sé. “Hai davvero superato te stesso.”

«E dove ti sei andato a ficcare…» sbraitò a denti stretti, sempre più contrariato. «Non era più semplice lasciarla stare, visto che lei non aveva manifestato il ridottissimo interesse per te?» lo bistrattò, come se in quel momento il fratello fosse presente, vis-à-vis, ringraziando comunque il Padreterno che non lo fosse, giacché molto sportivamente gli avrebbe fatto recuperare la ragione a suon di sberle.

Ma poi ragionò con oculatezza, perché sebbene Sharise fosse parsa sincera, calcolando che non avrebbe avuto nessun motivo di mentirgli su un discorso che aveva tirato fuori lei di sua spontanea volontà, seppur sottilmente pungolata da lui, Sebastian aveva ascoltato soltanto la sua versione, e alla base, nonostante tutto, Leopold non era mai stato un bugiardo.

Se aveva dichiarato che si sarebbe sposato con Sharise, era molto probabile che la donna gli avesse lanciato qualche concreto messaggio, ma di che genere, ancora sontuosamente sibillino.

Eppure, d’altro canto, in valutata ed accurata conclusione Sebastian aveva constatato che più di un soggetto perdeva la bussola quando entrava in gioco Sharise. Perfino a lui era successo, fatto oltremisura insolito benché si fosse trattato di un semplice bacio, entrando però inevitabilmente in quel gioco, in prima persona ma congiuntamente a tutti quegli alienati, e oltretutto senza nemmeno avvedersene. Pertanto era finanche possibile che suo fratello si fosse inventato di sana pianta di aver intrecciato una relazione con lei, un sogno che aveva bramato veder realizzato prima nella sua mente che nell’effettiva realtà, anche sprovvisto del consenso della controparte.

E senza neanche accorgersene, deviato com’era dalle sue onerose ponderazioni, si trovò sotto l’edificio dove aveva locato l’appartamento di Leopold e, rimestato dai suoi pensieri, rimase per qualche conclusivo attimo seduto al volante, a motore spento.

Immise un lauto respiro vivificante e smontò dal veicolo, lanciò lontano la sigaretta che aveva fumato per sedare un po’ i suoi impeti, e sommessamente recriminò: «Devo decidere di smettere, perché se non sarà per attacco cardiaco, morirò senz’altro di cancro ai polmoni.»

Impulsivamente elevò gli occhi per individuare quale fosse la finestra dell’appartamento di Sharise, pensando con un sorriso che quella piccola, delicata bambola, proprio come la ritraeva Clark, forse era immersa nei suoi sogni notturni, ignara di tutto ciò che stava accadendo intorno a sé. Ma era senza dubbio preferibile in quanto, se lui ne aveva ben discernito la personalità, la donna si sarebbe sentita in colpa per quell’incidente al deposito, come infatti aveva dimostrato, anche se non a parole, di esserlo per la scomparsa di Leopold.

Placidamente entrò nello stabile e risalì le scale fino al piano attico, ma un imprevisto spettacolo lo sconcertò.


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Affianco all’ingresso del suo appartamento era seduta Sharise, raggomitolata sulle sue ginocchia che stringeva con forza, a piedi scalzi e con indosso un ristrettissimo pantaloncino che le lasciava le gambe generosamente scoperte, di un’epidermide quasi riflettente per quanto luminosa al fioco nitore lunare, penetrante da una delle ridotte finestre del corridoio. Il viso nascosto tra i suoi avambracci, e la distinse, anche al buio, oscillare lievemente.

Pian piano s’avvicinò e le s’inginocchiò dinanzi, le sfiorò la porzione di una guancia che emergeva dal suo nascondiglio e lei innalzò subito la testa, svelando un’espressione rimescolata da fervente paura e immane sollievo.

«Sebastian!» strillò, di sonoro impulso, e in un battito di ciglia gli allacciò le braccia al collo, stringendosi con inaspettata impetuosità. «Oddio, grazie al cielo, sei vivo…» quasi agonizzò, tremolante, a momenti ansante.

Lui sorrise ammorbidito e le afferrò gentilmente gli avambracci per rimuoversela di dosso e guardarla dolcissimo in volto. «Sharise, cosa ci fai qui?»

«Non chiedermelo, ho temuto che… per l’amor di Dio, sono quasi le due, è più di un’ora che ti aspetto.»

«Ok.» E si levò in piedi tirandola con sé. «Vieni, non è sicuro stare qui.» E senza che succedesse di proposito in seguito a tale sua considerazione, da lontano si udì d’improvviso una porta richiudersi.

Lui scattò al pari di una scintilla per individuare il luogo da dove provenisse quell’imprevisto rumore, quale fosse l’interno incriminato, e un tempestivo sospetto lo prevaricò, dato che quello era lo stesso piano abitato da Wilcox.

S’infilò le mani in tasca per impugnare le chiavi e la afferrò ad un braccio. «Entriamo.» E dopo aver aperto la sospinse verso l’interno, chiudendosi di seguito la porta alle spalle.

«Sharise, non dovresti andartene in giro di notte, è molto rischioso» la redarguì, piuttosto tirato, dopo aver acceso la luce, e si diresse verso il freezer dell’angolo cucina.

Sharise lo osservò muta e smarrita, intanto che lui, perspicuamente teso, estraeva una busta con del ghiaccio che privò di qualche cubetto e che nervosamente scaraventò dentro l’elettrodomestico, sbattendone pressoché furioso lo sportello.

Poi lo vide involgere il ghiaccio in un telo e posarselo veemente sulla mano destra mentre sospirava agitato, e Sharise, sempre più smarrita nel vederlo insolitamente nervoso, ancor più di quanto lo fosse stato nel ristorante durante lo scontro con Tom, mosse qualche timido passo per raggiungerlo.

Gli prese delicatamente la mano, gliel’avvolse ondeggiante e fregiò un’espressione sconfortata, sotto lo sguardo attento e speculativo di Sebastian che ora, osservandola alla luce, si accorse che la sua bellezza era un qualcosa di sconcertante. Per assurdo era molto più spiccata nell’assoluta mancanza di trucchi o belletti, nella sua totale semplicità, realmente come una splendida bambola, fatto che in quel momento screditò in pieno le sue consuete preferenze, laddove quel tipo di beltà non era mai stato attraente per lui.

Ma adesso, parlando con dovuta onestà, non riusciva a fornirsene un perché, il motivo in base al quale si fosse inchiodato per anni su anzidetta convinzione, eternamente incrollabile ma veramente sciocca, perché carpendone la sorprendente evidenza in quel preciso istante, si rese conto che quella era la vera, reale bellezza per una donna.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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